Home











LA SCATOLA DI BISCOTTI

Racconto di Natale













   English Version
 

Era il tempo della “crisi”. Con una sola parola omnicomprensiva, veniva così definita un’epoca di forti ristrettezze economiche. continua...

Come avrete capito si era al principio del secolo XXI. Agli inizi del Duemila quando si dovettero affrontare anni difficili, anni di dure economie di cui parlano … i libri di storia.
A quel tempo non c’era giorno che i giornali d’informazione non biasimassero la grande recessione economica che impoveriva varie nazioni d’Europa, e che in modo particolare, con toni sempre cupi parlavano dell’Italia. Spesso definivano con l’espressione “lacrime e sangue” i provvedimenti, o se volete, le necessarie “spremiture” che il governo infliggeva alla gente per ripianare i mostruosi debiti che si erano accumulati nel corso degli anni.
Insomma era assai brutta la situazione congiunturale in cui l’Europa versava. Con questa terminologia si voleva spiegare alla moltitudine perché in quegli anni ci fossero minori possibilità finanziarie. In breve perché le famiglie comperavano meno vestiti, meno regali, meno alimenti, necessari o lussuosi a secondo dei punti di vista, come tartufi, ostriche, champagne per alcuni addirittura cibi oltraggiosi. E perché le tasse erano diventate così opprimenti che si formavano spontaneamente movimenti di massa detti degli “indignati” che poi si infiammavano e andavano a rovesciare per le strade la loro rabbia. Si metteva in risalto il forte aumento della disoccupazione e si diceva che non c’era nessuna probabilità di trovare un lavoro.
Pareva di essere tornati ai brutti tempi della seconda guerra del secolo precedente quando nei tristissimi anni quaranta del Novecento i regali di Natale consistevano in un cestino di frutta secca, in una sciarpa fatta in casa recuperando la lana da un vecchio maglione, in un paio di presine per le pentole, o in altre sciocchezze del genere.
L’atmosfera di miseria e ristrettezze che pervade questa storia della scatola di biscotti in buona parte deriva dalla situazione che ho appena delineato.

Da molto tempo compero formaggi in un negozio sulla strada di casa. Avendo acquistato per anni centinaia di litri di latte e di etti di Emmental, Parmigiano, Taleggio, e via dicendo, è ovvio che sia entrato in confidenza con la proprietaria. E proprio lei, questa affabile donna, mi ha riferito l’episodio, e lo ha condito di una tale ricchezza di particolari, note di colore e commenti sarcastici, e me l’ha reso tanto interessante che non ho voluto perderlo e perciò ho pensato di trarne un racconto.
È stata la lattaia dunque che mi ha riferito come le signorine Dora e Albina ne siano venute a conoscenza per puro caso, dato che allora abitavano nella casa di fronte.

So che non siete curiose, e chiaramente sto parlando di voi, care sorelle. Ho saputo che vi eravate avviciniate alla finestra solo per scrutare il tempo e per decidere se prendere l’ombrello oppure no. Era il ventidue di dicembre quando è facile che il cielo possa essere cupo e nuvoloso e minacciare pioggia o neve, ed è normale che faccia freddo e che alle cinque del pomeriggio sia già buio e dunque non vi invitava davvero a una passeggiata. Infatti non avevate nessuna voglia di uscire, ma dovevate comperare latte e biscotti.
Le luci negli appartamenti e nelle strade erano già accese e così guardando di sfuggita la casa di fronte notaste la finestra che si apriva proprio davanti al vostro appartamento.
Quella finestra l’avevate vista sempre con le persiane socchiuse, o di preferenza chiuse, insomma mai spalancate, e perciò vi aveva suscitato un’idea di mistero. Quel pomeriggio invece le persiane erano aperte e dietro i vetri si poteva scorgere l’interno di una camera adibita a soggiorno. Ho già detto che non siete curiose, ma la scena che si presentò ai vostri occhi vi sconvolse e rimaneste incollate a guardare.



