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CIMELI NAPOLEONICI


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it










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Fig. 1 - La "Sala napoleonica"

C’è un luogo di Roma sconosciuto a tutti, o quasi; e di scarsa rilevanza artistica a confronto con le tante magnificenze di questa città. Nella sua modestia tuttavia solleva ricordi storici di una certa rilevanza e induce una serie di riflessioni sulle vicissitudini italiane. Intanto possiamo rilevare un particolare in sé apprezzabile: le decorazioni parietali di cui parleremo sono rimaste al loro posto, nonostante il pensiero che le ispirava e le caratterizzava. A questo proposito si potrebbero citare molti sovrani e dittatori cacciati da un loro nemico. Tornati più tardi al potere, essi si affrettarono a cancellare ogni segno trionfalistico lasciato dall’avversario. In questo caso ciò non accadde. Più precisamente, al ritorno dall’esilio impostogli da Napoleone, sua Santità Pio VII non si affrettò ad eliminare ogni traccia dell’imperatore nemico, anche perché aveva altro a cui pensare. Chi legge ora vorrà sapere di quale opera o monumento stiamo parlando. Ebbene, sto illustrando un complesso ornamentale all’interno di uno dei più bei palazzi di Roma: il palazzo della Cancelleria, che si erge tra Corso Vittorio Emanuele II e Campo de’Fiori. Fu edificato tra il 1486 e il 1513 e si innalza su un lato dell’omonima lunga piazza, lunga quanto la facciata dell’edificio. Nel XVI secolo esso accolse la Cancelleria Apostolica, oggi invece è la sede della Sacra Rota, il tribunale ecclesiastico. La sala di cui dirò più avanti ha ospitato, fino al 2007, le adunanze di Consiglio della Pontificia Accademia Romana di Archeologia. L’edificio fu costruito con il travertino ricavato dal Colosseo e dal vicino teatro di Pompeo, da cui inoltre provennero le colonne che ornano il grande e bellissimo cortile, su disegno del Bramante.    continua...

