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IL CLUB DEGLI ANTENATI

(prima parte)














  
 

Non ho più incontrato zio Nino durante l'estate. Naturalmente ho fatto alcune telefonate, volevo essere sicuro che non avesse problemi e stesse bene. Sapevo che era fornito dei necessari strumenti per contrastare il caldo. Che sarebbe stato feroce, se si dava ascolto a certe pessimistiche previsioni, e conoscendolo bene ero sicuro che non si sarebbe allontanato dal suo giardinetto.
Essendomi così rassicurato potei dedicarmi serenamente ai miei edificanti interessi.
Intanto non avrei mai immaginato che lo strano sofisma partorito dalla stravagante immaginazione di Nino mi avrebbe coinvolto. Nonostante il rifiuto e l'insofferenza, si insinuò nella mia mente come un tarlo molesto. Si presentò persino nei momenti meno adatti: per esempio, mentre mi godevo una pizza o mi dedicavo a un'interessante esplorazione d'arte, che come tutti sanno richiede concentrazione. Se mi avessero detto che sarei tornato su quell'argomento capzioso non ci avrei creduto. Il caro vecchietto certamente aveva raggiunto il suo obiettivo, mi aveva suggestionato. Proprio così, voleva urtare il fedele Odisseo e spingerlo in vagabondaggi mentali e legarlo a un'assurda idea del potere della scrittura. Incredibile ma da ultimo mi piegò un'allucinazione.

Quell'estate mi ero concesso una vacanza prima del solito e l'avevo dedicata a un allettante viaggio nelle Murge. Avevo scelto un itinerario impostato principalmente su Federico II, il gran re amante della cultura, e mi interessava molto rivisitare Castel del Monte e le cattedrali pugliesi. Ne avevo ricavato nuove idee ricche di fermenti e avevo intravisto nuove ipotesi stimolanti su quell'imperatore Svevo. Perciò fui molto soddisfatto del materiale raccolto, e con il proposito di sviluppare tranquillamente gli appunti che avevo preso, accettai ben volentieri l'invito dei miei amici.
Hanno un'antica casa a Isola del Gran Sasso e questo paese situato proprio sotto il massiccio abruzzese, è un posto bellissimo. Avevo la possibilità di raggiungerlo rapidamente e comodamente, perciò accolsi l'invito con entusiasmo.

Ci arrivai nel tardo pomeriggio, il cielo s'era rannuvolato e però mostrava ampi squarci di sereno, non lasciava prevedere un temporale smisurato. Invece all'inizio della notte, quando già avevamo cenato, bevuto il bicchiere della staffa, e ci eravamo dati la buona notte, si scatenò una burrasca furiosa, un diluvio immane, infuriato, epico.
M'ero già chiuso nella stanza in cui ero stato alloggiato, e guardandomi intorno mi trattenni a goderli con gli occhi, a rallegrarmi delle travi del soffitto, del camino, degli antichi mobili. Mi venne in mente che sarebbe stato romantico guardarli a lume di candela, non avevo pensato di chiederla, sarei stato di una lungimiranza sovrumana.
Mi avevano dato la stanza degli ospiti al secondo piano, sapevano quanto mi piacesse. Quella stanza antica, è bellissima con i mobili di faggio, costruiti e intagliati da falegnami del passato. Mobili consumati dal tempo che hanno un carattere rustico e vero: la cassapanca, l'armadio un po' sbilenco, il tavolo incrinato, le sedie. E poi l'antico camino in pietra con gli alari in ferro battuto, il letto con quattro colonnine intagliate dove mi sono abbandonato a meravigliose dormite.
Vissi quella prima notte con totale partecipazione emozionale. Condivisi la violenza dei tuoni, le urla degli alberi: quelli viventi e quelli che furono. Urla di fantasmi di alberi che esistettero sulla montagna e furono travolti, squarciati, bruciati. La natura stava offrendo, a mio beneficio, una rappresentazione della violenza primigenia davvero impressionante. Una grandiosa rappresentazione che rivelava cosa sa fare il tempo quando libera la violenza che racchiude in sé. Ebbi l'occasione di raffigurarmi l'inizio del diluvio biblico che punì il popolo impenitente, caparbio, stolido, che non volle ascoltare Noè. Anche oggi "profeti" moderni stanno annunciando la catastrofe inascoltati.
Non so se la finestra avesse persiane, non mi preoccupai di accertarmene, desideravo svegliarmi alla prima luce del mattino e godermi il colpo d'occhio panoramico. Volevo contemplare l'imponente massiccio torreggiare nella luce dell'alba, quindi anche se le persiane esistevano non le avrei chiuse, lo spettacolo della grande montagna per me ogni volta è una nuova magia. Capisco benissimo perché Cezanne dipinse molte volte la montagna Sainte Victoire.

