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STORIE DELLA CLINICA SERENITA'.
Il paziente 17














  
 

Il giardiniere della clinica "Serenità", eccellente clinica psichiatrica convenzionata, requisito che attraeva pazienti anche da regioni lontane, era chino in mezzo a ramoscelli secchi, ciocchi di legno e pacchi di fogli ingialliti. Il giardiniere era un uomo attempato e silenzioso, e se doveva parlare preferiva intrattenersi a discorrere con i fiori che aiutava a crescere, coi cespugli e con gli alberi che amava e curava diligentemente nel risicato parco attorno alla casa di cura.
In quel momento Gaudenzio, questo era il suo nome, stava accendendo la stufa nel magazzino. Essendo gennaio, sia all'esterno che all'interno del locale adibito a deposito degli attrezzi, faceva un freddo del diavolo. Il giardiniere stava adoperando cartacce, cioè vecchi documenti, fondi d'archivio e pratiche abrogate da distruggere, e che a questo scopo gli erano state affidate. Per accendere il fuoco aveva già usato molti di quegli incartamenti, e quelle cartacce risultavano assai adatte per ravvivare le fiamme. Stava per buttarne altre dentro la panciuta stufa di ghisa somigliante a una nera chioccia che spandeva calore, quando tutto ad un tratto si fermò con un foglio in mano già accartocciato, incuriosito da una frase. Distese il foglio appallottolato, lo stirò con la mano sopra la propria gamba, e lesse: "Annotazioni da allegare alla relazione clinica. Memorie del paziente 17, chiamate dal ricoverato stesso: "Meravigliosa Odissea di Little Seaman."
Più sotto un'altra didascalia precisava: "Trasposizione nella lingua nazionale dalla forma dialettale che ha usato il paziente. Sono stati annotati tutti i flashback, le reminiscenze ricorrenti, i riferimenti a luoghi e persone che è stato possibile verificare. Come quel signor Timoteo, spesso nominato, che è esistito davvero. Questi appunti sono da revisionare, prima di allegarli alla relazione clinica."

C'era ancora una nota in margine al dattiloscritto, segnata a matita, dava l'impressione di essere stata vergata di getto da un'altra persona. Pareva la considerazione di un estraneo, un breve commento non professionale, qualcuno che dopo aver letto il dattiloscritto si era permesso di scrivere sul margine: "Un cervello stropicciato può essere capace di accendersi come l'esca su cui cade la scintilla dell'acciarino". Il giardiniere stette a pensarci a lungo mentre il fuoco andava estinguendosi.
Quel testo era stato battuto a macchina nel 1929, come specificava la data, e iniziava così: "Questa di Longata marittima o marina è la fissazione del paziente 17. È una leggenda tutta a sé, non mitologica né completamente inventata appunto perché mescola riesumazioni letterarie, recuperi storici, echi di saghe medievali. Include nessi oggettivi inerenti il vissuto del paziente. Non è né strutturata né insufficiente, né originale né falsa …". Ulteriori note risultavano illeggibili perché il giardiniere accartocciando il foglio l'aveva lacerato e sporcato di nerofumo. Ma al di là di quella lacuna si potevano leggere altre considerazioni: "… All'inizio il paziente molto allarmato e teso pronunciava parole farfugliate, spesso riferiva la sua storia intralciandosi e adoperando espressioni povere, che poi da stentate e incoerenti diventarono via via strutturate e di una notevole complessità. La storia divenne particolarmente poetica, sonora, di interessante forza e ricchezza immaginativa. Si può riconoscere che quell'insolita narrazione avesse la segreta proprietà di emanare un profumo di salsedine, un risplendere di sole, un'eco che ricordava Cola-Pesce, sebbene quella sia tutta un'altra leggenda. Il paziente all'inizio parlava soprattutto del vento e della pioggia, che sembravano affascinarlo particolarmente. In seguito è andato ben oltre queste limitate rappresentazioni, stimolato e incoraggiato dal nostro sostegno, dall'esplicito interessamento manifestatogli e dalla terapia che ha favorito un netto miglioramento. Così si è sviluppata una fiducia che gli ha consentito di collaborare.
Indubbiamente il trattamento medico praticato: la terapia con la canfora dapprima e con il Cardiazol poi, ha mostrato la sua validità; ma soprattutto l'attenzione che gli è stata elargita ha arrecato al paziente 17 un grande giovamento".