La stanza era malamente ammobiliata e malamente rischiarata, si notava una vecchia cristalliera, una consolle a cui mancava l’alzata, un tavolo scompagnato e delle sedie mezzo sfondate, il tutto forse era stato acquistato di seconda mano. Non era solo la trasandata mobilia in cattivo stato a trasmettere un senso di desolazione. Non era la penombra che il lampadario polveroso a quattro bracci non riusciva a vincere con quell’unica lampadina ancora funzionante. Quella luce fioca sicuramente rendeva ancora più squallida la stanza, ma l’immagine complessiva del decadimento, l’atmosfera tetra, avvilente, quasi lugubre era di certo data dalla proprietaria di quella topaia. Rincantucciata in una poltroncina fatiscente con un misero scialletto sulle spalle e un plaid scolorito sulle gambe, al centro della stanza c’era una donna molto vecchia che quel pomeriggio prenatalizio vi lasciò confuse e sconvolte per la maniera in cui si comportò. Tanto villanamente che aveste l’impressione di avere di fronte una megera delle favole e rimaneste fortemente irritate.
La vecchia sprofondata nella poltrona gridava verso una giovane donna che le aveva portato un bicchiere su un piccolo vassoio. Prima la vedeste battere in terra nervosamente il bastone che teneva vicino alla poltrona, poi lo sollevò e sembrò che con quello volesse colpire la giovane donna che si era girata per tornare in cucina. Capiste che tornava in cucina piangendo perché il vassoio le tremava tra le mani e scomparve al di là di una porta che lasciava intravvedere una credenza con pentole e padelle. La vecchia strega gridava improperi che non potevate udire ma l’atteggiamento era così eloquente che capiste bene come tiranneggiasse la giovane donna.
Il resto della storia non saprei dire quanto sia stata gonfiata romanticamente. So che la signora Anna, la lattaia, conosceva le vicissitudini di molta gente del quartiere e onestamente faceva anche molti pettegolezzi con i curiosi di cui si fidava, ma le migliori ascoltatrici erano le sorelle Dora e Albina. Una volta mi confidò affabilmente: - Signor Piero, voglio dirle che Dora e Albina sono delle gran brave ragazze. Sono le mie clienti migliori e mi piace molto conversare con loro perché sono istruite e intelligenti -.
Questa lattaia di mezz’età con la sua graziosa figura grassoccia e rosea, sempre cordiale e sorridente, pare proprio una buona madre di famiglia e attrae le confidenze, ma può essere imprudente parlarle troppo apertamente.
Da lei dunque venni a sapere l’origine dell’episodio che ho tratteggiato, ma non giurerei che il seguito della vicenda sia avvenuto proprio come scrivo qui di seguito. Suppongo che Dora e Albina l’avessero idealizzato, guarnito di suggestioni, perché a loro piace molto ricamare, sia sulla stoffa che sulle umane vicende, tanto che poi lo definirono con enfasi “un miracolo di Natale”. E immagino che la lattaia abbia contribuito a migliorare il loro emozionante resoconto.

