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STORIE DELLA CLINICA SERENITA'.
Il paziente 21

parte seconda














  
 

Mentre Stefano, seduto accanto al finestrino stava guardando distrattamente passare le villette a schiera, le brutte vecchie abitazioni e gli antiestetici magazzini o stabilimenti della zona periferica attraversata dall'autobus, intanto rimuginava immagini e parole che gli si erano fissate nella mente poco tempo prima. Cercava di spiegarsi impressioni contraddittorie, e riesumava nozioni di scienza medica assimilate superficialmente, su cui di certo non poteva fare assegnamento, e che non solo non lo aiutavano, ma peggioravano il suo stato d'animo. Si poneva avventate domande: "Che cosa si sa di sicuro al giorno d'oggi della pazzia? Se ne ha una conoscenza scientifica approfondita, verificata e completa? Può essere contagiosa? Ho avuto forse una grave allucinazione? Sono diventato pazzo andando a trovare un infermo ricoverato in una clinica psichiatrica ?"
Si sentiva perseguitato dai dubbi, colpito a tradimento da pensieri nocivi, infestanti, che cercava di tenere a bada usando la razionalità elementare che ogni persona di buon senso crede di possedere. Provava a contrastare la paura con una sana logica, buona per muoversi tra le insidie della quotidianità, che era sempre stato sicuro di saper amministrare, ma che in quel frangente vacillava, e lo faceva dubitare.

* * *

Nello stesso momento in cui Stefano, seduto sull'autobus che lo trasportava in centro città, si tormentava ponendosi mille domande senza risposta, il professore nella sua stanza era ugualmente importunato da altri quesiti difficili, esasperanti, anche se i dubbi che lo tormentavano erano di diversa specie e le domande assillanti vertevano su conseguenze particolari della sua patologia. Si ostinava tuttavia sopra una riflessione impraticabile, somigliante a un viaggio al di là di confini già esplorati. Come un viaggiatore che pensasse di potersi addentrare in territori ignoti, nei regni dell'oscurità, il professore si stava gravando di una fantasticheria consentita solo a un pazzo, appunto, o a un'artista.
Stava seduto immobile, al centro della sua stanza, e sembrava fissare il vuoto; chiunque avrebbe avuto questa impressione. Stava invece guardando le inferriate che sbarravano la finestra. Pensava che quella precauzione, applicata a tutte le aperture della villa, era stata disposta perché i matti ospitati nella clinica non potessero scappare. Ma i mostri potevano entrare invece. Eccome se potevano entrare, maledizione! Gli orrendi mostri, entità diaboliche, che gli comparivano davanti subito prima degli assalti del male.



finestra con grata e uomo che vi si affaccia
Il professore scruta l'oscurità della notte