Come si è detto, all'inizio il ricoverato era impaurito e parlava mormorando e farfugliando. Diceva: – Il vento parla. Anche la pioggia parla, e comunica maggiormente con gli alberi. A loro racconta storie, tante storie. Ma è il vento che è pieno di parole. Scorre su tante terre e città, conosce tante cose e se lo ascolti racconta vicende che non avresti potuto sapere da nessuno. La pioggia piange sempre: è triste, la pioggia. Il vento invece è allegro, è forte, entra nelle case, entra nelle teste della gente, le scoperchia, svela segreti e bugie. Bisogna amare il vento e allora lui ti parla …
Circa un mese dopo il ricovero il paziente si era già rassicurato e ha iniziato a raccontare la storia che segue e che ha ripetuto in vari modi, chiamandola di volta in volta: "La vera leggenda di Little Seaman, il viaggio di Little Seaman", e poi definitivamente: "La vera storia di Little Seaman".
Il paziente parlava in dialetto e non c'è da preoccuparsi che abbia mutato più volte l'impostazione di quell'epica impresa, perché a prescindere dai diversi avvii l'inizio della storia in sostanza era sempre lo stesso: "… Fu l'approdo e l'apparizione a Longata di Little Seaman, il piccolo marinaio a cambiare la vita di tutti …"
Una storia straordinaria, tutta illustrata nelle tavolette appese intorno alle mura della chiesetta abbarbicata alla scogliera. Piccoli avanzi di carene andate in pezzi in antichi naufragi, che dopo essere state raccattate sugli scogli erano state dipinte grossolanamente da una mano primitiva, quella del vecchio ubriacone che un tempo fu guardiano del faro, e ora è in pensione, ma che continua a scarabocchiare su ogni pezzo di carta o di asse levigata gli capiti tra le mani. Così il paziente 17 raccontava con emozione l'epopea che lo appassionava.

mostro
l'isola di Vulcano



Sulle rocce a strapiombo sul mare, non si sa da chi né quando, era stata costruita una piccola chiesa bianca dalle spesse mura, con un tozzo campanile e con anguste finestre, quasi feritoie per dare luce all'interno. La chiesetta somiglia a un gabbiano appollaiato sulle rocce e la piccola torre campanaria forse potrebbe sembrare un collo e una testa di gabbiano, proteso a scrutare il cielo, se il campanile avesse una copertura a guglia che ne rappresenterebbe il becco.
Nelle notti di tempesta o di scirocco la piccola campana si mette a suonare. Tutti dicono che è il vento poderoso che la scuote ma chi conosce l'epopea sa che è Little Seaman che ritorna e che la chiesetta accoglie felice.
I quadretti attaccati alle pareti, dice il paziente 17, sono molto belli e raccontano la saga di Giona. Il paziente stesso ne ha disegnati alcuni per darci un'idea degli originali che probabilmente esistono solo nella sua fantasia. Questi disegni hanno una carica di vivacità, di goffaggine e sincerità e impeto da lasciare stupiti e fanno capire che il pittore è un primitivo patologico ma ricco di sensibilità. Le piccole rappresentazioni su tavolette sono impregnate di poesia e le rozze figurine hanno una grande spontaneità, una sorta di impetuosità drammatica che esprime una vitalità prorompente. Dice che sono state appese alle bianche pareti della piccola chiesa proprio per raccontare l'avventura di Little Seaman.

