Home














STORIE DELLA CLINICA SERENITA'.
Il paziente 21

parte terza














  
 

Scampato all'incubo, non appena giunse a casa, stremato, si attaccò al telefono. Tuttavia, malgrado i frenetici e ripetuti tentativi di mettersi in comunicazione con Ernestina, l'apparecchio rimase ostinatamente muto, finché al quinto tentativo una voce registrata lo informò che "Il numero da lui composto era inesistente". Preso dalla disperazione sbatté il telefono con tale violenza che l'apparecchio emise un rantolo e morì definitivamente. A quel punto stimò che fosse un buon rimedio fare una doccia calda, calmante e analgesica. Si spogliò, prese l'accappatoio, e stava per entrare in bagno, quando si sentì a tal punto sofferente e stremato, che gli parve di non poter sopportare la testa ritta sul collo. Invece di ficcarsi sotto la doccia si sdraiò un momento sul letto dicendo: "Solo un istante per riprendere energia", ma nello stato di alterazione in cui si trovava, precipitò subito in un sonno profondo.

* * *

Intanto nella clinica Serenità tutto era stato ben predisposto: niente tovaglie di plastica sui tavoli, belle seggiole avevano sostituito quelle sgangherate e imbrattate, e qua e là sui tavoli c'erano perfino dei piccoli vasi con fiori. Perché la domenica pomeriggio i parenti venivano a trovare i ricoverati, e sebbene i malati che ricevevano le visite fossero solitamente molto pochi, la direzione si preoccupava che gli ambienti si presentassero puliti e ordinati.
Il professore in quelle circostanze preferiva estraniarsi e cercava rifugio in un angolo appartato del parco da dove poteva vedere lo stagno senza essere costretto a incontrare estranei.
Seduto su un ceppo guardava le formiche ai suoi piedi che si affaticavano a portare minuzzoli di cibo nel loro formicaio. Si chiese la ragione che spingeva quei piccoli esseri ad un'organizzazione tanto sociale e altruistica e si rispose che in primo luogo li muoveva l'istinto naturale di conservazione che è assoluto in ogni vivente, e poi forse l'amore, la forza di quel grandioso celebre verso: "Amor che muove il sole e le altre stelle". Di certo non si trattava di amore consapevole, e nessuna formica al mondo ragiona in un modo elaborato e autonomo che le consente uno slancio d'amore altruistico paragonabile a ciò che noi sappiamo esprimere. Ma a un poeta un'interpretazione scientifica come la spiegazione evoluzionista non può bastare, e quindi vedeva compiersi in esse la legge dell'amore universale.
Stette a osservarle a lungo, affascinato dal loro lavoro e dall'impegno che mettevano nel trasportare granelli e briciole enormi rispetto alla loro minuscola corporatura, fardelli smisurati per la loro dimensione così piccola. Ma più di ogni altra manifestazione e del loro modo di comportarsi gli parve meravigliosa la loro "amicizia", la loro cortesia. Quando si incontravano, venendo dal loro nido o dirigendosi verso il formicaio, si salutavano sfiorandosi con le antenne. Al professore pareva che tra loro manifestassero una forma di cordialità, al contrario della casa di cura dove prevalevano soltanto volgarità, risentimenti, ostilità reciproche, rancore. Nessuna gentilezza, o comprensione, o indulgenza, vi si notava: c'era solo inimicizia, inquietudine, irritabilità, agitazione. Mentre tra le formiche tutte si occupavano del bene comune, nella casa di cura pareva che le famiglie degli ammalati si fossero sbarazzate di loro, lasciandoli in un abbandono completo perché troppo scomodi da gestire.
