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ARTE CORTESE.
CONSIDERAZIONI SU UN CICLO
DI AFFRESCHI.

LA "CAMERA PINTA" DI SPOLETO

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it













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Osservazioni su un ciclo di dipinti che ai destinatari di sei secoli or sono trasmettevano concezioni poetiche diffuse e apprezzate dai signori dell’epoca e, a quel tempo, suscitavano sensazioni coincidenti con le loro esperienze quotidiane. Oggi invece quelle stesse icone richiedono un impegno di interpretazione gravato da un patrimonio di cultura che si è accumulata nel tempo. Dobbiamo cercare di dimenticare molte cose per riuscire a interpretare significati e simboli originari.

Fig. 1 - La Rocca di Spoleto

Le storie della “Camera Pinta” nella Rocca di Spoleto (Fig. 1) sono interpretazioni dipinte di racconti derivati da poemi bretoni o provenzali, ed hanno innegabilmente in se stesse un potere di suggestione forte. Chi scrive ne è rimasto affascinato. Malgrado il dominio dei media ci abbia ampiamente assuefatti alle icone, queste della Camera Pinta esercitano tuttora una forte capacità di seduzione. Enigmaticamente hanno provocato in me una reazione insolita, mai provata al primo contatto con un’opera d’arte. Mentre mi guardavo intorno godendo quei dipinti, si è ripresentato alla mente un episodio di moltissimi anni prima in un paese della Ciociaria. Da quelle parti la guerra era stata drammatica, rimanevano solo miseria e rovine in una regione già da secoli poverissima e arretrata, Non avevano il cinematografo, la televisione era ancora un bene a venire. Suppongo che a quel tempo non la possedessero nemmeno il sindaco e il medico condotto, con ciò intendo dire che avevano ben pochi stimoli visivi e auditivi. Eravamo in vacanza, ospitati nella parrocchia, e mi ero portato dietro un libro su cui studiavo, era un libro con figure colorate piuttosto grandi, molte erano riproduzioni di antiche miniature. Ricordo come mi meravigliò il piacere che alcune persone assolutamente ordinarie dimostrarono nel guardarle, e lo espressero con semplici parole di ammirazione e di indubbio entusiasmo. Proprio il ricordo di quella meraviglia mi ha spinto a immaginare quale poteva essere stato l’effetto di queste pitture su una persona semplice della fine del secolo XIV posta là di fronte. Naturale e immediato è stato il tentativo di immedesimarmi in una condizione di spirito ingenua e fresca, condizione percettiva oggi definitivamente perduta.    continua...

Ma lasciando da parte il tentativo di tornare all’innocenza della percezione. Oggi chiunque dovrebbe vedere con i propri occhi la Camera Pinta, e apprezzarla facendo uso della cultura e della sensibilità che ci appartiene, perchè è uno straordinario monumento della pittura, da godere in assoluto.