Little Seaman era Giona. Questo era il nome che gli venne dato perché nessuno sapeva quale fosse quello che gli era stato imposto alla nascita. Giona dunque arrivò sospinto da due delfini. La nave su cui viaggiava si trovava nei paraggi di Longata nella notte in cui il mare infuriato sollevò onde gigantesche e la scaraventò sugli scogli a un miglio dalla costa. E nessuno potrebbe dire se la culla in cui dormiva il bambino scivolò o fu gettata in mare, nella speranza che il bimbo si salvasse. Comunque si siano svolte le cose, quella culla galleggiò miracolosamente come una barchetta. E il vecchio guardiano che alle prime luci dell'alba stava smaltendo i fumi di un'eccezionale sbornia seduto su una bitta e che ben conosceva tutti gli episodi della Bibbia, vedendola arrivare a riva sospinta da due delfini, si inginocchiò, formulò il voto di non bere mai più, e raccolse il bambino. Disgraziatamente dimenticò presto la promessa e morì molto più tardi terrorizzato dal delirium tremens.
Giona venne allattato da una capra e visse i primi anni come un selvaggio, saltando dietro agli animali che pascolavano sulla scogliera. Ma quando fu un poco più grande e fu in grado di nuotare visse più nell'acqua che sulla terraferma: il mare lo chiamava irresistibilmente.
La chiesetta faceva schermo ai venti impetuosi e Giona si addormentava spesso sotto il portichetto dinanzi all'ingresso. Una sera gli comparve davanti un terribile predone saraceno, e se fosse veramente in carne e ossa o fosse stato solo il fantasma di Malik Alì, Giona non poteva dirlo. Ma era certissimo che quel feroce corsaro barbaresco gli predisse: "Sarai un navigatore, un mago e uno scopritore di terre. Sei predestinato a peripezie eccezionali, ragazzo".
Quell'uomo terribile teneva tra le mani un carbone ardente, senza ustionarsi, come fosse stato il gambo di un fiore e con quel tizzone si accese una lunga pipa e poi soffiò sulla faccia di Giona sbuffate puzzolenti.
Il corsaro Malik Alì si impresse nella fantasia di Giona come un acuminato coltellaccio che lanciato contro una paratia vi si infigge, e quando una mattina vide per la prima volta uno strumento magico, un bricco per fare il caffè, e quel bricco gli parve un ordigno infernale, invocò il terribile pirata perché lo soccorresse.
Fu nella cucina della canonica che avvenne quell'episodio portentoso, nella piccola cucina dove la perpetua Fonseca stava preparando la nera aromatica bevanda. Maria Fonseca era molto brava a cucinare, e preparava infusi e tisane e conserve di frutta, e naturalmente sapeva fare bene il caffè. Quella mattina appunto stava preparandolo per il prete e Giona era entrato per chiedere da bere. Proprio in quel momento vide uscire il vapore dal bricco e gli parve che ne uscisse in misura sproporzionata, gigantesca.
Dal beccuccio della cuccuma vide uscire un fumo bianco, che aumentò, aumentò fino a divenire un nuvolone gigantesco, un imponente rilievo o un promontorio fluido, o un immane ammasso di bambagia bianca, tenue e leggerissima, del tutto inconsistente. Giona vi entrò dentro. Entrò nella nuvola e camminò per un poco finché arrivò al centro dell'accumulo di vapore e là quella nebbia si diradò e gli apparve una pianura straordinariamente bella e lussureggiante, fresca e magnificamente verde, che splendeva in tutte le possibili gradazioni e brillava sotto i raggi del sole perché era impregnata di rugiada.
A Giona piacque molto e si sedette a guardare strani uccelli forestieri e sconosciuti e curiosi alberi e fiori molto grandi di vari colori, mai visti prima. Era un paesaggio stupendo, ma dopo un po' notò che mancava qualcosa. C'erano tutti i colori dell'iride, ma mancava il blu, e gli venne una gran tristezza e non ne capiva il perché. Si sdraiò sul bellissimo prato, chiuse gli occhi e comprese che cosa lo rattristava e perché l'insoddisfazione gli pesava sul cuore: là non c'era il mare, non vedeva da nessuna parte il mare. Seppe subito cosa occorreva fare. Doveva disporsi di trinchetto: doveva mettersi verso la prua, con la testa in giù e con le gambe in alto ritto come un palo e perfettamente verticale come l'albero di trinchetto, poi doveva stare con gli occhi chiusi e attendere il vento. Allora tutto sarebbe tornato in ordine. E infatti sentì il rumore delle onde infrangersi sugli scogli, aprì gli occhi e il mare gli stava davanti luccicando sotto il sole, e il vento fresco gli accarezzava il viso.
Giona corse alla scogliera, scelse il punto che amava e si tuffò. Era un salto di almeno sette metri a dir poco, e mentre piombava nel grande blu a capofitto gli pareva di essere un gabbiano, e quando si immerse sollevò enormi spruzzi facendo un gran fracasso e tutti i saraghi, le spigole, le triglie e i calamari che vagabondavano in quel tratto di mare protestarono vibratamente.
Giona nuotò a lungo fino a che con sua grande sorpresa incappò in un relitto, ma davvero uno strano relitto. Pareva un'enorme banana scura imputridita, e dalla chiglia, mezzo sepolta nella sabbia, fin su alle murate era tutta fracassata e il fasciame a pezzi giaceva qua e là sul fondale.