Non c'era soluzione al problema che lo perseguitava, e nessuno avrebbe potuto fornirgli una spiegazione tanto soddisfacente da convincerlo. Continuava quindi a porsi la stessa domanda: quelle figure o ectoplasmi, o larve, che gli apparivano tanto sensibilmente corporee, arrivavano dall'interno del suo cervello ? Là internamente di certo avvenivano esplosioni di cellule malate o cortocircuiti di neuroni; erano loro che producevano quelle mostruose idee? Erano create da scariche di energia negativa quelle forme illusorie che generavano folgori di buio invece che balenii di luce ?
Oppure quelle erano verissime entità esterne al suo corpo materiale, che comparivano quando lui veniva reso fragile e permeabile dal male. Era il male nemico, dentro di lui a aprire la porta e permettere a quelle figure terribilmente angosciose di arrivare fin dentro la sua testa, non sapeva da dove, e rendersi visibili, e venivano da fuori per perseguitarlo e insultarlo?
"Così parlerebbe un esorcista", disse a se stesso, e quella considerazione lo disgustò. Ma pure respingendo l'interpretazione dell'immaginario esorcista, e quantunque confutasse quella spiegazione, rimase incerto sul mistero e assai sconfortato.
"Sei matto, ma non sei sciocco" pensò di sé, continuando a dialogare con se stesso. "Sai bene che le sbarre per quanto fitte non fermerebbero neppure sostanze come fumo o nebbia, che sono realtà sottili ma concrete e misurabili, quindi elimina la stupida idea di un qualsiasi sbarramento. Figurati se potrebbero fermare gli spiriti, mio caro matto! Stai osservando l'inferriata e però mediti ben altri ostacoli". Rise amaramente. "Stai ricordando quella circostanza in cui lo spaventatissimo poeta Ivan Nikolaevič Bezdomnyj inseguiva l'artista di varietà, l'eccezionale esperto di magia nera.
Il poeta era entrato nella cucina di una casa, là aveva preso un cero e anche un'icona stampata su carta, che aveva staccato dal muro e si era appuntata sul petto, sicuro che lo avrebbe protetto, perché avrebbe spaventato il misterioso e malvagio artista. Così acconciato e tutto sporco, lo stimato poeta si era presentato al ristorante Griboedov in mutande, col cero in mano e l'icona attaccata sulla camicia … e era finito in manicomio".
Ricordò quella scena comica, descritta nel libro amato, e sorrideva ripensandoci, ma poi tornò a incupirsi.
"Mi rimane una grande, anzi un'enorme, domanda senza risposta, ed è più facile chiedersi l'origine dell'universo. Queste entità oscure agiscono sulla realtà? la ragione le rifiuta. Però se mi applico a un esercizio di analisi della storia, a una interpretazione apocalittica dovrei dire. Insomma se la studio sbarazzandomi di vincoli scientifici e dogmatici, e ripercorro come presero forma tanti avvenimenti del passato che hanno colpito crudelmente l'umanità, posso arrivare a una conclusione straordinariamente fantapolitica, o orribilmente disumana. Per esempio se considero il corso degli eventi e i comportamenti tenuti in certi tragici momenti dalle personalità che credevano di agire convenientemente, debbo riconoscere che si erano solo illusi di guidare gli eventi; insomma le azioni compiute da quei signori sfuggirono al loro controllo. Coloro che credevano di essere leader lungimiranti e strateghi, erano esecutori di disegni perversi concepiti da altra - o altre - intelligenze.
Se ricordo bene, la genesi della prima guerra mondiale fu innescata da una incredibile serie di errori e contrattempi. Tranne i grandi industriali costruttori di armi, e i circoli di esaltati interventisti dell'epoca, perfetti esempi di idioti manovrati, i regnanti e i capi di stato che a quell'epoca governavano le nazioni europee non desideravano entrare in guerra. Eppure la catastrofe si avviò ugualmente.
Non molti anni dopo, nessuno, nemmeno il pazzo Hitler, poteva prevedere il massacro immane che il secondo conflitto mondiale avrebbe prodotto. Non avrebbe di certo immaginato che la sua Germania sarebbe stata ridotta a un immenso cumulo di macerie ".
E come stiamo evolvendo, migliorando e arricchendoci culturalmente oggi ? con una mescolanza, una aggregazione planetaria (la globalizzazione) un' unica sterminata comunità; un gregge mondiale di persone inebetite incollate alla televisione o al telefono cellulare a godersi uno spettacolo uniformato standardizzato degli orrori …
Un infermiere aprì la porta della stanza, senza bussare, gli misurò la pressione e la temperatura, e se ne andò, ma a quel punto al professore era passata la voglia di continuare ad addentrarsi nei misteri della mente. Sebbene infastidito da quella sgarbata irruzione, non poté fare a meno di ricordare il libro che aveva letto molte volte e che ricordava perfettamente. Quel libro amato era stato scritto con magistrale ironia, ma, dietro la caricatura e la rappresentazione sarcastica dell'antico Signore del Male, era tratteggiata la terribile realtà della nazione russa negli anni trenta, gli improvvisi controlli della polizia segreta, le sparizioni di molte persone, i favoritismi spudorati, le purghe staliniane e tanti altri orrori.
Sebbene fosse un'altra epoca e lui fosse fuori di quel romanzo, ebbe la certezza che nella sua personale esistenza aveva sperimentato qualche capitolo del libro privilegiato.