Per recuperare scientificamente l’originaria condizione di stupore e ammirazione che ho ipotizzato, dovrei fare assegnamento su una documentazione reale e sostanziosa. Invece non ho nulla su cui lavorare, a parte le icone, che sono il luogo di partenza, e tracce desumibili da Cennino Cennini, da molti verseggiatori del Duecento, o dai poeti del “dolce Stil Novo”. Immaginare un coinvolgimento dell’animo inafferrabile, quale poteva essere la reazione emotiva di fronte ad un’opera “d’arte laica” è una congettura vaga che però posso tentare perchè mi viene offerta un’opportunità. L’opportunità insostituibile ci è offerta dalla “Camera Pinta”, un esempio di arte profana e un appiglio straordinario, perché è un caso pressoché unico di arte cortese su muro, in Italia centrale a fine Trecento. Questi dipinti non si potevano vedere comunemente, costituivano il nuovo di allora perchè erano diversi da tutte le immagini sacre comunemente presenti in chiese, cappelle, edicole e confraternite sparse per ogni dove.
Non ho intenzione di presentare uno studio rigoroso sui dipinti della Rocca albornoziana di Spoleto, intendo soltanto offrire la traccia di una condizione di spirito che chiamo “Archeologia dell’emozione”. Perchè Archeologia? Perché in archeologia per raggiungere testimonianze delle civiltà del passato bisogna scavare. Occorre togliere strati di terra che vi si sono accumulati sopra, e infatti la stratigrafia è una parte importante dell’archeologia moderna. Ora considerate quanti strati di cultura si sono accumulati sopra le emozioni di un uomo del XIII o XIV secolo. Quanti cambiamenti sociali, politici, economici, e quante scoperte e applicazioni tecniche hanno condizionato il nostro modo di sentire e di vedere da allora ad oggi. Occorre eliminare una quantità di strati di sapere, un patrimonio di conoscenze enorme, per arrivare ad interpretare approssimativamente i loro sentimenti.
Se nel 1415 un mio -alquanto oscuro- antenato si fosse trovato nella necessità di partire dall’Umbria per raggiungere Roma, forse l’urgenza dell’ipotetico impegno a cui era stato chiamato potrebbe averlo spinto a viaggiare di novembre, periodo dell’anno assai poco propizio ai viaggi. Costui era un bravo litotomo, non un nobile, né un ricco cittadino come poteva esserlo un notaio. Non era considerato neppure un medico ma solo un chirurgo, che a quei tempi equivaleva ad un “pratico”. Era de chirurgia peritissimus, particolarmente esperto nell’arte di rimuovere i calcoli renali. Cola, aveva fatto apprendistato nell’abbazia di S. Eutizio dov’era fiorita una scuola famosa: la Scuola Chirurgica di Preci, conosciuta non solo in Italia ma in tutta Europa, e però rimaneva sempre e soltanto un “pratico”. Si spostava a dorso di mulo ed era vestito con sobrietà, avvolto in un mantello nero.
A noi il viaggio interessa soltanto per un aspetto particolare: i colori e le forme che l’uomo vedeva durante il cammino. Ai suoi occhi sarebbero prevalsi l’ocra e il grigio delle vie fangose e delle rocce ai lati della strada. Molte piante, essendo tardo autunno, avevano ancora foglie color ruggine sui rami, quindi avrebbe visto il marrone rossiccio degli alberi e quello bruno dei terreni, arati per brevi estensioni. Ma il verde predominava: dal verde chiaro luminoso dei pascoli al sole, a quello scuro delle piante sempre verdi e dei pendii in ombra. Per godere a profusione di colori rossi, gialli, arancione, violetti, avrebbe dovuto aspettare primavera quando esplodeva una vera festa per gli occhi. Però un altro tipo di spettacolo meraviglioso gli si presentava ogni volta che entrava in una città piccola o grande, chiusa dentro le sue mura. Non esisteva paese o cittadina italiana che non avesse una chiesa, anzi più di una chiesa, e la cattedrale, enorme in proporzione alle abitazioni del popolo. Al loro interno erano tutte ornate da affreschi e pale d’altare e anche pie immagini a tutto tondo o a basso rilievo, e poi c’erano reliquiari e tabernacoli preziosi. Tutte icone che attraevano irresistibilmente lo sguardo perché ricche di un gran numero di colori, di oro, di smalti, e di altri materiali preziosi.

