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LA CISTERNA ROMANA DI V. CRISTOFORO COLOMBO

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Chi proviene dalle Terme di Caracalla e supera le Mura Aureliane per percorrere l'attuale V. C. Colombo si trova, dopo l'incrocio con la Circonvallazione Ostiense a percorrere un tratto in lieve salita che porta a Piazza dei Navigatori. Proprio qui, sulla destra, c'è un grande edificio a pianta rotonda affiancato da un altro molto più piccolo, sempre a pianta rotonda. Attira l'attenzione perchè completamente estraneo all'ambiente circostante. La sua storia è interessante.    continua...

Nel 1940 si decise di costruire una strada che portasse direttamente al luogo dove, nel 1942, si sarebbe tenuta l'Esposizione Universale di Roma. Purtroppo, a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, l'Esposizione non ebbe luogo ma la parola E.U.R., che altro non è che l'acronimo di "Esposizione Universale di Roma", è rimasta ad indicare il moderno quartiere, sede di molti uffici e musei che è sorto sul luogo destinato ad ospitare la suddetta "Esposizione".

Per la costruzione della strada, affidata a Marcello Piacentini, si resero necessari alcuni sbancamenti e tra questi anche quello di una collinetta su cui sorgeva un antico casale con un frantoio. Durante l'abbattimento ci si accorse che era stato costruito su di una cisterna romana, risalente agli inizi del II sec. d.C.

Nelle piante catastali del '700 è disegnata la pianta del casale e, fra le sue appartenenze, è indicata anche una "grotta". In effetti, all'epoca, i proprietari utilizzavano la cisterna romana come cantina per il vino e l'olio.





Dopo l'abbattimento del casale, la cisterna venne alla luce e fu una sorpresa poiché era stata sempre interrata fin dalla sua costruzione, perciò non se ne immaginava l'esistenza.

In epoca romana la zona che circondava la città era chiamata "suburbio". Con questo termine si indicava un vasto territorio che separava la città vera e propria dall'aperta campagna. Era ricca di ville che permettevano ai ricchi proprietari di riposare, specie in estate, in luoghi freschi e tranquilli pur essendo vicini alla città. Era servito da molte vie che, partendo dalle strade consolari, comunicavano trasversalmente fra loro. Erano anche molte le tombe che vi erano state erette.

In età imperiale, le ville avevano grandi giardini con fontane, ninfei, e giochi d'acqua. Questo richiedeva un approvvigionamento costante. Da qui la costruzione di grandi cisterne. Quella ritrovata è una di queste. E' costruita in opera reticolata e, in alcuni tratti delle mura interne, in opus mixtum. Sicuramente era parte di un fundus agricolo appartenente ad una villa.

La sua forma a pianta rotonda è particolarmente interessante perchè, di solito, erano a pianta rettangolare. E' molto vasta. Da un vestibolo trapezoidale, comunicante tramite una rampa di scale con l'esterno, si entra, attraverso un arco, in un corridoio anulare coperto a volta che ora, in seguito a successive modifiche, è suddiviso in dieci vani comunicanti. In origine c'erano solo due aperture che si rivolgevano verso un secondo corridoio, concentrico, anch'esso con copertura a volta, dal quale, tramite un piccolo ingresso ci si immetteva nella stanza centrale. Questa stanza ha una copertura formata da una cupola con un "oculum", e sul pavimento un foro di deflusso. Il suo diametro è di circa tre metri. Tutta la costruzione è rivestita di intonaco formato da "coccio pesto" o opus signinum (1), cioè da una malta composta da laterizi minutamente frantumati, che rende le pareti e le volte impermeabili.

Questo fa pensare che la cisterna fosse riempita fino al soffitto. Attraverso le aperture l'acqua penetrava nel secondo corridoio ad anello e da lì nella stanza centrale. Durante questo percorso si decantava, fino a giungere pura nella stanza interna. La sua costruzione dovrebbe risalire all'epoca di Tiberio, come dimostra un bollo trovato su un mattone posto sulla volta del vestibolo.

Ma da dove giungeva tutta quest'acqua? Da scavi effettuati, risulta esserci stato un piccolo acquedotto privato che portava alla cisterna l'acqua di una sorgente che si trovava poco più in alto, sulla cima della collina. Nonostante la vicinanza con la sorgente era necessaria una cisterna per garantirsi una gittata d'acqua costante. Dell'acquedotto non ci sono più resti evidenti tranne il suo punto d'innesto nell'anello esterno dell'impianto idrico. E' rimasto, però, un condotto di scarico che dal vestibolo va verso l'esterno ed è visibile nei pressi della scala di ferro, moderna, che permette l'accesso all'edificio.

