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Cinema e l’isola di Peter Pan

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Che il cinema sia arte, a volte grande arte, è indubbio, ma che la pubblicità dei film non sia arte, il problema non me lo ero posto. Certamente la decadenza dell’arte visiva è sconfortante, a tal punto da non suscitare interesse per una tale distinzione, però è davvero curioso che non me ne sia interessato. Perché il manifesto pubblicitario, o “la réclame”, come si diceva ancora a quell’epoca, mi occupò per tre anni.
Un recente articolo di Natalia Aspesi (1) ha sollevato non solo la questione in via generale, ma mi ha riportato indietro di oltre cinquant’anni, in un isola felice, o quasi, e vorrei parlarne anche se non interesserà nessuno, tranne forse qualcuno dei protagonisti di allora. Al contrario potrà interessare di più una visita al museo di Montecòsaro in provincia di Macerata, vicinissimo a Civitanova Marche, che ha raccolto quel materiale “archeologico”.    continua...

A quell’epoca - scrive Natalia Aspesi - pareva meglio pubblicizzare i film con i manifesti disegnati … forse si pensava che per un grande pubblico una pubblicità che in qualche modo richiamasse le copertine della Domenica del Corriere o ancor meglio i romantici fumetti di Grand Hotel sarebbe stata più comprensibile, più gradevole, più stimolante. … A rivederli oggi tutti insieme nel catalogo del museo di Montecosaro, reperto davvero archeologico di un cinema scomparso, ci si accorge di non averne quasi un ricordo anche se riferiti a film tuttora indimenticabili oppure del tutto dimenticati …
Ma se avevo dimenticato il problema: “arte o non arte”, al contrario non ho mai dimenticato i ragazzi che parteciparono a quel corso di studio e che, come accade a volte nella vita, una felice convergenza volle riunire.

Erano gli anni cinquanta e con una iniziativa insolita l’ENALC aveva istituito un corso di addestramento al disegno pubblicitario. Quella scuola riunì un insieme di teste di varie tendenze che originarono un clima vivace e davvero stimolante per la formazione culturale e intellettuale reciproca. Quando l’Ente Nazionale Addestramento Lavoratori del Commercio (ENALC) diede vita al primo corso di cartellonismo (2), era il 1954 e lo scopo era quello di formare esperti realizzatori di manifesti di buon livello. Venivano creati e realizzati modelli a tempera che poi venivano stampati in grande formato in quadricomia. Con i rari bozzetti sopravvissuti ora è stato realizzato un museo a Montecosaro, e Natalia Aspesi ne parla appunto nel suo articolo.
La sede del corso trovò ospitalità in quella palazzina tutt’ora esistente all’angolo di via Maria Adelaide proprio di fronte al famoso studio di Trilussa, e occupava tutto il piano rez-de-chaussée dello stabile.
Il corso durò tre anni e il titolare, che definirei il conductor, fu Ercole Brini coadiuvato da altri insegnanti. Tra questi spiccava Manfredo Acerbo: un vero artista.
Eravamo una quarantina, ma non mi soffermerò particolarmente sui compagni di corso molti dei quali sono diventati più o meno noti. Non posso ricordare i nomi di tutti, alcuni di loro purtroppo non ci sono più come Franco Celano che aveva una personalità forte e una mano straordinaria. Se vorrete informazioni dettagliate basterà che digitiate i nomi di quelli che cito qui appresso e Google vi fornirà tutte le informazioni.
Piero Guccione ora è un pittore molto conosciuto che è stato, ed è tuttora presente nelle più importanti esposizioni d’arte internazionali. Ha una vastissima bibliografia ed è citato in molti testi d’arte. Franco Sarnari anche lui è un pittore molto noto, fa parte del gruppo di Scicli.
Marilù Eustachio, pittrice, lavora ed espone continuamente. Nell’estate del 2011 è presente a Bondo per quell’importante biennale di pittura nell’antica chiesa di san Barnaba, nel 2006 è nella storica Biblioteca Casanatense con una interessante mostra: “i taccuini di Marilù dal 1986 al 2006”, ma nel frattempo è presente anche in tante rassegne, ad esempio: la personale alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, e molte altre ancora.
Fiora Gandolfi, aveva un modo di fare incantevole, e suppongo abbia tuttora verve, intelligenza, stile. Era molto bella e molto dotata, sapeva disegnare magnificamente, dipingere e scrivere. Si sposò col famoso Herrera e questa scelta dette una impostazione sportiva alla sua vita.
Marcello Rosa trombonista, compositore, arrangiatore, scrittore di testi, ideatore e conduttore di programmi radiotelevisivi. Ha fatto parte della Roman New Orleans Jazz Band e della "Seconda Roman". contribuendo in maniera decisiva alla diffusione del jazz in Italia.
Per me era una specie di nume musicale, mi insegnò come dovevo eseguire gli accordi sulla chitarra e mi fece capire i segreti del jazz.
Enrico Conti era un ragazzo sicuramente dotato, ma il carattere idealista che lo distingueva e lo differenziava dagli altri, indisponeva Brini che lo osteggiò. Era ricco d'immaginazione forse anche perché frequentava Zavattini amico di suo padre, e lo sceneggiatore scrittore e regista famoso, doveva incidere su di lui più o meno consapevolmente. Enrico era portato all’esoterismo e quindi, secondo i criteri di Brini, poco realistico. In seguito diventò professore di cromatologia presso la Scuola Politecnica di Design di Milano e presso la Scuola Europea per il Design di Milano e Roma.
Brini applicava anche nei miei confronti lo stesso metro di giudizio, e così finì che mi sentii in un certo qual modo discriminato. Se avessi letto un’intervista che gli fecero e apparve sulla rivista ENALC n.6 del 1956 forse avrei corretto certe opinioni.



