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STORIE DELLA CLINICA SERENITA'.
Il paziente 21

parte prima














  
 

Era l'ora del tramonto di un pomeriggio di primavera straordinariamente caldo. Su una panchina davanti allo stagno sedevano due signori. Il primo era anziano, magrissimo, aveva i capelli tagliati molto corti, a spazzola, di un grigio bianco argento, portava occhiali con montatura di tartaruga enormi per quel viso scarno, delicato, gracile. Il secondo era un giovanotto muscoloso con i capelli castano rossicci.
Questa descrizione potrebbe richiamare alla mente del lettore un altro luogo molto simile a questo, l'inquadratura è la stessa, però è in un'altra storia e in un altro paese. Insomma lo stagno potrebbe ricordare una storia già letta da qualche altra parte, ma se la scena descritta fa pensare a quell'altra già incontrata, l'accostamento avviene per accidentale analogia. La spiegazione è questa: probabilmente vi rammenta un romanzo celebre che tra l'altro aveva a che fare con Ponzio Pilato, con un manicomio, vari matti e il demonio. Se così fosse e se lo spirito di Bulgakov, autore di quel romanzo famoso, bellissimo e ironico, impregnasse o attraversasse questo racconto, sarebbe la migliore fortuna che potrei augurarmi.
Sicuramente, nella situazione qui descritta, i due signori seduti davanti allo stagno stanno conversando amabilmente in un luogo che non ha nulla a che fare con quello che potrebbe venirvi in mente. Questo è situato al centro del parco della clinica Serenità, e il breve specchio d'acqua su cui galleggiano alcune ninfee costituisce un angolo di serena calma che rimane lontano dall'inquietudine, benché non sia subito evidente, che si percepisce all'interno della villa. Qui, sotto i tigli che ombreggiano il viale, i due signori possono parlare tranquillamente.
Il più anziano dei due è il paziente numero ventuno, e pur essendo un ricoverato veste in modo decoroso anche se le disposizioni della clinica impongono certe regole un po' diverse. Indossa una camicia azzurra e una mise impeccabile: giacca e pantaloni di lino bianchi. Il giovanotto muscoloso veste in modo informale. Da qualche tempo fa il cronista di un giornale di provincia; è venuto a salutare il paziente che anni prima è stato suo insegnante. E' quindi in visita di cortesia e si mostra affezionato e deferente verso il signore anziano.
Mentre il professore stava ascoltando con piacere le novità del mondo di fuori, e il giovanotto gli stava esponendo spiritosamente lotte di potere in politica e facezie di costume della rispettabile società, improvvido e deprecabile sopraggiunse un inserviente, che con modi bruschi, assai diversi dal rispettoso contegno dell'ex allievo, avvertì con sarcasmo: – Professore, la cena è servita, la stanno aspettando in sala; è già passata mezz'ora –.
Quel comportamento non piacque al giovanotto che stava per reagire, ma il professore gli strinse il braccio per placarlo e rassicurarlo: – Venga a trovarmi ancora, ragazzo. Mi farà un gran piacere, e mi racconterà ancora tante cose –.
Quindi si alzò per seguire l'inserviente.
Il giovanotto, che premurosamente lo aveva sostenuto, salutò il vecchio e prima di avviarsi all'uscita dette un'ultima occhiata allo stagno. Rimase esitante. Nella luce del tramonto, tra i riverberi mobili sull'acqua, gli scintillii, i barbagli che rinviava il sole, e le ombre dei tigli che sulla superficie dello stagno disegnavano chiazze increspate, gli parve di intravvedere la sagoma di un enorme gatto nero seduto su una ninfea.
– Scherzi della fantasia – mormorò –. Lo sfolgorio del sole sull'acqua mi ha provocato un abbaglio, una suggestione causata dagli argomenti che abbiamo toccato. E le ombre e la luce riflessa dal piccolo lago, nell'atmosfera di quest'ora, hanno assecondato l'immaginazione, e mi hanno giocato uno scherzo ottico – .