Il comportamento delle formiche e quel loro scambio di complimenti, come lui li immaginava, dovette allietarlo molto. Certamente fu per quell'impressione che in seguito fece uno strano sogno: delle formiche si arrampicavano su per un lungo filo bianco tra gli alberi del parco e pareva che salissero al cielo. Poi si accorse che non si trattava di un filo, ma di un raggio di luna e che le formiche vi si arrampicavano sopra, salivano su, sempre più su lungo quel raggio, trasportando minuscole perle, frammenti di petali di rosa, piccole lacrime. Il poeta non comprendeva cosa significasse quel tragitto, quell'andirivieni, ma la voce di qualcuno che non voleva mostrarsi disse: "Vecchio poeta, ammira le formiche, trasportano particelle di tenerezza. Trascinano frammenti d'amore lontano dalla terra dove si corromperebbero. Li portano sulla luna dove possono conservarsi inalterati, preservati dal disfacimento per sempre ".
Quando si svegliò si chiese che rapporto poteva esserci tra lui e quei piccoli esseri tanto impegnati a trasportare minuzzoli e frammenti, che nel sogno evidentemente rappresentavano cibo per l'anima. In definitiva per quale ragione era rimasto così impressionato dalle formiche ? Non si era mai interessato né degli imenotteri né di nessun altro insetto, tranne che per scacciarli. Certamente c'era un collegamento tra il sogno e la sua vita o più ragionevolmente tra le formiche e la sua cultura letteraria. Prese a rifletterci; si disse che se cercava nel suo passato avrebbe compreso il nesso. Doveva frugare un poco nel magazzino della memoria e mentalmente rovistò tra i libri della classicità, tra i ricordi del mondo greco-romano, che amava e in cui molto spesso cercava rifugio. Infatti esplorando e setacciando tragedie, commedie, favole e miti ricordò uno degli autori che preferiva, e subito gli venne in mente il suo capolavoro: "Le metamorfosi", e la favola che spiegava tutto.
Apuleio nel suo libro aveva raccontato la leggenda di Psiche, la bellissima donna-anima che Venere maltratta per gelosia e obbliga ad ardue prove. Tra queste malvagità la dea impone a Psiche un difficilissimo compito: separare semi di varie specie mescolati in un unico grande mucchio. Psiche è disperata, ma ecco arrivare in suo aiuto una legione di formiche. Le formiche si impegnano a salvarla e con amore risolvono il problema separando rapidamente i semi. Altruismo e amore trovano la loro celebrazione nell'episodio narrato da Apuleio, e il vecchio poeta rinchiuso nella clinica psichiatrica doveva aver ammirato molto quel racconto quando lo aveva letto. Il professore ha un trasalimento. Un'emozione misteriosa di inspiegabile intensità, un tumulto, un fermento creativo lo pervade inaspettatamente e, sorprendentemente, gli nasce nella testa un'idea affascinante: scriverà un poema sull'amore.
L'amore è una forza immensa, potente, più forte della gravitazione universale; è il fondamento e la causa della vita. Lui lo avrebbe rappresentato in una forma nuova, originale e magnifica.
Non si rendeva conto di quale impegno terribile stava caricando la sua mente già tanto provata. Repentinamente decise che avrebbe abbandonato il progetto fin lì nutrito di scrivere un raffinato commento al libro di Campana; si sarebbe dedicato invece a un'opera il cui fondamento sarebbe stato l'amore, riconoscibile in ogni forma dell'universo. Per la prima volta dopo anni e anni sentì un senso di soddisfazione piena irrompere in lui, colmarlo, appagarlo. Forse ci sarebbero voluti molti anni per portare a termine quel grande disegno e un impegno eccezionale, ma la sua vita avrebbe di nuovo avuto uno scopo, avrebbe dato un buon termine alla sua esistenza al suo essere nel mondo. Avrebbe lasciato una testimonianza da cui i posteri avrebbero ricavato qualche insegnamento .