Per noi moderni tornare a quelle sensazioni è un esperimento quasi impossibile, è difficilissimo immaginare veramente cosa si provava in un mondo in cui i colori erano offerti soltanto dalla natura o quasi: fiori, frutti, piante, animali, o al massimo colori di abiti fantasiosi, di gonfaloni, di bandiere, di drappi e finimenti da parata in occasione di feste e processioni. Questo è l’assai difficile tentativo: riscoprire l’emozione pura in un mondo povero di stimoli artificiali, e soprattutto dove erano assenti figure che non si riferissero al sacro.
Quindi, a questo punto dell’immaginario viaggio, dovrete cercare di immedesimarvi nel viaggiatore e pensare di trovarvi al termine di una giornata di cammino. Ricordate che è novembre e la sera arriva presto. È entrato in città da una delle porte che gli armigeri sono sul punto di chiudere, è molto stanco ma prima di precipitarsi all’osteria-locanda dove mangerà qualcosa, berrà del vino e passerà la notte, il desiderio prioritario sarà quello di andare a ringraziare la Madonna e i santi che lo hanno protetto da pericolosi incontri. Le chiese, a quell’epoca, rappresentavano gli unici ambienti sontuosamente ornati, quindi splendidi, dove potevano entrare tutti, e tutti trovarsi immersi in un’anticamera del Paradiso. Il sole è al tramonto, e la luce penetra quasi perpendicolare dalle vetrate istoriate. Entra in chiesa e resta senza fiato dalla meraviglia. Le vetrate riempiono il grande ambiente di luce colorata, esaltante, e loro stesse offrono una visione della gloria di Dio. Non osserva subito le forme, le figure, che gli racconteranno storie inequivocabili nel loro significato. Sul primo momento gode come fossero musica i rossi, gli azzurri, i verdi smeraldo, i blu cupi delle vetrate, e i loro riflessi che si stampano su colonne e navate, ma lo colpiranno ancora di più i luminosi riflessi dell’oro sfavillante dal fondo delle pale d’altare. I colori che hanno riempito i suoi occhi durante tutta la giornata erano tonalità talmente consuete e monotone che non le osservava, ora sono talmente diverse che lo esaltano come se bevesse bicchieri di vino. Lo eccitano e gli rallegrano lo spirito. Poi comincia a guardare con attenzione e capisce i significati di ogni dipinto, senza bisogno della spiegazione come usa oggi. Gli bastano pochi particolari: gli strumenti del martirio, oppure un animale a fianco della figura che gli sta di fronte, e comprende subito quale santo è là, sul muro. In tutte le città che incontra vedrà diverse forme di arte; ovunque affreschi, bassorilievi, oreficerie, ma tutto è improntato al sacro. Il pensiero religioso compenetrava la vita in tutti i suoi aspetti cominciando dalla scansione della giornata: Mattutino, Angelus e Vespro. Il Vespro segnava il termine del lavoro e chiamava alla preghiera della sera. Né i plebei delle città, né i campagnoli del contado conoscevano orologio e calendario, si regolavano sul suono delle campane percepibile a chilometri di distanza. Non esistevano mezzi di comunicazione, al popolo arrivavano notizie da gente che viaggiando di città in città le coglieva e le trasmetteva verbalmente, potevano essere mercanti, artisti, soldati, erano l’unica fonte di informazione, a parte i bandi comunali. Il susseguirsi incessante e turbinoso di notizie che ci distrae continuamente era sconosciuto. Rimuginavano a lungo le scarse novità che apprendevano e la cultura del popolo si limitava alle letture sacre, alle storie tramandate in famiglia, e ai canti popolari, oltre a poemi e miti che cantastorie girovaghi, portavano di paese in paese. Trasfigurare la realtà in racconti e immagini, richiedeva un processo mentale diverso dal nostro. Per esempio: il lupo era un pericolo serio durante un viaggio invernale, non un folcloristico personaggio delle favole. Vivevano in una realtà del tutto diversa dalla nostra, la loro esistenza era solitamente breve, non conoscevano le norme igieniche più elementari e venivano decimati da malattie oggi scomparse. Sulla diffusa e consistente ignoranza aveva facile presa la superstizione; credevano nella magia e questa disposizione mentale favoriva la percezione del meraviglioso e del fatato.