Prese un autobus alla fermata proprio davanti alla clinica, e tornò in città. Impiegò un'ora per arrivare in centro perché villa "Serenità" era situata lontano, in una zona suburbana, ma scese davanti al bar Trocadero alle venti, perfettamente puntuale. Seduta a un tavolino la sua ragazza, vedendolo arrivare, gli sorrise.
Lui le chiese: – È da molto che aspetti ? –
– No. Sono arrivata un attimo fa – , e sua volta si informò: – Allora, com'è andata la visita a cui tenevi tanto ? –
– Bene. Ma mi sarebbe piaciuto poter conversare con il professore un po' più a lungo – .
Il giovanotto rimase un momento pensieroso guardando i capelli della ragazza, che era appena uscita dal parrucchiere e aveva un taglio all'ultima moda. Preoccupata lei chiese: – Non ti piace la mia acconciatura ? Non ti pare splendida, addirittura affascinante? – – Si. Mi piace molto, rispose lui ridendo. – Ero un po' distratto, stavo pensando al professore. Credimi, è impossibile accettare che sia pazzo. Ragiona con una intelligenza e con una vivacità incredibili. Quando ci parli non pensi più che possa essere un malato, uno psicopatico.
– E allora perché l'hanno messo in manicomio ? –
– È una lunga storia, Ernestina. Credo che i suoi guai abbiano avuto inizio quando si prese un'infatuazione per un'allieva di un corso precedente a quello che frequentai io. Per lo meno così dicevano nella scuola, ma la causa potrebbe essere anche molto diversa. Comunque è facile comprendere perché tutti lo abbiano paragonato a quel tale professor Rath, Immanuel Rath, che si degrada in modo atroce nel film "L'Angelo azzurro". Sebbene io credo che quella ragazza abbia solo contribuito al precipitare di una patologia latente già da molto tempo, e che si sarebbe manifestata ugualmente, prima o poi – .
– Raccontami, Stefano, è affascinante questa storia: pare un'avventura romantica, molto infelice – .

Mentre il giovanotto e la sua ragazza chiacchieravano piacevolmente, bevevano prosecco accompagnato da gustosi stuzzichini, e si godevano la serata, laggiù, oltre il limite dei sobborghi, dov'era situata la clinica Serenità, la stessa sera si consumava in maniera assai meno soddisfacente.
Il professore si era seduto al suo consueto tavolo appartato, vicino alla vetrata che, sebbene avesse le odiose inferriate imposte dalla direzione, se non altro era aperta e lasciava entrare una gradevole brezza. Infilò un lembo del tovagliolo nel colletto della camicia, abbottonato malgrado la temperatura fosse tutt'altro che fresca, e afferrò desolatamente il cucchiaio. Era disgustato, più che dal pasto che veniva servito su tovaglie di plastica, dallo squallore dell'ambiente come sempre irrimediabilmente deprimente, ma a cui aveva dovuto per forza adattarsi.
Gli altri degenti intorno, avevano già finito di mangiare. Alcuni parlavano da soli, altri pareva che conversassero tra loro, ma egli sapeva bene che ognuno di loro proseguiva imperterrito il proprio ragionamento, di solito assolutamente incoerente, senza ascoltare ciò che diceva la controparte. Altri ripetevano ossessivamente parole e gesti. Da molto tempo non parlava più con i pazienti della clinica, non perché fosse scorbutico, asociale, o matto. Il perché stava nell'impossibilità di dialogare con loro, era proprio impossibile sostenere un colloquio qualsiasi con gli altri strambi ospiti della casa di cura.
La televisione, costantemente accesa, stava trasmettendo il telegiornale della sera ma non più di tre o quattro ricoverati seguivano le ultime notizie.