quadro Bosch
Pensando a Bosch : Ferocia e Follia



Quando Stefano si risvegliò era già notte, una notte primaverile tiepida e serena. Il cielo, ora del tutto sgombro, era inondato dalla luce della luna, di una bella luna piena, sovrana del cielo, che risplendeva maestosamente.
Non riusciva a ricordare che cosa gli fosse accaduto, ma aveva l'impressione di aver fatto un sogno spaventoso. Sebbene non avesse più l'emicrania lancinante provava però una sgradevolissima pesantezza di testa. Adesso pareva gli avessero riempito il cranio di sabbia, o di pesante limatura di ferro, e che muovendo la testa quella polvere all'interno si spostasse sconvolgendolo.
– Forse sto proprio male – , disse tra sé. – Ma che genere di male? Solo un forte raffreddore o qualcosa di molto peggio? Forse un virus orribile che aggredisce gli organi interni, paralizza e impedisce di ragionare. Anche l'epidermide ne potrebbe essere alterata? Lo specchio del bagno però non gli restituì un'immagine agghiacciante. Si vide con la sua solita faccia: gli occhi erano arrossati e cerchiati e la barba era la solita barba lunga di un giorno, ma non comparivano chiazze gialle o verdi, o gonfiori e protuberanze orribili.
Tuttavia aveva un gran caldo. Confuso, malridotto, imbambolato andò alla finestra e si sporse a guardare la luna. La fresca umidità della notte gli regalava una gradevole sensazione di refrigerio, la morbida luce lattea illuminava quieta e pura le case e le strade. Col passare dei minuti sentiva però che il suo stato di salute stava peggiorando, e finalmente si rese conto che doveva misurare la temperatura. Da qualche parte in casa doveva esserci un termometro. Gli costò una gran fatica cercarlo, ma infine lo trovò e se lo cacciò in bocca. Dopo poco lo guardò: segnava quaranta. "Febbre da cavallo" disse tra sé.
Tornò alla finestra a guardare il disco luminoso e col pensiero invocò intensamente Ernestina, che venisse subito su un tappeto magico a consolarlo. Lo pensò fortemente.
E, quasi avvenisse davvero un miracolo, proprio in quel momento bussarono furiosamente alla porta.
Guardò l'orologio, erano le 23. Si trascinò all'ingresso come un bambino fiducioso.
Aprì e si vide davanti Ernestina, accompagnata da un'amica. Ernestina aveva le labbra strette gli occhi dilatati e fitte rughe attorno alla bocca, esprimeva tutta la collera, il disappunto, la stizza di una donna che da ore e ore cercava di rintracciarlo senza riuscirci. Però vedendo Stefano che aveva sulla testa un asciugamano attorcigliato come un turbante, e un altro telo intorno alle reni come un pareo, con gli occhi cerchiati che parevano lividi, la barba che segnava un'ombra bluastra sulle guance tremanti, e una strana espressione impaurita, arrestò la sfuriata che stava per straripare e rimase interdetta.
– Stefano, che cosa ti è accaduto? È da mezzogiorno che ti cerco, ho provato mille volte a telefonarti, poi sono venuta fin qui a cercarti. Ho bussato e bussato. Dovevamo pranzare insieme ma sei scomparso. Il tuo telefono era muto … Insomma cosa ti è capitato ? –.
– Non lo so. Sto molto male –.
E poi o per l'emozione o per l'aggravamento dell'infermità cominciò a tossire che pareva si strozzasse.
Ernestina e la sua amica prepararono un caffè forte e lo obbligarono a mettersi a letto. Stefano peggiorava visibilmente, si era messo a sedere e rabbrividiva e sussultava e aveva l'espressione di un folle: gridava contro certi cani immaginari che volevano assalirlo. Non avendo altri mezzi le due ragazze presero una busta di plastica, la riempirono con dei cubetti di ghiaccio presi dal frigorifero e glie la misero sulla testa. Ma poi, dato che si agitava e manifestamente pareva aggravarsi, chiamarono il Pronto soccorso e lo fecero ricoverare in ospedale.
E in ospedale il giovanotto rimase a lungo: l'infermità era peggiorata degenerando in polmonite.

Solo quando dovette rassegnarsi infine a un periodo di convalescenza, cominciò a leggere il libro recuperato in casa della sorella del professore e scoprì i "Canti orfici". Dalla prefazione seppe chi era Dino Campana, e comprese che tra il professore e quel poeta c'era una sintonia spirituale o un feeling ideale: anche il povero Campana era stato ricoverato, ed era poi morto in manicomio. Forse proprio per questa ragione il professore amava quel poeta, e quel libro. In ogni caso erano poesie certamente molto belle.
Ma quella lettura lo portò, sia a un apprezzamento che a un'avversione per l'opera del Campana. Impiegò molto del tempo che aveva a disposizione in lunghe riflessioni su quell'autore, meditò ostinatamente, cavillosamente sull'ispirazione poetica, sulla folgorazione creativa, sull'influenza o forse l'efficacia della pazzia. La creazione letteraria e la follia potevano forse essere simbiotiche ? Una sera, inverosimilmente, gli parve che dietro l'orecchio una voce bisbigliasse: "Accenderai un rogo con quel libro".
Rimase incerto, non seppe risolvere se l'allucinazione acustica confermasse il suo impaziente fervido desiderio di pubblicare le poesie del vecchio maestro provocando un'esplosione di entusiasmo, un incendio di fervore di un imprecisato pubblico. O se invece, proprio al contrario, gli venisse consigliato di bruciare sia il manoscritto che tutti gli altri appunti esistenti come la creazione di un folle. Quel tremendo dubbio gli divampò nell'anima affliggendogli la convalescenza.
Così, invece di quietarsi e cancellare i pensieri insensati, riprese a speculare sulla possibile trasmissione della pazzia. Sebbene non avesse mai sentito parlare di un agente patogeno all'origine di un effetto tanto terribile, però ricordava l'esistenza di un fenomeno definito contagio psichico che era stato usato dalla propaganda nazista e anche da quella sovietica, fondato sulla suggestionabilità e sull'imitazione comportamentale.
Poi gli tornarono in mente casi di persone che improvvisamente avevano presentato segni di pazzia o eccessi furiosi di comportamento. Misteriosamente l'ambiente della clinica avrebbe potuto essere contaminato, a dispetto di ogni certezza scientifica, e contagiare chi fosse entrato in quell'edificio.