A questo punto a raccontare la prosecuzione dell'avventura sarà il vecchio Timoteo chiamato a testimoniare la veridicità del racconto dal paziente 17. Naturalmente costui non ha mai messo piede nella casa di cura Serenità, ma sappiamo che a Longata è esistito realmente un tale Timoteo. Il paziente 17 diceva: se è sobrio, saprà esporvi le epiche gesta magnificamente. Lo troverete a Longata bassa a poca distanza dal porticciolo. Là c'è una piazzetta, uno slargo tra le bianche case dei pescatori, dove quattro tavoli fuori di una scura bottega vi daranno subito conto di quale privilegio vi si offre. Questa è un'osteria e anche uno spaccio di alimentari e bar e tabaccheria, ci berrete un vino rosso superbo e gusterete un trancio di pizza all'aglio con le sarde al peperoncino, e col suo gusto piccante vi inciterà a bere ancora. Per effetto di quell'ottimo vino vi entusiasmerete alla cronaca che Timoteo interpreterà per voi, e se gli offrirete un boccale saprà esservi grato a modo suo cantando qualche vecchia canzone marinara.
Ebbene che sia d'inverno col cielo nuvoloso e tiri un vento gelido, o che sia d'estate quando il sole sfolgorante arroventa il selciato, Timoteo lo troverete seduto a uno di quei tavoli con l'immancabile sigaro puzzolente tra i denti, intento a cianciare con qualche pescatore o a scarabocchiare con un mozzicone di matita su qualche cartaccia. Lui vi racconterà arricchendo di particolari, che non furono mai verificati da nessuno, quell'avventura. E confondendo e complicando i fatti ve li presenterà mirabilmente e talmente leggendari e favolosi che non baderete troppo come e quanto confonda san Brendano con Simbad il marinaio e con Ulisse, e pretenderà di farvi accettare come reali vicende evidentemente inverosimili.

Tornando a Giona lui nel relitto incontrò il polpo dai cento occhi, enorme e con un ghigno cattivo che ricordava proprio Zaffata il direttore scolastico. Il polpo gli disse di andarsene, se non voleva essere mangiato vivo, e con uno dei tentacoli che aveva tolto dalla cassa ferrata dette un terribile colpo, o meglio una staffilata tremenda a un centimetro da Giona, e se lo avesse colto Little Seaman sarebbe già morto affogato.
Quel polipo teneva tra i tentacoli un forziere grande come un baule, rinforzato da barre di ferro rugginoso.
Little Seaman pensò che il polpo lesso ben condito con olio, sale, erbette e limone era un ottima scorpacciata e quello era talmente grande che avrebbe sfamato l'intero equipaggio di un brigantino. Perciò sarebbe tornato per ammazzarlo e prendersi il forziere che di sicuro conteneva un mucchio di monete d'oro. Ma poi pensò che sarebbe stato meglio giocare d'astuzia e subito, senza perdere tempo. Si chiese che cosa poteva piacere molto a un polipo e si disse che uno specchio certamente gli sarebbe piaciuto molto. Uno specchio grande, dietro a cui si sarebbe nascosto il pescatore orbo da un occhio, soprannominato Polifemo, che era il più forte pescatore di Longata, benché guercio e un po' tonto. Lui con la fiocina avrebbe ammazzato il polpo e poi neanche avrebbe visto il forziere. Ma se Giona avesse potuto avere il veleno del serpente marino, con quello avrebbe paralizzato il polpo e lo avrebbe catturato facilmente. Giona urlò e scrutò il mare nero arruffato dal vento di scirocco urlò, e agitò un brandello di vela. Però Malik Alì il corsaro non venne ad aiutarlo sebbene lo avesse invocato a gran voce a mezzanotte dallo scoglio più al largo. Malik Alì non sbucò dal mare, invece Polifemo fu contento di aiutarlo e si accontentò di prendersi il polipo senza riservare la minima attenzione al forziere.
Con i soldi che riempivano la cassa ferrata regalò un'uniforme da ammiraglio, con l'aggiunta di una pregevole feluca, al suo soccorritore e padrino, e gli comperò anche un minuscolo veliero. Il padrino felice prese il largo e non lo si vide tornare mai più. Questo era Little Seaman, generoso e temerario, ma già molti anni prima aveva meravigliato le semplici genti di Longata.
Infatti i castelli di sabbia che Giona costruiva erano bellissimi e divennero famosi. Aveva un'abilità eccezionale che divenne nota in tutta la regione, nessuno aveva mai sentito parlare di un bambino piccolo, un moccioso di tre o quattro anni, che sapesse costruire simili meraviglie. E i bravi paesani rimasero addirittura impietriti quando videro quel bambino a sette anni disegnare una scacchiera su uno scoglio piatto e liscio e adoperando come pezzi per gli scacchi, cavallucci marini, e conchiglie e legnetti e residui gettati dal mare tra gli scogli, lo videro giocare magistralmente e lanciarsi in sfide contro provetti giocatori e vincerli sfrontatamente.