Il professore mormorò: – Stupidi, stupidi, stupidi –. Non criticava i ricoverati assenti, o quelli davanti al televisore, si indignava per i fatti accaduti e detestava i personaggi messi in evidenza dallo speaker. In quel momento il giornalista che commentava il servizio trasmesso stava esponendo un episodio di corruzione: un dirigente amministrativo aveva intascato una grossa mazzetta, era stato scoperto in flagranza di reato ed era stato arrestato. Subito dopo riportava il caso di un altro importante politico che era stato distrutto dai più fidati collaboratori durante la pianificazione dell'imminente campagna elettorale.
Borbottava tra sé: – Stupidi! Non vi accorgete che siete tutti piccoli vermi, miseri strumenti del Caos. Non mirate ad altro, e non comprendete alcunché che sia diverso dal potere e dai soldi. Soldi e donne, soldi e favori, soldi e feste, soldi per spenderli in lussi sfrenati, donne, oggetti preziosi, macchine grandi, le più grosse possibili, e per mettervi in mostra, e apparire il più possibile sui giornali e in televisione … e che il diavolo vi si porti all'inferno –.
Si azzittì quando il cameriere gli mise davanti la scodella col brodo, poi riprese a brontolare: – Siete presi al laccio e poi distrutti. Distruggere uomini e donne è il suo godimento preferito, l'unico grandissimo piacere –. Affondò con disgusto il cucchiaio nel poco riso e nel lungo brodo vegetale.
Se qualcuno lo avesse potuto ascoltare avrebbe commentato: "Ecco qua un altro bizzarro esemplare di matto tra i matti".
La cena consisteva in una minestrina scolorita e insapore, seguita da due polpette straordinariamente compatte per eccesso di pangrattato, con contorno di una collosa purea di patate. Il professore mangiò una sola delle due polpette, l'altra la avvolse in un tovagliolo di carta e la ripose nella tasca della giacca. Finito lo splendido pasto si alzò sospirando e si diresse verso la sua stanza: si sentiva debole e infelice.


uomini seduti su una panchina



La camera del paziente 21 aveva la persiana abbassata ma vi passava un poco di aria fresca. Era una stanza stretta e bianca, austera, anzi spartana: le pareti candide erano spoglie tranne per una piccola elegante icona bizantina che con il suo fondo oro rispediva pacati bagliori. L'arredamento consisteva in un letto di metallo in smalto bianco, e bianchi erano l'armadio e il comodino, inevitabilmente di metallo. Contro un lato della stanza era accostato un piccolo tavolo gremito di libri e di quaderni. Al di sopra di quello sporgeva una mensola anch'essa stipata di libri sovrapposti e in disordine, ma almeno regalava una nota di colore.
Qualcuno grattò sulla persiana, il professore la sollevò un poco, e puntuale come tutte le altre sere entrò il gatto Fritz. – Buonasera, Fritz, se tutti fossero così abituali e precisi come te negli appuntamenti, nella restituzione del denaro dovuto, e nell'adempimento delle promesse sparate in campagna elettorale, questo mondo funzionerebbe meglio. Sei d'accordo? – .
Il gatto cominciò a strusciarsi contro le gambe del professore. – Amico mio, il regaletto di consolazione serale non è molto appetitoso, ma è quanto passa l'amministrazione e dobbiamo adattarci –, mentre parlava tirò fuori dalla tasca la polpetta, si chinò e la mise sul pavimento. Il gatto sembrò apprezzarla ma lui dovette pentirsi di essersi chinato per accarezzare il gatto. Risollevandosi provò un noto e penoso spasmo alla gola; poi delle chiazze luminose verdi cominciarono a danzargli davanti agli occhi.
– Ci risiamo … –, mormorò con angoscia, – Sta per sopraggiungere una crisi – .
Ansioso e tormentato si appoggiò al tavolo, e urtò un libro che cadde in terra. Il gatto balzò sul tavolo ma non sembrava spaventato per il tonfo del libro, perché soffiò verso il guanciale a capo del letto, con le orecchie appiattite, mostrando i denti e con il pelame tutto arruffato, fanno così i gatti quando sono impauriti o sono in collera.