Il nostro viaggiatore per raggiungere Roma ha scelto un itinerario che in buona parte percorre l’antica via Flaminia. Da Preci va a Norcia dove si procura un salvacondotto per il viaggio e lettere di credito. Da Norcia va a Triponzo, attraversa la Forca di Cerro e raggiunge Spoleto. Da qui per l’antica via andrà a Terni poi a Narni, Otricoli, Civita Castellana e infine arriverà a Prima Porta e quindi a Roma.
Cola di tappa in tappa è arrivato dunque a Spoleto. Qui ha un parente che vive alle dipendenze del castellano, e ricopre un incarico di curator rei familiaris in definitiva era un maggiordomo. Cola ritiene un dovere andarlo a salutare ed ha la fortuna di entrare nella Rocca in un giorno in cui il feudatario è assente. Questo parente che alloggia nel castello si considera nella scala sociale un gradino sopra al litotomo, e per rimarcare questa posizione lo guida in vari ambiti del maniero con l’albagia dell’anfitrione, infine, sicuro dell’effetto che produrrà sull’ospite inatteso, lo conduce al primo piano. Qui giunti apre una porta, guarda Cola con l’espressione trionfante e ironica di chi si avvicina alla stanza del tesoro e lo introduce nella camera da letto del castellano, quella che conosciamo oggi come “Camera pinta”.
Cola entra dietro a Taddeo e rimane sbalordito e confuso, non capisce cosa raccontano tutte quelle figure che di sicuro non rappresentano storie della Bibbia o del Nuovo Testamento, e nessun santo a lui conosciuto, ma ne rimane affascinato. È colpito dalla novità di quelle immagini e rimane incantato a contemplare riquadro dopo riquadro le storie dipinte sulle pareti.
Taddeo non sa spiegargli esattamente quali novelle rappresentino però sa che quelle raffigurazioni sono un omaggio all’amore e che dall’Amore cortese traggono ispirazione. In effetti sono assai numerosi i racconti, i cantari e i sirventesi portati dai giullari d’oltre Alpe e rielaborati e diffusi dai cantastorie italiani. Questi componimenti costituiscono il godimento delle corti dei signori. Il popolo viceversa predilige le imprese del ciclo carolingio e l’epopea di re Artù e dei cavalieri della Tavola rotonda. Ma nella cultura di Cola trovano posto anche le saghe eroiche longobarde ancora in auge perché adattate allo spirito italiano, inoltre Cola vive ai margini dei Sibillini permeati di fantastiche leggende.
Mentre sta osservando attentamente quei straordinari dipinti ricorda i lazzi, le violenze verbali, le scaltre battute, i modi grossolani e sbeffeggianti che manifestavano i suoi compagni d’osteria divertiti da qualche giullare di passaggio. Qui i racconti rappresentati sono molto distanti da quelle recite volgari, queste pitture sono pervase di grazia e di malinconia. Cola trova più facilmente un raffronto con le miniature dei tacuini sanitatis dell’Abbazia di S. Eutizio perché nota la stessa eleganza dei particolari: fiori, erbe, uccelli, ma si fa anche cogliere da dubbi sulla liceità di quelle pitture che dimenticano i principi religiosi fondamentali. Tuttavia continua a guardarle affascinato.
In un riquadro, sulla sinistra della parete di fondo, alcune dame in abiti splendidi stanno in piedi ad ascoltare dei musici che certamente sono dei trovatori. Questi si spostavano di città in città interpretando favole e leggende, e con l'aiuto della musica rendevano più seducenti i loro racconti. Era un genere d’intrattenimento che veniva da un’antichissima tradizione orale, e per secoli diffuse i poemi cavallereschi. Era chiaro che i musici stavano rallegrando quelle signore con novelle incantevoli.

Fig. 2 - Riposo del Cavaliere
Nel riquadro seguente un cavaliere (Fig. 2) si riposa seduto sul prato, ha deposto in terra l’elmo e si mostra perduto nei suoi pensieri, o forse sta sognando. Evidentemente si è dissetato alla fontana che gli sta accanto -è posta al centro della scena- e a fianco della fonte bruca tranquillo il cavallo bianco da cui è sceso il cavaliere, il destriero ha una preziosa sella rossa. Sullo sfondo alcuni cervi pascolano tranquilli e si nota un uomo, forse lo scudiero del cavaliere, oppure il cavaliere che vede se stesso in sogno, porgere un dono all’amata. Cola non conosce i racconti che i dipinti intendono comunicare visivamente, ma comprende moltissime forme e simboli che a noi moderni non dicono più nulla. Perciò può tentare agevolmente una propria interpretazione del riposo dell’uomo in armi. Cola si spiega la scena fantasticando che il cavaliere è di ritorno dalla crociata in Terrasanta, o forse da un torneo, ed è perduto in un sogno incantevole, lo vede riposare in un giardino magico, ha bevuto l’acqua della fontana dell’amore che risveglia nel corpo e nella mente ardimento, desiderio, passione, giovinezza, e certamente gli è apparsa in sogno la bellissima fanciulla che lo attende, assai lontano, nel suo castello. Il cavaliere dovrà fare ancora molto cammino per raggiungerla, un viaggio molto più lungo di quello che sta compiendo Cola, ma forse il cavallo bianco, che ha bevuto anch’esso alla fontana, per incantamento trasporterà il cavaliere come un fulmine. La sorgente d’acqua è l’elemento più importante e la si vede in altre scene, è quell’essenziale “fonte dell’amore” di tante storie.

