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BONNARD, un' idea di Pasquetta

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Mi pare che il quadro di Pierre Bonnard : “Après-midi bourgeoise”, noto anche come: “la Famiglia Terrasse”, rappresenti benissimo l’atmosfera iniziale di un pomeriggio festivo di “Lunedì dell’angelo”, detto più comunemente “Pasquetta”. Personalmente mi ricorda proprio quel dopo pranzo, - anzi quel - detestabile pomeriggio di Pasquetta e non altri Lunedì dell’angelo della mia vita.    continua...

È perfetta l’atmosfera di banchetto appena terminato che Bonnard disegna magistralmente. La famiglia Terrasse dipinta nel quadro non è esattamente la famiglia Ferrari di cui faccio parte, e quella scena non è la fotografia del raduno familiare a cui partecipai, ma combacia in modo perfetto con il ricordo di quel giorno.



Come nella rappresentazione che ne fa Bonnard, quel giorno la famiglia Ferrari, sazia del copioso pranzo, se ne stava rilassata davanti alla villetta, in serafica siesta e un po’ insonnolita dalla digestione e dai brindisi più volte ripetuti. Parenti e amici si lasciavano andare a banali commenti che ovviamente non ricordo. Voglio dire che non posso ricordare certamente i dialoghi, ma rammento bene il suono delle loro parole, che fluivano lente, languide, quasi soporifere.
Bonnard non avrebbe potuto mostrare il tavolo su cui avevamo pranzato, perché nello spazio reale stava alle spalle di chi guarda il quadro, ma vi assicuro che lo avrebbe dipinto come lo ricordo: una lunghissima asse poggiata su rozzi cavalletti e coperta da una tovaglia a scacchi bianchi e rossi. Quel tavolaccio era ancora carico di vivande, di piatti con avanzi di cibo e di bicchieri. Non potevo guardarlo senza disgusto.
La causa del mio fastidio stava nell’inconveniente della digestione difficile. Ho sofferto di stomaco fin da bambino piccolo e non so come sia riuscito a sopravvivere a una gastroenterite curata malamente. Ciò nonostante sono ancora qua, soffrendo però gli effetti di una digestione problematica che non mi permette di mangiare copiosamente. Come farlo capire alla zia Antonietta e a nonno Ottavio? Loro non facevano che riempirmi il piatto insistendo sulla bontà dei vari manicaretti.
Questa era un’assurdità perché in genere a Pasquetta si mangiano gli avanzi del giorno precedente, i resti del pranzo di Pasqua. Si va in campagna con il cesto pieno di uova sode, di salame, di torta pasquale, magari di cotolette panate, e altre semplici buone cose, e si gioca, si canta, si balla sui prati. Invece nonno Ottavio aveva insistito perché quel lunedì andassi in campagna da loro, dove avrei ritrovato cugini e vecchi amici della famiglia. E naturalmente prevedevo che la zia Antonietta per fare bella figura - a lei piaceva moltissimo fare scena - avrebbe preparato un’infinità di vivande pesanti, come il suo insuperabile foie gras.
Avevo cercato di sottrarmi, ma il nonno sapeva insistere in un modo così affettuoso e al tempo stesso così suscettibile che compresi quanto si sarebbe offeso se avessi declinato l’invito. Mi dissi che gli ottantenni spesso sono ombrosi e irritabili, e così per non dargli un dispiacere decisi di andare da loro, anche se di malavoglia.

Lo zio Carlo mi guardò e mi chiese: - Gabriele, non ti senti bene ? –
- Ho mal di testa zio, forse ho bevuto un po’ troppo. Ti dispiace se vado sul prato a sdraiarmi un po’ ? –
Zio Carlo si rivolse al nonno e alla nonna: - Gabriele va a fare una breve passeggiata per digerire –.
Nessuno obiettò nulla, probabilmente alcuni di loro erano divisi tra lo starsene là, immobili come coccodrilli, o piuttosto dedicarsi ad un salutare movimento. La risoluzione che avevo preso doveva averli impressionati. Qualcuno propose di giocare a bocce.
Andai a sdraiarmi sul prato dietro casa. Due o trecento metri in fondo c’erano dei salici, mi diressi là e mi distesi alla loro ombra. Si stava bene, per essere aprile era una giornata incredibilmente calda, ma in quel punto spirava una leggera brezza assai piacevole. In breve mi assopii e come sempre quando ho la digestione più difficile del solito cominciai a sognare. In genere in quelle condizioni mi si presentano visioni antipatiche, invece quel pomeriggio feci uno strano sogno, gradevolissimo. Una bellissima donna che pareva la Venere di Botticelli usciva fuori dalla mia pancia o forse saltava sulla mia pancia, leggera come una libellula, mi sorrideva e pareva invitarmi a volteggiare con lei, a danzare in un ambiente che pareva un galleria formata da siepi scure e eccezionalmente lussureggianti, punteggiate di meravigliosi colori che non saprei descrivere. Farfalle straordinarie dalle ali iridescenti formavano una corona mutevole ondeggiante sopra di noi e piume colorate scendevano fluttuando dagli alberi, finché una libellula mi fece solletico sul collo e aprii gli occhi. Non era una libellula, l’intrusa: era Ernestina che con una pagliuzza mi solleticava il collo.