* * *

Due giorni dopo era domenica. Avendole dato preavviso per tramite di una difficile ma abile conversazione telefonica, Stefano si recò in visita dalla sorella del professore. La donna: una signorina anziana, burbera, miope, segaligna, si era mostrata prevenuta e diffidente. Lasciando in piedi Stefano sulla soglia lesse lentamente, imperturbabile, la lettera di presentazione vergata da suo fratello, rifletté per un poco, e infine con freddezza fece entrare il giovanotto. Gli aprì la porta dello studio e lo lasciò libero di cercare il libro desiderato. La stanza del professore era rimasta tale e quale l'aveva lasciata quasi due anni prima, ma evidentemente era stata riordinata con cura e veniva regolarmente spolverata, anche se la signorina, che viveva ormai sola, non si interessava di quella raccolta di libri. Stefano si guardò intorno.
Era una grande stanza, su tre lati era ricoperta da librerie e nello spazio di una di esse era stata lasciata una rientranza, un vuoto che poteva contenere un letto accostato alla parete. C'era al centro della stanza una bella antica scrivania, una poltrona di cuoio, e alla destra della finestra un nero pianoforte verticale che pareva essere stato maltrattato. Lo sguardo di Stefano fu colpito da un grosso cilindro di vetro, simile a un contenitore per farmaci, posato sulla scrivania. Dentro c'erano pezzi di stoviglie, lettere lacerate, occhiali rotti, fotografie strappate e tanti altri frantumi, ma più sconcertanti di tutto erano i numerosi brandelli di banconote che saltavano agli occhi. Si vedevano cartemonete fatte a pezzi mescolate a tutti gli altri frammenti di oggetti disastrati. La signorina, vedendo Stefano stupito guardare il vaso, commentò aspramente: abbiamo lasciato di proposito questo monumento a testimonianza rivelatrice, e rilevante, delle sfuriate di mio fratello. È un campionario di nefandezze. Quando uscì dallo studio col libro in mano la signorina gli offrì un caffè. Si sedettero a parlare e Stefano, volgendosi verso una fotografia incorniciata che ritraeva il professore da ragazzo, seppe dirigere con abilità il colloquio sollevando accortamente l'argomento che lo interessava. Spiegò alla signorina che era rimasto assai meravigliato, dopo il lungo periodo in cui non si erano più incontrati, di avere rivisto il professore in ottima salute. Lo aveva trovato perfettamente in sé, cosciente, molto attivo, equilibrato, avvinto all'impegno di scrittore. Evidentemente il professore aveva tratto grande giovamento dalle cure che gli avevano praticato nella clinica, tanto che, secondo Stefano, pareva inaccettabile, addirittura crudele, lasciarlo in quella casa di cura.
Come aveva previsto, la signorina reagì con nervosismo, freddamente, aspramente. Si lasciò andare a tutta una serie di obiezioni e contestazioni. Raccontò al giovanotto le terribili crisi di follia in cui era precipitato suo fratello. Illustrò i danni che aveva procurato alla famiglia, chiarì che lei non era più in grado di accollarsi responsabilità di tale misura. Fin da bambino suo fratello aveva avuto un carattere chiuso e aveva sofferto di tanto in tanto di attacchi di epilessia. La sua era una famiglia sostanzialmente semplice, anche se benestante, e non avevano dato troppa importanza a quei segni. A quel tempo era sempre impegnato con l'insegnamento, sempre chiuso nello studio tra i suoi libri. Loro non lo capivano. Poi si era innamorato, o meglio si era fatto accalappiare da una sgualdrina ed era precipitato nell'abisso della pazzia. E non si era potuto fare altro che scegliere la migliore clinica perché lo curassero.
Stefano ringraziò la signorina, disse che sarebbe tornato a trovarla e col suo permesso avrebbe cercato i quaderni del professore. Siccome le piacevano i fiori lui le avrebbe portato una pianta rara che le avrebbe fatto piacere. La signorina lo salutò senza entusiasmo ma non gli impedì di tornare. Il giovanotto uscì da quell'arida casa con un senso di gelo e un'amarezza profonda. Ghignò tra sé, rattristato, pensando a quella gente. I familiari del professore avevano assistito al crimine più orrendo che quello poteva compiere: davanti a loro aveva strappato un mucchio di banconote, aveva distrutto un capitale. Delitto peggiore non avrebbe potuto attuarlo, e se ora pagava i suoi peccati era per una giusta punizione.