Fig. 3 - Fanciulla seduta
Cola rimane colpito e commosso da una delle scene più semplici del ciclo di quei dipinti. In un angolo, proprio all’imposta dell’arco che divide la stanza, vede una fanciulla (Fig. 3) seduta in terra su un prato mentre intreccia una corona di fronde. Sembra persa nei suoi pensieri intanto che compone i verdi tralci e Cola si commuove perché ricorda una damigella di cui un tempo era innamorato e aveva visto in un campo sotto le mura di Norcia intrecciare una corona come nell’affresco. Sullo sfondo si vedono costruzioni che si direbbero mura di una città. Cola non si rende conto che mancano di prospettiva, per lui rappresentano bene il paesaggio. La prospettiva perfetta, matematica, universale Cola non la conosce ancora, sta maturando proprio in quel periodo a Firenze ad opera di artisti geniali.
Entro un riquadro più grande, si gode l’azione violenta di un torneo (Fig. 4) disputato da molti uomini o, più verosimilmente, una contesa in cui una folla di armati si affronta e genera uno scontro. Vede una grande arena ovale, come fosse il Colosseo, dove molti contendenti si affollano incredibilmente numerosi e combattono, e sugli spalti un gruppo di nobili dame a sinistra, e degli autorevoli signori a destra assistono tranquilli allo spettacolo. L’esibizione coinvolge spettatori e combattenti in un empito di passioni bellicose, insopprimibili ed esaltanti. Queste manifestazioni violente erano necessarie a mantenere alto il livello di ardimento e combattività. Ma si notano anche dei bambini che corrono da un gruppo all’altro presi soltanto dal loro giuoco, come fanno sempre i bambini e a Cola fa piacere che il pittore abbia voluto mostrare l’innocenza spensierata e la maturità malvagia. Allo stesso tempo apprezza l’agitazione, il tumulto dello scontro, la frenesia dei combattenti. In ogni città a quell’epoca si svolgevano manifestazioni del genere. Non coglie il nesso con l’amore ma sorvola, ha ancora molto da guardare.