Il luogo dove si trovava la cisterna doveva essere molto panoramico, era, infatti, su una collinetta, e godeva della vista dell'Almone, fiume all'epoca consacrato ai culti in onore di Cibele, dea della natura selvaggia. Il corso d'acqua nasce dai Colli Albani ed è formato da acqua di risorgiva in quanto proveniente da infiltrazioni del lago di Albano. Attraversa il parco della Caffarella (è chiamato anche Marrana della Caffarella) ed è ancora visibile per un buon tratto, poi diventa sotterraneo perchè nel momento della costruzione della via C.Colombo fu deciso di deviarlo e ora le sue acque sono convogliate verso il depuratore di Roma Sud. Il percorso antico seguiva quello dell'attuale Circonvallazione Ostiense e proseguiva verso il Tevere dove sfociava nei pressi del Monte Testaccio. In età romana veniva chiamato Almo ed aveva una portata maggiore dell'attuale. Nell'età più antica era ritenuto sede di una ninfa chiamata Egeria alla quale venivano dedicate cerimonie e azioni rituali.





Il culto di Cibele ha origini molto antiche. Nel 204 a.C. Roma era impegnata nella guerra contro Cartagine. Per propiziarsi l'aiuto degli dei fece trasportare dall'Anatolia, dove era venerata fin dal VII secolo, e precisamente da Pessinunte in Frigia, una pietra nera, conica, che in quei luoghi era venerata come Cibele, la Madre Terra, dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici. Si trattava, in realtà, di un meteorite. Fu caricata su una nave e portata ad Ostia; da lì , tramite barche fluviali, sul Tevere fino alla foce dell'Almone dove giunse il 4 Aprile. Portata a terra, il luogo che per primo fu toccato dalla pietra venne considerato sacro. A Cibele venne poi dedicato un tempio sul Palatino nel 191 a.C. Per due volte fu distrutto da un incendio. Dopo l'ultimo, nel 3 d.C. fu ricostruito da Augusto e tutt'ora se ne vedono i resti nei pressi della Casa di Augusto (Tempio della Magna Mater). Ogni anno, a Marzo, nel periodo dell'Equinozio di primavera, si facevano giochi in suo onore e la statua della dea veniva portata al fiume ed immersa nelle acque. Di solito veniva raffigurata sul trono tra due leoni o leopardi, spesso con in mano un tamburello e con sul capo una corona turrita. Il suo culto era connesso con quello di Attis che, con la sua morte e resurrezione, simboleggiava il ciclo vegetativo della primavera. In età imperiale il culto assunse connotazioni misteriche e soteriologiche.

Nel III sec. d.C. è stata aggiunta una piccola costruzione a pianta tonda, che si appoggia alla cisterna ma di essa non conosciamo l'utilizzo. Presenta quattro pilastri alle pareti ed uno centrale, crollato. All'atto dello scavo è stato trovato nel suo interno un sarcofago.

Accanto alla cisterna sono visibili i resti di un'altra costruzione risalente al IV sec.d.C., come evidenziato dal tipo di muratura in tufo e laterizi (opera listata). E' una camera di espansione, a pianta rettangolare, con due navate formate da archi in laterizio il cui scopo era quello di aumentare la disponibilità di acqua.





Nei pressi di questi edifici, a breve distanza, in Via Padre Semeria, stanno venendo alla luce i resti di una villa, probabilmente quella alla quale appartenevano. La villa usufruiva anche di terme private alimentate da una cisterna più piccola. Nella stessa via c'è una scuola che insiste sulla villa preesistente. All'interno di essa è visibile una piccola tomba a piramide, riferibile, secondo alcune ipotesi, a persone addette ai lavori nel fundus agricolo.

Nel medioevo,l' edificio è stato spogliato di buona parte del materiale che lo componeva . Ad esempio sono stati tolti buona parte dei mattoni che formavano gli archi di comunicazione per poterli poi riutilizzare, rischiandone il crollo.

Isella Pagliantini - abarcheo@inwind.it - gennaio 2012


NOTE



(1) Il nome opus signinum deriva dalla città di Signia, attuale Segni, presso Roma.

 
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