Quando fu in strada guardò il cielo, poi guardò l'orologio, e subito dopo tornò a guardare il cielo. Erano passate da poco le 12 ma una luce fosca, abbuiata, lugubre, pareva incombere e offuscare strade, edifici, negozi, cartelli pubblicitari, alberi, automobili. Dense nuvole nere si addensavano sulla città, e si accumulavano con una rapidità sconcertante, come se un pastore avesse grande urgenza di radunare in fretta e furia un gregge di pecore nere.
Avvertiva un forte mal di capo, aveva passato tutta la notte a scrivere un articolo per il giornale, che avrebbe consegnato il giorno dopo, lunedì. Aveva dormito ben poco, sì e no un paio d'ore, ma aveva deciso ugualmente di recarsi dalla sorella del professore. Adesso il brutto tempo aveva peggiorato l'eccessiva stanchezza; e i segnali di un'imponente burrasca che si avvicinava erano evidenti, così il mal di capo si era aggravato ed era mutato in emicrania lancinante. Scese dall'autobus abbastanza vicino al suo alloggio, pensò di correre a casa, cambiare abbigliamento per vestirsi in maniera meno formale, mangiare qualcosa o non mangiare del tutto, e nel pomeriggio andare di nuovo alla clinica Serenità.
Un attimo dopo il cielo fu illuminato da bagliori violenti, un'adunata di tuoni e fulmini si scatenò violentissima. Il giovanotto cominciò a correre, e mentre stava correndo un fulmine piombò su un palazzo vicino con uno schianto formidabile che lo spaventò. Guardò di nuovo il cielo: le nuvole avevano assunto un aspetto sinistro, parevano solfuree di sotto e nere al di sopra. Un attimo dopo venne giù un cataclisma di pioggia, uno smisurato nubifragio. Il diluvio trasformò la strada in un torrente impetuoso, in una piena, tanto che il giovane dovette rifugiarsi sotto il portico di un palazzo. Era fradicio di pioggia e cominciò a provare i brividi di un'influenza improvvisa e forte. Peggio non poteva andare.
Anche un'altra persona si era riparata là sotto: un vecchio che pareva un mendicante stava in piedi nell'angolo più recondito e più buio, e aveva accanto a sé un cane. Stefano l'osservò di sfuggita, disinteressato, ma poi lo esaminò meglio. Era un vecchio che portava enormi occhiali neri, accompagnato da un cane lupo. Era certamente un vagabondo cieco che chiedeva l'elemosina, infatti aveva un cartello appeso al collo su cui era scritto "Se sganciate qualche spicciolo la prossima disgrazia non vi colpirà. Le sventure sono improvvise e imprevedibili".
Stefano irritato dal cartello, dall'emicrania, dall'impossibilità di raggiungere rapidamente casa, meditò: "Che razza di meteorologi abbiamo in questo paese, questo temporale non era previsto". Ebbe un trasalimento di sorpresa quando il mendicante proferì con voce profonda, rauca e ghignante: – Ha ragione, dottore, questi meteorologi non sanno prevedere neanche un caso molto semplice, figuriamoci problemi più complicati come una nevicata in luglio. E il prossimo luglio farà freddo da queste parti, molto freddo –.
Stupefatto Stefano replicò: – Ma io non ho aperto bocca non ho detto niente –.
– Caro simpaticissimo ragazzo, ma basta guardarla per sapere tutto di lei: lei da qualche tempo fa il giornalista, ha una graziosa ragazza che si chiama Ernestina ed è intenzionato a scrivere una biografia come premessa a una raccolta di notevolissime poesie –. Stefano provò una strana sensazione: il mal di capo era insopportabile, ma assieme alla sofferenza ebbe l'impressione di sprofondare in un vortice nero, orrendo più del dolore alla testa. "L'influenza che mi sono beccato mi sta divorando", pensò.
– Chi è lei, diavolo di un uomo ? – Chiese. Il cane ringhiò scoprendo le zanne in una manifestazione di evidente ferocia, e il giovanotto per quanto fosse ottenebrato notò che gli occhi della bestia erano diventati rossi, rossi e malefici.
– Caro amico –, Stefano percepì un segnale niente affatto amichevole nell'espressione amico, – lei sta leggendo con grande interesse, con totale partecipazione, o più semplicemente, con intenso piacere un libro che a Noi non piace. Non ci piace come fu rappresentato il nostro Massimo Maestro, con tanta ingenua abilità, e con tanta sicumera. Perciò dovrò introdurre nella sua testa le basi della vera e buona cultura … –