Proprio leggendo l’articolo da cui ha preso le mosse questo Amarcord e ricomponendo inaspettatamente, all'improvviso, quegli anni e quelle fisionomie, mi pare che i ricordi si combinino perfettamente con quanto dice ancora l’Aspesi: “… Adesso ci appaiono soprattutto come la memoria delle cinesale di paese, quelle parrocchiali o delle sedi di partito, luoghi che come cinema da tempo non esistono più perché se questo tipo di manifesto a poco a poco è scomparso, ad uno ad uno quei cinema periferici si sono chiusi.

Ecco. Con la fine del corso si chiuse per sempre un cenacolo, e una sorgente di fantasie e illusioni. Un crogiolo di stimoli creativi. Però quel piccolo mondo a cui presi parte lasciò in tutti i partecipanti un fermento interiore sostenuto dagli interessi che ognuno portava: sia grafici, che letterari, musicali e anche politici, perché a quel tempo la politica esercitava una propensione all’intervento incomparabile con l’attuale stanchezza, povertà intellettuale e frammentazione insostenibile.
Comunque a fronte di quanto scrive l’Aspesi che descrive sia i primi: cioè i committenti, gli industriali dello spettacolo, come gente che aveva un’idea vecchia della pubblicità, sia i secondi. i realizzatori dei manifesti, che sarebbero stati artigiani del pennello impegnati in una produzione corrente, di mercanzia alla buona, devo dire che l’intervista a Brini, letta a tanta distanza di tempo, ha cambiato il mio parere che finora coincideva con quello dell’Aspesi.
Nilla Sesta nel 1956 intervistò Brini e i brani che seguono sono presi dall’articolo: “L’arte del cartellone”.
La Sesta scrive: “… L’affermazione che egli fa [Brini] a mo’ di premessa essenziale, e che serve a dissipare giudizi, o meglio pregiudizi che intralcerebbero la intelligente interpretazione del suo pensiero, è: “L’arte del cartellone non è una sottospecie dell’arte, è arte a sé”… “ Certo non è facile, fare intendere che il cartellonista deve avere qualità, due essenzialmente, che possono apparire diametralmente opposte: prima, esprimere in un cartellone un’idea; seconda, che questa stessa possa scattare nella attenzione di chi , per un attimo fuggente la sfiora con lo sguardo. È la sorte del cartellone quella di essere appena intravisto e, immediatamente dopo, essere seguito con la coda dell’occhio che cerca di rubarne ancora qualche parte … E Brini spietato in questa sua saluberrima impostazione spiega che non sarebbe proficuo intraprendere una carriera di tal fatta quando non si fosse animati dal sacro fuoco che lega allo studio severo della figura, dell’anatomia, dell’architettura, ecc. …[distingue poi] il cartellone “vivo” da quello “morto” … “Se il cartellone è fatto con un modello vivente si sente …”.
In pratica il corso organizzato dall’ENALC seguiva questa linea ed era tutt’altro che artigianale. Non ricordo com’erano distribuite la ore, ma facevamo storia dell’arte, anatomia, nudo: cioè disegnavamo modelle dal vero, e naturalmente elaborazione pittorica, cioè bozzetti a tempera su un tema dato. Come si può capire quel corso voleva offrire una preparazione culturale di buon livello e mi sembra che si possa dire con obiettività: ci riuscì!

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - settembre 2011


NOTE

(1) Natalia Aspesi “Quando il quadro era il film” Repubblica 31 luglio 2011, p.34

(2) Chi volesse maggiori informazioni sulla costituzione di quella scuola può facilmente leggere sul WEB, negli atti parlamentari dell’epoca le motivazioni portate (durante la discussione del bilancio del Ministero del Turismo e dello Spettacolo), per l’istituzione del corso. Relatore di minoranza Liberatore. Digitare: Camera Deputati seduta antimeridiana 23 giugno 1960


 
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