La baraonda iniziò con un lontano, dapprima sommesso, poi crescente, inquietante brontolio. Pareva che il gigante avesse il mal di pancia, ma il cupo brontolamento mostrò di avvicinarsi in fretta. Il vento aumentò squassando il paese. Si sentivano sbatacchiare imposte, cigolare insegne di negozi, tamburellare su tetti e tettoie, rifiuti sollevati dalle strade, e ramoscelli e frasche strappate agli alberi squassati. Un baccano che aumentava.
Improvvisamente il bagliore di un lampo colossale, un flash fortissimo, illuminò la stanza e i due bellissimi piatti sulla mensola del camino: due grandi ceramiche di Castelli che avevo sempre ammirato, sfavillarono, e sembrarono due occhi sbarrati dal terrore che mi fissavano. Subito dopo il lampo deflagrò il tuono, un boato formidabile che mi fece sobbalzare. Sull'istante si scatenò una bolgia infernale: lampi e tuoni infuriarono, i rimbombi insistettero continui, echeggiando potenti dai precipizi della montagna. Le folgori, che zigzagavano tra nubi, tetti e alberi, producevano continui lampeggiamenti.
La pioggia, aumentando straordinariamente, si rovesciò a cascata. Dal cielo scese un vero diluvio biblico, e sui vetri della finestra si formarono cortine d'acqua che impedivano la visione del mondo di fuori. Con le dita strofinai i vetri appannati ma ugualmente non vidi nulla del paesaggio sconvolto, non vidi altro che strati di fluido che scorreva formando velature, righe, patine che riflettevano i fulgori verdastri o sulfurei dei lampi.
La corrente elettrica era saltata, ero al buio. I mobili e gli oggetti della stanza all'improvvisa luce dei fulmini comparivano come deformati, uscivano dal buio repentinamente e parevano giganteschi, per un attimo si mostravano drammatici. Parevano presenze vive e inquietanti.
Il pathos della tempesta crebbe, si fece ancora più suggestivo, divenne addirittura sinistro, perché a intervalli sentivo un suono debole e lugubre. Una risonanza di cui non comprendevo la provenienza, era a momenti un poco più forte, e altre volte un po' più debole, come se una campana venisse suonata a rintocchi chissà dove nella notte tempestosa.
I rintocchi parevano giungere da lontano come segnale di pericolo o come una richiesta di soccorso, ma il messaggio veniva attenuato dal nubifragio.
Un fulmine cadde sul tetto provocando un violento sconquasso. Malgrado l'autocontrollo feci un balzo e avvertii lo scuotimento delle antiche travi del soffitto. In quel momento qualcosa cadde sul pavimento della stanza, con un rumore metallico.
Come ho già detto non avevo una candela, e comunque non avrei potuto accenderla senza un fiammifero. Non riuscendo a vedere nulla per capirci qualcosa aspettai che ripristinassero la luce elettrica, e intanto mi sdraiai sul letto. Avrei ispezionato il pavimento con la luce del giorno.
Pian piano il temporale si attenuò, si estinse, ma senza rendermene conto mi ero già addormentato.