Il guanciale sembrò gonfiarsi, si sollevò pian piano, qualcosa ne uscì strisciando da sotto, si rizzò in un lampo e l'individuo più inverosimile che si possa descrivere si presentò davanti al professore.
Aveva una testa di straordinaria caratteristica: la fronte larghissima e il mento aguzzo la facevano sembrare triangolare, ed era sormontata da una criniera di capelli neri con ciuffi rossi. Le sopracciglia foltissime contornavano orbite esageratamente infossate nelle quali un occhio di vetro luccicava azzurro, mentre l'altro pareva un foro nero senza fondo. Dall'angolo sinistro delle labbra sottili sporgeva un canino che pareva una zanna, e una grossa verruca scura gli deturpava una guancia. Indossava un'attillata calzamaglia nera, stretta alla vita da una larga cintura rossa nella quale teneva, infilato a destra, un coltellaccio, mentre sul fianco sinistro reggeva un clarinetto, inserito di traverso nella rossa cinta.
Fece un profondo inchino e con voce stridula esternò i perversi sentimenti di un farabutto: – i miei omaggi illustrissimo professore. Prepariamoci a un viaggetto tormentato che però ad uno splendido, immaginifico poeta potrà suscitare versi immortali –.
Il professore si sentiva soffocare, vacillava e aveva violente contrazioni. Cominciò a gridare, a urlare stravolto: – Maledetto demonio vattene, sparisci stramaledetto funesto tormentatore, intollerabile schifoso persecutore –.
La porta si spalancò di colpo e nella stanza entrarono un medico e alcuni infermieri che afferrarono il professore, gli misero qualcosa nella bocca e subito lo trasportarono nell'unità di rianimazione.

Pochi giorni dopo, un pomeriggio nell'ora del tramonto, davanti allo stagno sedevano di nuovo il giovanotto e il professore. Il professore era ancora più pallido e malinconico del solito. Il giovanotto, sempre molto premuroso, si mostrava cordiale, manifestava un atteggiamento protettivo, franco e naturale. Aveva portato al professore una scatola di cioccolatini e insisteva perché ne prendesse subito qualcuno.
Raccontava episodi accaduti molto tempo prima o di recente, e rivelava all'anziano: – Quando incontro qualcuno dei vecchi compagni e ricordiamo i bei tempi della scuola ci ritroviamo, senza neanche averne l'intenzione, a parlare di lei. Per esempio ci vengono in mente i libri che lei ci ha fatto conoscere, che ha meravigliosamente commentato, e che amiamo perché veramente hanno formato la nostra personalità, ci hanno aiutato a crescere, ci hanno arricchito. Ho incontrato recentemente Tiraboschi che stava rileggendo Dostoevskij: "I demoni", in una vecchia edizione che in margine aveva note prese durante le sue lezioni.
Il professore ascoltava, la testa china, pensoso, si mostrava commosso. Era sempre molto interessato alla sorte dei suoi allievi ormai uomini maturi. Alcuni avevano formato una famiglia, e lui chiedeva di questo e di quello.
Il maggiore interesse però lo riversa sempre sulla vita di Stefano e chiede al giovanotto che gli è accanto notizie sul lavoro che svolge, e quali progetti coltiva per il futuro.
Il giovanotto coglie al balzo l'occasione e gli rivela il progetto che gli sta a cuore e che poi è la spinta forte che lo porta a fare visita al paziente 21. Spiega all'anziano cha ha una grande idea, un progetto importante, fondamentale: – Professore, lei è un magnifico, straordinario autore, un grande, geniale poeta che però non si è fatto conoscere. Tranne amici e estimatori di una cerchia ristretta il mondo non la conosce. Io avrei l'intenzione, insomma desidererei, pubblicare le sue bellissime poesie, se lei me lo permette. Ritengo che sia una sacrosanta impresa, una necessaria iniziativa, quasi una missione. Quello di divulgare la sua opera è un compito che mi sono dato – .