Stefano troncò animosamente, addirittura convulsamente, l'avvertimento del medicante, e nello stesso tempo provò un incomprensibile terrore: – Chi è lei? Come sa tante cose su di me? Chi le ha chiesto di pedinarmi, la mafia? È per il lavoro che svolgo al giornale ? – – Non sia ridicolo, ragazzo, non si monti la testa, lei non ha alcuna rilevanza, non vale nulla come scrittore. Figuriamoci come giornalista, ci infastidisce invece il suo affetto e la sua venerazione per il professore che abbiamo spedito in manicomio, e detestiamo anche il piacere che sta provando nel leggere quel libro. –
– Ma di quale libro parla? insomma chi diavolo è lei ? –
– Si deve riconoscere che il ragazzo ha intuito –, sogghignò il cieco. – Può chiamarmi Ammut, Beemot, Utukku, Mefistofele, Belfagor, Azazel, Astarotte, Asmodeo, Iblis, Lilit, Simon-Mago, Giuda, Satana e quanti altri nomi le piacciano, per me fa lo stesso, mi calzano bene tutti –.
Sembrò aumentare di statura e diventare più scuro, più sordido, si amalgamava con l'ombra del portico. La voce divenne profonda, disumana, crudele: – Stai attento. Al tuo professore è stato dato il dono della poesia, della vera poesia, e il poeta, il sicuro poeta, penetra e comprende ciò che tutti gli altri, uomini e donne, non possono capire. Perciò gli abbiamo un po' guastato il cervello, solo quel tanto che basta a infiammargli il talento, e lo abbiamo spedito a soffrire in una casa di cura molto più comoda di un vero manicomio. Capirai che questo è un trattamento di favore, ma dovremo ripagarlo a dovere e con una retribuzione maggiore a cose fatte. Aspettiamo che scriva il libro che ha in mente prima di farlo divorare dal terrore – .
– E che libro ha in mente ? –. Chiese Stefano annientato dall'emicrania, dalla febbre, dallo stupore, e dal terrore. – Propriamente non ha nessun'idea organizzata. Sta per avere un'ispirazione che lui troverà splendida. È sicuro di possedere una superiore consapevolezza ma non sa da dove trae idee così nuove e originali. La sua coscienza e il suo talento, per quanto sia degradata l'una e geniale l'altro, non possono arrivare a livelli tanto elevati. Ossia l'idea glie la stiamo immettendo goccia a goccia. Lui deve solo esporla in belle lettere –.
– E quale sarebbe questa grandiosa idea ? – Chiese il giovanotto completamente frastornato, molto spaventato.
– Dovrà esporre efficacemente, e rendere evidente che Gesù Cristo ha fallito. Non ha potuto fare niente per abbattere il nostro Sommo Maestro. Il così detto Messia molto tempo fa si rifiutò di accettare un immenso potere, e di giovarsene, ma fece anche di peggio: sbeffeggiò il grande Angelo delle tenebre. Così pagò nel più brutto dei modi il suo tentativo di persuadere gli uomini ad amarsi come fratelli –. Concluse la frase con una fragorosa, orrenda risata. – Questo fallimento il tuo professore lo rappresenterà, in prosa o in poesia … –.
– Ma Gesù ha vinto la morte, è risorto, ha fondato una grande religione –, proclamò con enfasi Stefano.
– Che ingenuo ragazzo ! A quel piccolo ebreo abbiamo riservato le sofferenze più crudeli. La peggiore è che ha potuto vedere la sua azione messianica, rinnovatrice: la salvezza dell'umanità che lui proclamava, marcire nella stessa Chiesa fondata nel suo nome. Dalla sua morte in poi moltissimi uomini e donne che si sono detti cristiani hanno continuato ad agire nel modo in cui li abbiamo sempre spinti. Hanno continuato a infierire sui loro simili, a straziarsi, sbranarsi, nutrendo rancori, violenze, perversioni, delitti, guerre di ogni genere …
La voce orribile continuava come un incubo, ma la pioggia sembrò rallentare e il giovanotto corse via a perdifiato.

Segue


NOTA
Cari lettori volevo presentare questo racconto in uno o al massimo in due tempi. Invece senza volerlo mi è sfuggito di mano ed è cresciuto più esteso di quanto desiderassi. Essendo dunque risultato così lungo mi è sembrato inopportuno presentarlo in Archeobiblo in un unico pezzo. Allora tra breve, diciamo tra dieci giorni, la storia si concluderà con una terza e ultima puntata.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - aprile 2015



 
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