* * *

Nel periodo in cui Stefano trascorreva le giornate in ospedale, laggiù nella grigia casa di cura al margine della città, il professore scrutava e indagava l'oscurità da dietro le sbarre della finestra, e sospirava.
Una notte, a tarda ora, quando tutta la clinica da tempo era immersa nella quiete notturna e lui non riusciva a prendere sonno pensò a un atto drammatico, estremo: compiere su di sé un'azione definitiva. Ecco. Quell'atto lo avrebbe liberato per sempre da ogni spaventosa angoscia.
il professore da giorni rifletteva se ostinarsi a vivere, perseverando con fatica nella realizzazione dell'opera che lo riempiva di speranza, o se farla finita con la tribolazione della malattia e l'infamante etichetta di pazzo.
Accettando la logica della condanna disse a sé stesso: "Chi si è perduto dovrà soggiacere alla pena infernale della degradazione, dell'umiliazione spirituale, e dovrà sopportare. Costui dovrà patire l'abiezione, scendere fino all'ultimo gradino dell'avvilimento, dell'indegnità estrema, e giunto alla disperazione, implorerà l'aiuto divino. Allora gli sarà dischiuso il cuore all'amore. Questo mistero, che è la via più diretta, più vera e più chiara per la comprensione dell'esistenza, è anche il più rallegrante e lo consolerà. Il derelitto a quel punto saprà perdonare lo spietato codice, il malvagio sistema del mondo che non tollera i deboli. Allora si comporterà come insegnava Platone: il vero filosofo non aspira alla gloria, ma desidera spingere gli altri alla vita onesta, alla vita buona. E il poeta diffonderà lo spirito dell'amore, perché tutti sappiano che nell'amore è la salvezza del mondo. La sofferenza distrugge la persona ma possiede anche il potere della metamorfosi".
Gridò: "Se sono un vero poeta dovrò resistere …"
Un infermiere aprì sgarbatamente la porta, fece cadere delle gocce in un bicchiere con dell'acqua e glie le diede da ingoiare.

* * *

Dimesso dall'ospedale e felice di rientrare a casa sua, Stefano non appena tornato vide subito nella cassetta delle lettere una busta con l'intestazione azzurra della Casa di cura Serenità.
Aprì la lettera perplesso, e anche un po' infastidito. Quale ragione poteva avere la direzione della clinica per scrivergli? Lui ci aveva messo i piedi non più di tre o quattro volte, e non era neanche parente del ricoverato a cui aveva fatto visita. Era una comunicazione laconica e misteriosa: "… Lei è pregato di mettersi in contatto con questa direzione appena possibile. Distinti saluti".
Stefano la lesse e non sapendo darsi una spiegazione la lasciò sul tavolo della cucina.
La rilesse ancora il giorno dopo, mentre faceva colazione, e provò un senso di ripugnanza. Quel messaggio gli era sgradito, il dovere di recarsi nel luogo su cui aveva tanto riflettuto gli aveva causato una irragionevole inquietudine.
Ma non poteva abbandonare senza nessuna ragione il suo professore già tanto maltrattato, umiliato, sofferente.