Qui gli appunti del promemoria in bozza, informavano che la storia del paziente 17 si era interrotta durante l'estate, quando aveva iniziato la terapia con la canfora, e a una prima somministrazione aveva reagito violentemente. Ma poi era migliorato e quando gli somministrarono il Cardiazol ne ebbe un ulteriore beneficio e allora assecondando l'insistente richiesta della dottoressa Pascoli riprese a raccontare, e pareva anche che ne ricavasse un gran piacere. Parlava con gioia delle tante avventure capitategli che in verità erano accomodamenti delle allucinazioni sofferte, in cui si impersonava.

Gaudenzio il giardiniere, profondamente preso dalla lettura del resoconto dimenticò cosa stava facendo e non rifornì la chioccia, così la legna finì di consumarsi e la stufa si era quasi spenta permettendo alla temperatura di abbassarsi nuovamente. Faceva proprio freddo e il giardiniere fu costretto a riavviare il fuoco. Siccome era completamente svagato e distratto buttò affrettatamente molti degli incartamenti presi a casaccio nella nera chioccia, vale a dire nella capace stufa di ghisa. Resosi conto dell'errore cercò con furia il seguito del dattiloscritto in mezzo ai pacchi di carte che aveva slegato e disordinato, e finalmente ne ritrovò alcune pagine mescolate a ricevute e note amministrative e fatture. Comunque riuscì malgrado l'errore compiuto a ricostruire buona parte degli avvenimenti da dove si erano interrotti.

Quando Gaudenzio ricomponendo le pagine del dattiloscritto ritrovò il filo della narrazione e riprese a leggere si entusiasmò al racconto. Capirete meglio perché se ne entusiasmò se saprete che nella relazione si parla di un altro giardiniere, e costui coltivava fiori rarissimi in un'isola magnifica al centro della quale si innalzava un imponente castello circondato da un ampio parco. Quest'altro giardiniere si era presentato a Giona vestito splendidamente con un costume tutto colorato, alti e lucidi stivali neri e lunghe penne bianche che ornavano un copricapo in pelle di lontra. Coltivava orchidee rarissime per il gran re della Cina e questi fiori speciali crescevano solo nella sua isola.

La relazione finalmente spiegava perché a un certo punto del racconto compariva quest'isola e anche altre isole. E perché era entrato in scena, con grande ansia del paziente 17, un pescatore malvagio che aveva cominciato a perseguitare Giona. Il pescatore cattivo di Longata che oppresse e continuò a tormentare Little seaman iniziò a manifestarsi quando il paziente 17 attraversò un momento molto difficile e soffrì di forti convulsioni.
Quel pescatore maligno tramò con dei malviventi, ingannò e minacciò Giona e infine riuscì a rubargli il forziere. Giona si ritrovò poverissimo e in quel frangente si ricordò di San Brendano. Allora si volse con tutta l'anima al santo e gli chiese aiuto. Il santo gli comparve in sogno concretissimo e severo, e gli disse di prendere una barca e mettersi in viaggio e navigare verso nord.
Giona da bambino aveva ascoltato Il favoloso "Viaggio di san Brendano" (1). In effetti molti anni prima Maria Fonseca la perpetua lo aveva raccontato a Giona, e quell'epico viaggio gli si era inciso nella memoria. Allora, essendo disperato per le malvagità del pescatore perverso, senza avvertire nessuno prese in prestito, per così dire, una barchetta e iniziò a navigare come il santo gli aveva ordinato, cercando l'isola beata dove tutto era pace e delizie.
Non abbiamo capito di quali isole favolose parlasse il paziente, probabilmente erano una trasposizione immaginaria, un'amplificazione fantastica delle isole Egadi, o delle Eolie, perché nel racconto compariva un'isola che sputava fuoco. Ma c'erano molte altre isole come se Giona avesse navigato e scoperto un grande arcipelago.
Una di queste isole su cui approdò era orribile, non c'era neanche un filo d'erba, né un cespuglio, tantomeno un albero, solo rupi nere. Su tutto quel nero nell'ora del tramonto vide una lastra di marmo bianco su cui era scritto in caratteri molto grandi PER DI QUA. Giona si accorse che c'era una fenditura tra le rocce vi si introdusse e si trovò davanti a una successione di corridoi, slarghi con vari ingressi, meandri senza sbocchi, giravolte incise nella roccia nera e fossati e passaggi, e gallerie, e cunicoli che si infilavano sempre più giù e raggiungevano la base dell'isola, il fondo del mare, sbucando tra le posidonie e ancora più giù tra i coralli.
Era un labirinto scavato in parte nel corpo dell'isola e per un'altra parte nelle profondità del mare. Là i pirati precipitavano gli schiavi ribelli per nutrire l'enorme orribile serpente marino. Ma quel labirinto eccezionale secondo Giona non poteva essere di questa terra. E allora comprese che san Brendano gli aveva voluto dare una lezione. Il labirinto rappresentava la dura prova che avrebbe dovuto affrontare nella vita.