Fig. 4 - Torneo
Il litotomo non è un ingenuo, l’epoca esigeva che per sopravvivere ci si adattasse molto presto ad una realtà dura: i limiti sociali insormontabili e le continue prevaricazioni intralciavano l’esistenza ad ogni passo. Perciò Cola sa bene che c’è una grande differenza tra la realtà e l’ideale cavalleresco. Tra l’operare dei feudatari crudeli e avidi, e il comportamento moralmente nobile proclamato dalla cavalleria. Il cavaliere dovrebbe essere il difensore della giustizia al servizio di Dio, il paladino della lealtà, campione di eroismo guerriero sorretto dalla saggezza. Invece Cola conosce la brutalità, la violenza, gli inganni di quei nobili e ne pensa tutto il peggio che può pensarne. Però in quella stanza la realtà diventa come l’ombra nera di un cavallo. Che senso ha questa frase? Ecco: Cola vedeva spesso armati in corazza, scudo e lancia, come quelli raffigurati sul muro; li vedeva nella realtà avanzare a piedi e a cavallo. Norcia aveva la sua milizia, un agguerrito corpo armato che si esercitava abitualmente. Ma i soldati della realtà stavano a quelli dipinti come il cavallo vivo e scalpitante stava alla sua ombra sul muro. Il cavallo aveva sostanza e peso, invece l’ombra del cavallo, che improvvisamente si era stagliata su un muro gli era apparsa fatata: stava là sul muro, senza spessore e peso ma lo aveva portato molto lontano volando sopra gli alberi, lo aveva trasportato in un lontanissimo paese sconosciuto dove non c’era né fame, né violenza. I soldati là sul muro stavano dunque ai soldati veri quanto l’ombra del cavallo stava al cavallo in carne ed ossa. E Cola poteva costruire per se stesso vicende eroiche, che lo lasciavano estatico davanti a quelle pitture. E poi c’era il colore, molto più vivido e brillante di come possiamo vederlo oggi. Dava vibrazione, vita, parola a quelle immagini che non avrebbe visto altrove.
Dobbiamo riportarci alle conoscenze del tempo per inquadrare la formazione intellettuale che poteva possedere Cola. Mentre l’arte, che pittori e scultori italiani andavano sviluppando proprio in quell’inizio di XV secolo, cercava il realismo e voleva che le immagini riproducessero la consistenza del vero, un’altra impostazione estetica si era diffusa in Europa, oggi è definita “arte gotica internazionale”. Anche questa nasceva dalla volontà di superare gli schemi dell’arte bizantina, però all’opposto dell’arte italiana, quella gotica sperimentava altri modi per arrivare a conclusioni diverse. Mentre nella ricerca italiana le figure acquistano volume e un accentuato realismo, l’arte gotica non era particolarmente interessata all’imitazione della realtà, cercava soprattutto l’eleganza decorativa. Non seguiva una ricerca rigorosamente sperimentale per riprodurre la concretezza e tridimensionalità delle cose, preferiva le atmosfere fiabesche, figure e composizioni caratterizzate da linee sinuose e da una fastosa decorazione. L’arte gotica in conclusione descriveva storie in modo raffinato. A quel tempo alcune zone periferiche d'Italia, come le Marche, vicine al territorio di Cola, si attardarono nelle dolcezze dello stile cortese, mentre a Firenze era già iniziata la rivoluzione del Rinascimento.

Fig. 5 - Particolare della Camera Pinta
C’è un altro aspetto della forma mentis di Cola attraverso la quale percepisce il mondo e la vita: l’idea di lontano e di misterioso. Ai suoi tempi una grandissima parte della Terra era sconosciuta: l’America non era stata ancora scoperta, neanche l’Australia e l’Oceania, l’interno dell’Africa era ignoto e l’Asia, malgrado Marco Polo avesse fatto un resoconto del famoso viaggio, era ancora un territorio favoloso e leggendario. Da questi sconosciuti paesi poteva provenire qualsiasi fantastico fenomeno: serpenti volanti, sirene, cavalli a righe bianche e nere, e via dicendo, che Cola poteva accettare senza diffidenza. Era in una condizione d’animo ben più disponibile della nostra verso i “misteri”. Perciò Cola può vedere un mondo incantato oltre il dipinto, al di là della scena rappresentata sul muro, e con una naturalezza per noi perduta. Nella cultura di quel tempo sortilegi, o animali mitologici, o miti eroici della tradizione greco romana, e saghe antiche o recenti come il Guerin Meschino si mescolavano alla realtà quotidiana e lo sforzo del pittore che cercava di rappresentarne l’essenza combinandola in modo straordinario con suggestioni fiabesche ci conquista ancora. (Fig. 5)
Lasciamo Cola al suo viaggio, quando raggiungerà Roma potrà ammirarvi una quantità di pitture, mosaici, e grandi opere d’arte antica che lo impressioneranno.
Torniamo ora alla nostra epoca. Pur senza attardarci dietro gli aspetti di antropologia culturale e di considerazioni storiche che la Camera Pinta meriterebbe, appare indubbio anche ad un osservatore moderno, fin dalla prima occhiata, che questa singolare stanza è un documento di pittura raro, ed un esempio di arte riservata a persone che sapevano godere il nuovo in letteratura, musica e pittura. Essa si distingue così nel confronto con la sterminata quantità di immagini sacre presenti in chiese e musei di Italia, come una rara e irrinunciabile testimonianza di pittura cortese.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it


 
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