Nel 1798, all'epoca del primo dominio francese, il palazzo ospitò il Tribunale della Repubblica; invece dal 1810, nel corso della seconda occupazione napoleonica, divenne sede della "Corte Imperiale". Ne riparleremo dopo un rapido cenno alle vicende di Roma nei primi dell’Ottocento, perciò ora torneremo a quei lontani avvenimenti. Il 2 febbraio 1808 Pio VII rifiutò di aderire al Blocco Continentale imposto da Napoleone a tutti gli Stati europei per isolare la Gran Bretagna. Napoleone aveva minacciato il papa: se esso non avesse ottemperato all’ordine, lo Stato della Chiesa sarebbe stato occupato. Pio VII respinse l’intimazione e Napoleone non accettò il rifiuto, per cui lo Stato Pontificio venne senza indugio invaso dai francesi. Le truppe del generale Miollis entrarono a Roma e l’Urbe diventò una mediocre città dell’impero napoleonico, che aveva come gran capitale Parigi. In seguito, il 17 maggio 1809, l'imperatore promulgò da Vienna il famoso decreto che aboliva il potere temporale dei Papi e incorporava gli Stati della Chiesa all’impero. Il 10 giugno 1809 fu ammainata la bandiera pontificia da ogni edificio pubblico di Roma e al suo posto venne issato il tricolore francese. Di conseguenza Pio VII, promulgò una bolla di scomunica contro gli invasori, senza però nominare direttamente l'imperatore. Il governatore, generale Miollis, temendo un'insurrezione popolare, a quel punto agì temerariamente, e diede l’ordine di imprigionare il papa. Torniamo al palazzo della Cancelleria di cui parlavamo all’inizio. Se vi ponete di fronte alla facciata, noterete in alto, sopra al portone, ancora ben visibile la grande iscrizione "Corte imperiale". Ora scendete con lo sguardo alle finestre del piano terra. La quarta finestra alla sinistra del portone dà luce alla stanza di cui intendo parlare. Presumo che il generale Miollis, seguendo la vocazione d’ogni militare a favorire l’efficienza e la praticità, sistemò gli uffici di coordinamento e operativi al piano terra perché rapidamente raggiungibili, mentre lasciò agli ambienti del piano superiore le funzioni giudiziarie e di rappresentanza. Venendo alla stanza corrispondente alla quarta finestra, ne farò una rapida descrizione. E’ una sala non molto grande, rettangolare, e sul lato più breve che dà sulla facciata, si apre la finestra. Il soffitto è a padiglione, vale a dire che le quattro pareti si raccordano con la grande cornice centrale curvandosi come fa la tela che copre i berceau a pagoda. La zona piana, al centro del soffitto, è delimitata da una larga cornice affrescata, da cui pende tutto intorno un’elegante frangia dipinta in rosso e blu, con i bordi delle frange ombreggiate per dar loro un certo rilievo. Sulle falde blu, separate con nappe da quelle rosse, sono dipinte bizzarre, mitiche fenici, o chimere, come quella al centro del soffitto. All’interno della cornice è dipinta una stoffa gialla tutta plissettata, che raffigura la copertura del padiglione, e su di essa, al centro, campeggia una grande corona di alloro che circonda uno strano rappresentante della mitologia zoomorfa. Appare come un animale eterogeneo con corpo di cane, ali d’uccello, orecchie di lupo e becco d’aquila. Sembra afferrare due festoni, uno rosso e uno verde, ma la simbologia che esprime mi sfugge. Tuttavia si impone come un segno inquietante e negativo. Per dirla con semplice e piatta chiarezza: sul soffitto di un palazzo d’ecclesiastica tradizione ci si aspetterebbe una bianca colomba dello Spirito Santo, o un San Giorgio che uccide il drago, o qualche altra figura, per esempio Giovanna d’Arco, forse non immediatamente identificabile, ma in armonia con la consuetudine. Invece questo strano animale rimanda a oscure, sinistre metafore di dominio. Termino rapidamente la descrizione della sala. Ai quattro angoli della stanza sono dipinti fasci repubblicani, che risaltano bene su gruppi di bandiere, e sul giallo chiaro della tela del padiglione. Questo tessuto esce dai bordi dalla cornice per formare dei drappeggi, e tra i drappeggi ci sono delle lunette che racchiudono trofei d’armi. Certamente la chimera (?) al centro del soffitto è l’elemento fondamentale e forse sottintende l’imperatore. Ritengo che tutto il piano decorativo della stanza sia stato progettato dal Miollis, che non era uno sprovveduto. A Mantova nel 1806 aveva fatto innalzare un monumento a Virgilio, all’università di Ferrara aveva collocato le ceneri dell’Ariosto con grandi onori, e aveva fatto restaurare l’Arena di Verona. Provo a immaginare la scena che forse si svolse proprio in quella stanza. La notte del 5 luglio il generale Miollis sulla scrivania disposta sotto la "chimera", alla luce delle candele, firmò il mandato d’arresto del Pontefice e lo consegnò al generale Radet. Questi scese nel cortile, dove lo attendeva un drappello di Dragoni, e alla testa della squadra si diresse verso il Quirinale. Roma deserta e silenziosa era illuminata soltanto dalla luna. Sul finire di quella notte il generale Radet scalò le mura dei giardini del Quirinale e penetrò negli appartamenti del Pontefice. Quando fu al cospetto del Papa, il Radet lo invitò, in nome del governo, a rinunziare al potere temporale, ma di fronte all'ostinato rifiuto di Pio VII di annullare la bolla di scomunica e di rinunciare al potere temporale, fu obbligato ad arrestarlo e a condurlo in esilio in Francia. Passarono cinque anni e Napoleone, sconfitto a Lipsia il 19 ottobre 1813, fu costretto a liberare Pio VII. Il papa rientrò subito nello Stato Pontificio, dove dichiarò decadute le riforme portate dai francesi e senza indugio ripristinò tutti i precedenti ordinamenti.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it


 
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