La mattina seguente Gaudenzio andò a cercare il dottor Ponente. Era il più anziano dei medici e l'unico di tutto lo staff che Gaudenzio ammirava perché quel dottore gli dimostrava stima. Quando era possibile Gaudenzio parlava molto volentieri col dottor Ponente. Lo vide arrivare camminando a passo lento per il viale di accesso, gli andò incontro, lo salutò e gli chiese se aveva mai sentito nominare il paziente 17, e se conosceva la storia di quel ricoverato. Poi spiegò che tra le carte da bruciare aveva trovato una relazione su quel malato, l'aveva letta con molto interesse ma gli era sembrata una descrizione sconclusionata, inesplicabile, se era possibile voleva qualche chiarimento che gli facesse comprendere chi era quell'eccezionale degente e la sua vicenda.
Il dottore spiegò a Gaudenzio che non aveva mai conosciuto il 17. Quando lui era venuto a esercitare la psichiatria a villa Serenità il paziente non c'era più e quella storia era già vecchia, ma ne aveva sentito parlare ancora, e molto. Quel caso aveva creato un grave torto, un oltraggio e un danno d'immagine alla clinica. Fu uno scandalo che fece chiasso sulla stampa dell'epoca. Era accaduto che durante una passeggiata al mare, una di quelle gite consentite per svagare i ricoverati, nello spazio di due ore il paziente 17 era sparito. Vennero effettuate frenetiche, affannose ricerche, ma non si riuscì a rintracciarlo. Passarono i giorni e neanche la polizia seppe scoprire una traccia che riconducesse al paziente. Tempo dopo si seppe che il 17 aveva ereditato una fortuna negli Stati Uniti e che tra i parenti del ricoverato era cresciuto smisuratamente l'affetto per lui. Ora venivano a trovarlo spesso, e portavano dolci e doni. Ma neanche i congiunti interrogati a lungo seppero fornire indicazioni utili alle indagini. Dopo qualche anno fu dichiarato deceduto per morte presunta.
Gaudenzio chiese ancora: " E cosa potrebbe dirmi di quella relazione incompiuta, a quanto pare solamente un resoconto in bozza da perfezionare ?"
Il dottor Ponente si strinse nelle spalle. Mi dissero che c'era una giovane dottoressa che aveva preso a cuore quel ricoverato, e trascriveva tutte le farneticazioni del degente. Pare che il ricoverato si fosse affezionato moltissimo a lei. La dottoressa dette le dimissioni subito dopo la sparizione del paziente 17.

NOTA
(1)La navigazione di San Brendano è un interessante, simpatico racconto popolare del Medioevo. Venne scritto in Irlanda verso la fine del settimo o ottavo secolo, e accoglie il folclore delle saghe popolari irlandesi, delle tradizioni bibliche e cristiane, nonché dell'Odissea. Il viaggio di San Brendano racconta un'intrepida leggendaria navigazione oceanica. Il santo lascia dietro di sé il convento di cui è abate e parte per una rischiosa esplorazione navigando di isola in isola alla ricerca di quella dei Beati San Brendano, o Brandano, nato nel sudovest dell'Irlanda, è un asceta cristiano che parte alla ricerca di una destinazione fortemente voluta e naviga verso nord portando con sé i suoi frati. La meta di San Brendano è l'isola degli uomini gioiosi e felici , una specie di paradiso terrestre in cui abitano le anime dei beati, che là rivestono nuovi corpi e hanno in dono una nuova vita.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - gennaio 2015



 
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