Tra loro indugia una pausa preoccupata; l'anziano poeta malato sprofonda in un silenzio amaro, dolente, e nel silenzio si sentono stormire le foglie dei tigli e cinguettare uccellini sopra le loro teste. Il professore è emozionato anche se cerca di non darlo a vedere. Si schernisce, turbato, e manifesta la sua gratitudine assaggiando un cioccolatino, poi prende a declamare a bassa voce una breve lirica.
Stefano ascolta affascinato e prega l'anziano di recitarne un'altra. Sia il vecchio che il giovanotto sono commossi: tra loro si è creato un istante di intensa condivisione di vera armonia intellettuale.
Inaspettatamente, quel momento incantato viene interrotto da una forte voce sonora, baritonale, con una marcata inflessione straniera: – Magnifica, superba, eccezionale composizione lirica. Lei è veramente un grande poeta, il mondo dovrà conoscerla. È inconcepibile che un grande autore, un fiore così raro venga ignorato, e lasciato appassire … – .
L'esplosione di rallegramenti, di felicitazioni, proveniva dal sentiero al di là dello stagno, da un eccentrico stravagante signore che in quel momento vi passeggiava, spingendo la carrozzina di un invalido. Il vialetto contornava lo specchio d'acqua seguendo il bordo dello stagno, e dopo pochi secondi, continuandone il giro, il signore che spingeva il carrozzino era a pochi metri dal vecchio poeta e dal giovanotto.
Il professore e il giovane si scambiarono un'occhiata, stupiti e disturbati. Poi osservarono l'individuo che si avvicinava e che adesso potevano esaminare da vicino. Il personaggio che aveva applaudito la poesia e aveva manifestato quell'esagerato elogio era un singolare, bizzarro individuo: vestiva di nero da capo a piedi, aveva sulla testa un berretto con una brevissima visiera sopra una ridondante chioma di capelli grigi che ne uscivano e gli ricadevano sulle spalle. Portava occhiali scuri, e, pur essendo una giornata calda, indossava una specie di soprabito o redingote nera che lasciata aperta e svolazzante mostrava il fantastico abbigliamento al di sotto. Questo consisteva in una ampia camicia nera con bottoni larghi come dobloni, calzoni neri da torero allacciati sotto il ginocchio su calze rosse bordeaux. Indossava scarpe nere appuntite, con enormi fibbie di foggia antica. Agitò le lunghissime braccia in segno di saluto e spingendo l'invalido, assai strano per come pareva incartato, seminascosto da uno scialle bianco che lo avvoltolava e lasciava intravvedere un viso vagamente animalesco sotto un paio di enormi occhiali neri, si avvicinò sorridendo. Il giovanotto lo osservò perplesso, il professore pareva assai infastidito.
Lo stravagante sconosciuto si presentò garbatamente. Il suo nome era Worldend , mister Whilelm Worldend, inglese. Lui e l'amico, che non presentò, avevano intrapreso un tour, ma per sopraggiunte contrarietà di salute, e accennando all'invalido puntualizzò: avversità psichiche, era stato costretto a cercargli una clinica. Una sistemazione provvisoria, per una situazione imbarazzante ma temporanea, specificò. E siccome gli avevano consigliato la clinica Serenità, in quel momento, per l'appunto, stavano valutando il luogo facendo un giro di perlustrazione. Erano al di là del laghetto quando egli aveva sentito i notevolissimi versi e non aveva potuto fare a meno di avvicinarsi per conoscere l'autore di una così bella lirica.
Stefano chiese meravigliato: – Il suo amico è sempre così immobile, tanto che pare non respiri quasi? –
– Oh, no. Invece è assai vivace quando non è imbottito di sedativi –.
Stefano osservò tra sé che erano proprio due strani individui e si chiese come era stato possibile che mister Worldend avesse potuto udire il professore declamare i suoi versi a voce così bassa, che quasi pareva bisbigliare, stando a quella notevole distanza al di là dello stagno.