Al mattino il cielo era terso come un cristallo, azzurro come una coppa di lapislazzuli rovesciata sul paese. Mi avvicinai alla finestra per godere del paesaggio, ma ricordai subito che durante l'apocalittico diluvio qualcosa doveva essere caduto in terra nella stanza. Esaminai il pavimento, e a breve distanza dal camino vidi una pentolina di rame munita di un lungo manico, tutta ammaccata e ossidata. Non era una casseruola, era un vecchissimo scaldaletto. Un piccolo attrezzo da inserire in un'altra leggera struttura per tenere sollevate lenzuola e coperte che non bruciassero. La struttura di legno, detta "il prete", chissà dov'era finita, ma lo scaldino era rimasto ciondolante, appeso a un chiodo all'interno della cappa. Nessuno aveva mai più badato a quell'elegiaco aggeggio, il vecchio camino non era più in uso da tanto tempo – ora funzionavano i moderni termosifoni –, così l'antico arnese era rimasto nascosto nelle profondità della cappa, finché lo scossone provocato dal fulmine lo aveva fatto cadere.
"Ecco l'origine dei misteriosi, e inquietanti, rintocchi di campana", mormorai. "Ogni volta che una raffica penetrava nella cappa, faceva oscillare il vecchio scaldaletto, dondolando colpiva il muro e produceva il fioco suono che pareva venisse da lontano e evocava tenebrose immagini da romanzo gotico".
Stetti a guardarlo mentre altre idee scalpitavano, accendendo l'immaginazione.
I miei amici, marito e moglie, sono persone evolute, entrambi valenti medici nutriti di cultura, ma i loro predecessori, i loro antenati, erano persone semplici. Quante nascite si erano susseguite sotto il tetto della vecchia casa? Loro non erano in grado di elencarle, né di accertare la continuità delle generazioni. Ma era facile immaginare quante mani, certamente tante, tante mani, avevano utilizzato quello scaldino, carico di anni. Mani che avevano allattato, lavato, cresciuto bambini. Mani che avevano cucinato. Mani che avevano sollevato e sovrapposto pietre, squadrato travi da solaio, spaccato ceppi da bruciare. Mani che avevano arato, falciato, mani che avevano filato, ricamato, accudito e imboccato vecchi, fin quando li avevano sepolti. Mani che avevano costruito, e abbellito quella dimora amata.
Nei tanti anni che la casa visse generazioni dopo generazioni, tutte le sere invernali delle mani misero un po' di brace nel trabiccolo e scaldarono letti. Quello scaldino aveva elargito momenti di benessere a tanti ignoti predecessori e aveva ammorbidito le fredde notti della loro vita. In un paese di montagna, a dicembre, a gennaio, a febbraio, andarsene a dormire in un letto bello caldo era una magnificenza.
Stetti a guardare lo scaldino rotolato in terra e pensai a tutte le persone che lo avevano goduto. Mi chinai per raccoglierlo, e in quel momento mi raggiunse lo splendido profumo del pane appena sfornato e, ancora più incantevole, mi arrivò alle narici l'aromatica fragranza del caffè.



finestra con grata e uomo che vi si affaccia



Mentre scendevo impaziente, avido della colazione, mi tornò in mente Nino che leggeva le lettere delle sue amiche, centellinando la tazzina di caffè sotto la magnolia. Era completamente assorto, svagato, dimentico dal mondo, non aveva badato a me che mi ero alzato e me ne ero andato. Lo giustificavo pienamente, lo capivo bene. Anch'io pochi giorni prima di partire avevo ricevuto una lettera dalla mia amica Giovannella, e mi ero completamente estraniato dal presente. La nostra amicizia risale a tanto tempo fa. Iniziò quando eravamo adolescenti e sebbene da allora ci siamo incontrati poche volte, la nostra consonanza la nostra intesa è rimasta limpida e solida come un diamante. Di questi tempi non si può credere che possa durare un'amicizia tanto naturale e sincera, e sebbene sia nata tanto tempo fa è rimasta fresca come acqua di sorgente. Avevamo tredici anni e parlavamo di tante cose, idee esclusive e confidenze, bellissime utopie che probabilmente oggi non attirerebbero nessuna ragazza o ragazzo. Ciò che ha cementato la nostra amicizia sono state due realtà: una villa in toscana in stile rinascimentale, grande e magnifica, bianca come potrebbe apparire in un sogno. La mamma di Giovannella ne era proprietaria. E un'insegnante, una specie di istitutrice, che ci dava ripetizioni di latino e matematica, ma ci insegnò molte altre cose. Quella Silvana, quell'insegnante, a distanza di tanti anni, mi pare di rivederla, e mi piace ricordarla come una specie di Mary Poppins, altrettanto eccentrica e capace di sorprenderti. Sono ricordi che riscaldano l'animo e rinverdiscono la vita.
A colazione raccontai ai miei amici l'avventura notturna. L'episodio li intrattenne e li emozionò. Gli occhi di Mariella s'intristirono, disse a bassa voce: – Povera mamma. Gli ultimi giorni di vita diceva: mettimi lo scaldino nella bara, mi consolerà del buio e del freddo, mi aiuterà a sopportare l'eterna immobilità –.

I miei amici quel venerdì sarebbero stati occupati tutto il giorno per dei loro imprescindibili impegni. Dissi che avrei fatto una passeggiata a Castelli – il paese delle ceramiche –, e avrei comperato un vaso o un altro oggetto da regalare a una mia amica. In quel delizioso paese dipingono tutti, non è difficile vedere vecchi, donne, bambini, intenti a dipingere ceramiche sulla porta delle botteghe e nei laboratori che si aprono sulle strade.
Ci accordammo di ritrovarci a casa per cena, così presi la strada per Castelli non proprio sereno, la rievocazione di Mariella mi aveva turbato e non riuscivo a liberarmi di quel pensiero angoscioso che doveva aver afferrato la sua mamma. Mi impegnai a contrastarlo e presi a camminare energicamente, riflettendo.

segue nella seconda parte

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - settembre 2015



 
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