Due giorni dopo si decise infine ad andare alla clinica, un pomeriggio sul presto, e al banco dell'accoglienza chiese come sempre di poter vedere il professore.
– Non c'è più – , gli risposero.
– Come, non c'è più ? – replicò stupito.
– Vada in direzione, là le spiegheranno tutto –, risposero freddamente, e gli voltarono le spalle.
La direzione era un ambiente antipatico. Lo accolsero con un'aria che gli parve esitante. Il giovanotto pensò: "Questi della direzione hanno uno strano atteggiamento diffidente, ma non sono esitanti perché insicuri. Ci deve essere qualche altra ragione".
Gli domandarono quale relazione esisteva tra lui e il professore, poi gli chiesero un documento di identità, infine gli porsero un pacco avvolto in carta gialla e una busta su cui era scritto: per il dottor Stefano Salmiraghi , s.g.m. , e stettero a guardarlo.
Stefano più che meravigliato era sconcertato. Chiese – Che cosa significa questa messinscena? Insomma perché vi comportate in un modo tanto sospettoso. Non mi avete mai creato difficoltà precedentemente. Cosa è accaduto? Non è la prima volta che entro in questa clinica. –
Lo introdussero dal direttore: un autorevole anziano psichiatra che gli comunicò senza delicati preamboli il decesso del professore. Era morto una settimana prima; nella sua stanza avevano trovato la lettera indirizzata al dottor Stefano Salmiraghi, che infatti gli era stata consegnata subito.
Il giovanotto rimase sgomento, addolorato. Ma poi si rabbuiò, si adirò addirittura, quando il direttore cominciò a fargli un mucchio di domande inopportune. Gli chiese le ragioni che lo avevano portato a venire a visitare il professore, che tipo di relazione era esistita tra loro, e gli rivolse ancora vari quesiti indiscreti. Riconoscendo che Stefano già rattristato dalla brutta notizia aveva ragione di essere risentito, spiegò allora il perché di quel colloquio che pareva proprio un'indagine di polizia.
Il professore era morto in circostanza quantomeno strane. Era stato trovato in una posizione incomprensibile: steso sul pavimento della stanza con intorno al corpo quaderni e fogli sparsi e sgualciti. Ancora più misteriosi erano i graffi sulle braccia e sul collo, alcuni anche profondi, del tutto inspiegabili. Pareva molto difficile che il vecchio se li fosse inferti su di sé, uccidendosi in quel modo. Quel decesso si sarebbe potuto spiegare come l'esito di una lotta corpo a corpo, se un'interpretazione tanto stravagante fosse stata ammissibile. Ma tale ipotesi era assolutamente inaccettabile. Stando al referto medico il vecchio era morto per arresto cardiaco. Quando fu a casa Stefano dovette fare forza su se stesso per aprire il pacco e la lettera. Il pacco conteneva, come aveva previsto i quaderni con i "Canti dissennati", ultimo impegno del professore. Il messaggio a lui rivolto diceva:
Caro Stefano,
Quando leggerai questa lettera è probabile che io non sia più raggiungibile. Il male che mi divora non mi dà requie, non posso sopportare più queste crudeli aggressioni. O mi ucciderà lui, o sopprimerò me stesso con questa mano che ora scrive.
Caro ragazzo, prima di andarmene per sempre debbo dirti qualcosa che ti impressionerà e suppongo che rifiuterai. Certamente rimarrai stupito da ciò che penso e dico, ma dovrai accettarlo, dovrai prenderne atto, che tu voglia o no.
Ho voluto bene a tutti i miei allievi, ma per te ho avuto un apprezzamento, un'ammirazione particolare, perché non sei normale. Come vedi parlo chiaro, senza esitazione e senza nessuna remora.
Essere anormali può significare essere dotati di qualche qualità eccezionale. Oppure si riferisce al termine latino "deficere", ovvero è un giudizio che si applica a colui che manca di qualche requisito sia fisico che mentale. Tu non manchi di nessuna capacità o attitudine. Non sei difettoso anzi sei dotato, ma sei provvisto di ciò che il mondo giudica inutile o superfluo, poco o per nulla redditizio: una fortissima emotività, un gusto raffinato e perciò accessorio, incomprensibile ai più. Sei troppo sensibile e quindi potenzialmente sei un poeta, basta questo attributo per classificarti come un "non normale".
Ai miei occhi sei uno scrigno d'oro, un introverso prezioso, un amico eccellente, un alleato contro i diabolici aggressori che ostacolano la vita di tutti e in modo particolare dei ricchi di spirito, come noi.
Caro ragazzo proprio per la grandissima fiducia che ripongo in te affido alla tua abnegazione e alle tue cure le mie liriche che sono le uniche creature scaturite dalla mia vita rimaste vive. Creature che amo e che giudico amabili e che vorrei tanto non andassero perdute. Presso il notaio Salvadori troverai una somma di denaro che già gli avevo affidato per lo scopo ambito: consentire la pubblicazione delle mie liriche. Avrai quanto basta per procedere alla realizzazione di un'opera che certamente saprai curare molto bene.
Addio mio carissimo, con tutto l'affetto e la stima che un vecchio debole, malato e matto nutre per te.


Stefano si strinse nelle spalle e sospirò. Ebbene se anche io sono un matto allora posso dire: "Lo ha ucciso il Male perché voleva scrivere un poema sull'amore. Tutto il contrario dell'incubo che ho avuto prima di finire in ospedale".
Rise di un riso nervoso e liberatorio. Poi tornò serio e pensoso e si chiese: "E ora che ne faccio delle liriche del professore ? Ho idea che avrò il dovere di pubblicarle. Chiederò il parere di Ernestina".

FINE

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - aprile 2015



 
English Version Home