Ernestina è la figlia di un mio cugino, una ragazza sui diciotto, quindi di poco più giovane di me. La incontravo raramente ma ogni volta che la rivedevo mi affascinava, la consideravo la più bella creatura femminile che avessi conosciuto nella mia breve vita. Disse: - Gabri vieni, andiamo a tuffarci – e dischiuse la lunga camicetta che portava come un grembiule per farmi vedere che era in costume da bagno.
Rimasi abbagliato. Altro che la venere del sogno. Ernestina era una venere in carne ed ossa e mi invitava ad andare a fare il bagno con lei, un’occasione che era un regalo del cielo. La guardai frastornato.
Sapevo che duecento metri oltre il punto dove mi ero sdraiato c’era una larga pozza formata da un fiumiciattolo che attraversava la tenuta del nonno. Il nonno l’aveva fatta accomodare in qualche modo togliendo i cespugli da un lato e mettendo delle assi a sostegno della proda. Così sistemata la si poteva considerare una rozza piscina naturale, un paio di volte in estate ci avevo già sguazzato.
Riflettei un attimo, ero in piena digestione e se mi buttavo nell’acqua fredda dello stagno avrei potuto procurarmi un malore, ma non potevo dirlo a Ernestina senza deluderla profondamente e perdere la faccia per sempre. Ernestina pareva impaziente e mi tirava per una manica della camicia, quando sentimmo una voce forte e insolente dire: - Lascia stare quel bruco biancastro e viscido, ci sono qua io -.
L’orrendo cugino Cesare era sbucato da dietro gli alberi e aveva messo un braccio intorno alle spalle di Ernestina traendola a sé.
Detestavo il cugino Cesare, mio coetaneo: atletico, sportivo, affascinante e sicuro di sé fino a rivelarsi un gradasso insopportabile. Vidi con disgusto Ernestina sorridere e cedere lietamente al mostro. Li vidi allontanarsi verso lo stagno ridendo. Sentii crescere in me un odio infinito, credo che se avessi avuto un coltello tra le mani avrei potuto ucciderlo. Detestai anche Ernestina, debole e frivola, e provai una grande angoscia, una intensa commiserazione per me stesso.
Tagliando per i campi raggiunsi la strada senza tornare indietro e così evitando di passare per la casa. In dieci minuti camminando svelto raggiunsi la stazione, prima delle cinque doveva esserci un treno.
Me ne andai triste e avvilito senza salutare nessuno, lasciando la giacca sull’attaccapanni dove l’avevo appesa la mattina appena arrivato.

In treno qualcuno aveva abbandonato un dépliant turistico. Lo presi mentre mi sedevo e lo sfogliai sbadatamente, ma lo buttai subito nel cestello dei rifiuti. Un momento dopo però lo riacciuffai, perché l’opuscolo aveva fatto nascere un’idea che subito aveva suscitato in me un’energica reazione di riscatto. Perciò prima mi concessi un’assoluzione e subito dopo, rincuorato, proposi a me stesso una soluzione per riconquistare l’autostima ammaccata e dolente. Esaminai con attenzione il dépliant e mandai un pensiero a Ernestina. “Va al diavolo, stupida smorfiosa, ecco cosa farò la prossima volta : proporrò a Marina, la parrucchiera di mia madre, ragazza fantastica, una gita insuperabile, comprerò un cestino da pic-nic splendido, prenderò in affitto una macchina sportiva e …”
Il treno correva in una verdeggiante campagna primaverile carica di prorompente esuberanza, e anche il mio spirito si era messo a correre verso uno sfavillante futuro.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - aprile 2012


NOTE


Pierre Bonnard (1867 – 1947) fu un rappresentante fondamentale dei Nabis. Il gruppo venne così definito, con un vocabolo che significa profeti, per la loro pittura innovatrice. Bonnard diede origine al suo stile guardando a vari modelli, soprattutto alla pittura del periodo bretone di Gauguin e alle stampe giapponesi, ma trasse idee anche da ricerche esoteriche a cui rivolse l’attenzione. Gradatamente si allontanò dal naturalismo impressionista avvicinandosi alla pittura simbolista, e realizzò un’interpretazione tutta personale, e al tempo stesso una trasformazione della realtà accentuando elementi suggestivi dominanti nel mondo reale che vide carichi di significati simbolici e ironici.
Proprio di quest’ironia è carico il dipinto da cui prendiamo le mosse nel racconto. Qui si nota bene la distanza che Bonnard ha preso dall’impressionismo. Questa non è una pittura istintiva ma meditata, e permeata di una sottile malinconia e al tempo stesso di un vivace humour. Il titolo che egli dà a questa efficace descrizione della famiglia Terrasse in serena siesta: “l’après-midi bourgeoise”, esprime perfettamente l’atmosfera del quadro.

 
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