Mister Worldend trasse da sotto il carrozzino dell'invalido un piccolo oggetto che si rivelò uno sgabello ripiegabile. Le tre gambe che lo componevano parevano talmente sottili da non sostenere neanche un topo, chiese urbanamente permesso, allungò le gambe telescopiche del sedile stupefacente, e magnificando le conquiste della tecnica lo sistemò davanti alla panchina dicendo che sarebbero stati più comodi a conversare. Si sedette di fronte al professore e al giovanotto, ma pareva seduto sul nulla. Ogni tanto dimenava un poco il carrozzino dell'invalido come fanno le balie quando portano a passeggio i neonati e si fermano su una panchina dei giardini.
Stefano non gradiva neanche un poco la presenza di quell'invadente turista, e stava per suggerire al professore una scusa per allontanarsi. Ma se ne astenne, perché rimase estremamente sorpreso dal fischio modulato che mister Worldend inaspettatamente emise. Notando lo stupore del giovanotto l'inglese disse: – Mi piacciono i merli, arrivano sempre quando passeggio in un giardino e fischio in questo modo. A lei piacciono i merli ? –
Era molto seccante sostenere una conversazione con quell'indiscreto, sfrontato visitatore che intanto non accennava a togliersi gli occhiali scuri. Ma divenne molto più sgradevole quando questi attaccò: – Che sfortuna che tutti i grandi poeti finiscano male, che abbiano patito una vita sofferta, piena di dolori. Prendete Dante per esempio, che ho conosciuto bene: era un disadattato, un nevrotico, uno psicopatico afflitto da incubi terribili. Non riusciva a sistemarsi in nessun luogo. E che dire di Rimbaud e di Verlaine e delle loro vite disperate. Molti si sono tolti la vita essendo troppo sensibili, incapaci di sostenere le atrocità del mondo. Ricorderete forse: Sergej Esenin , Gerard de Nerval, Beatrice Hastings, Heinrich von Kleist, per citarne solo alcuni. E quanti, quanti scrittori si sono ammazzati. Già, è proprio vero che in questo mondo si paga tutto. Se a qualcuno viene elargito il dono della fantasia o se, per maggior fortuna, gli viene concessa una vera disposizione per l'arte, deve contraccambiare il dono con qualche sofferenza, con qualche tribolazione … –
Stefano guardò il professore, che era teso, pallido, pareva sofferente, disse al giovanotto: – Mi accompagni per favore, Stefano. Debbo prendere la mia medicina – .
Poi diede un brusco saluto al forestiero, asserendo che doveva interrompere l'interessante conversazione per obblighi terapeutici. Quello non si scompose, né si alzò per salutare. Stefano e il professore non avevano fatto più di due passi che dal carrozzino dell'invalido giunse una sghignazzata animalesca.
Sulla soglia dell'ingresso, prima di lasciarlo andare, il professore strinse un braccio al giovanotto: – Fammi un grande piacere ragazzo, vai da mia sorella dove sono rimasti i miei libri, e trovami un volume che individuerai facilmente perché è stato rilegato in pelle e ha la costa ornata da fregi dorati. È un'edizione dei "Canti Orfici" di Campana con chiose di Sibilla Aleramo e note mie. È un'edizione preziosa, un rarità a cui tengo molto. Portamelo, mi farai un enorme piacere –.
Il giovanotto fu felice di quella richiesta perché avrebbe avuto l'opportunità di parlare con la sorella del professore, un'occasione per raccogliere qualche notizia di prima mano.
L'anziano si avviò verso la sua stanza. Stefano attese un momento, poi si avvicinò al banco della reception e domandò se poco prima era passato di lì, a chiedere informazioni, un inglese che conduceva un invalido su una carrozzina. L'addetto all'accoglienza assicurò di non aver parlato con nessun inglese, tantomeno con uno che accompagnava un invalido. Stefano uscì da villa Serenità e andò alla fermata ad aspettare il bus. Si sentiva preoccupato, particolarmente inquieto.

Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - marzo 2015



 
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