Mariolina tornò a casa alle sette di sera, stanca ma molto meno amareggiata di qualche ora prima quando aveva pianto a dirotto. Uscita dalla casa della vecchia si era asciugata gli occhi gonfi ed era stata subito presa dai suoi progetti. Come avrebbe presentato a Nicola la fantasticata sorpresa: sotto l’abete o sul tavolo accanto alla colazione? Come l’avrebbe confezionata? Era meglio un portafoglio nuovo, un golf o un bel paio di guanti? Lungo la strada non faceva che riproporsi un elenco di piccole cose che avrebbe potuto regalare al suo Nicola.
L’amarezza, l’afflizione che le aveva lasciato la vecchia Evelina era scemata durante la strada, pensando a tutte le cose che avrebbe potuto comperare e che cosa avrebbe dovuto fare non appena tornata a casa. Nicola sarebbe rientrato verso le nove, lei avrebbe dovuto preparare qualcosa per la cena, e stirargli una camicia per il giorno dopo. Si fermò in un piccolo supermercato e comperò del prosciutto in offerta, del pane e della pasta che per un euro ne davano due pacchi. Mise il resto nella borsetta ma cinquanta centesimi li mise nella tasca sinistra del cappotto. Quella tasca sinistra era la tasca del tesoro, il suo segreto.
Da quando Nicola aveva perso il suo posto di commesso perché la ditta aveva chiuso i battenti, erano finiti in durissime ristrettezze. Nicola non aveva trovato altro lavoro che scaricare cassette di verdura dai camion che arrivavano ai mercati generali e Mariolina si era cercata un lavoro come cameriera, ma la concorrenza spietata le aveva lasciato solo la misera offerta della vecchia Evelina, che pretendeva tanto e pagava molto poco.
Da qualche tempo i coniugi Nicola e Mariolina lesinavano su tutto, non spendevano che il minimo necessario e a mala pena arrivavano a fine mese. Una volta pagato l’affitto rimaneva loro quel tanto per tirare avanti stentatamente. Non c’erano più uscite serali, e il ristorante della domenica era solo un ricordo, così come le vacanze estive erano ormai uno scherzo della memoria.
Ma una cosa Mariolina non riusciva ad accettare assolutamente: l’idea che il suo amato Nicola non avrebbe trovato un regalo sotto il simulacro di albero di Natale la faceva disperare. Diceva simulacro perché l’albero sarebbe stato in verità solo un ramo. Nicola sapeva dove avrebbe potuto tagliare un ramo di abete e aveva promesso a Mariolina che in ogni caso avrebbero avuto il loro “albero”.
A questo punto avrete capito che Mariolina ogni volta che faceva la spesa cercava di spendere il meno possibile e però metteva via nella tasca sinistra del cappotto una piccolissima parte delle monete che riceveva al saldo del conto: una volta venti centesimi, una volta dieci, qualche volta cinquanta. Poi, alla fine di ogni mese, se li faceva cambiare dalla lattaia in un biglietto da cinque e lo nascondeva con gli altri pian piano accumulati nel doppiofondo che aveva messo in una scatola di biscotti. Così mese dopo mese aveva raggranellato un piccolo tesoro: un gruzzolo di quaranta euro che fantasticava di spendere nel modo migliore.
Aprì la porta e rimase sorpresa: la luce era accesa e sentì scorrere l’acqua in bagno. Che cos’era accaduto ? La porta del bagno si aprì e Nicola uscì fuori spettinato e con gli occhi stralunati, evidentemente sofferente.
- Cos’hai ? - Urlò Mariolina: – Perché sei a casa così presto ? Debbo ancora preparare la cena. -
Nicola rispose triste: - Non prepararla, ho mal di stomaco e ho vomitato –.
Mariolina conosceva fin troppo bene suo marito, intuì subito che gli era accaduto qualcosa di grave e tanto insistette che alla fine Nicola confessò la tragedia: aveva reagito ad una insopportabile angheria del capo ed era stato licenziato. Mariolina aveva un nodo in gola ma si fece forza, lo consolò e gli disse che avrebbe di certo trovato subito un altro lavoro.
In quel momento erano in cucina e gli occhi le andarono verso il pensile in cui teneva la gloriosa scatola di biscotti. Non la vide e chiese a Nicola con voce strozzata: – Hai preso la scatola di biscotti che stava nel mobiletto ? –
- Si - Rispose lui – Ma erano irranciditi e li ho buttati –
- Dove ? - Urlò Mariolina. - Dove ? Dove li hai buttati, disgraziato ?-
Nicola vide la moglie stravolta, ma non riusciva a capire l’importanza che dava a quei nauseabondi biscotti.
- Ero rabbioso, avevo fame, in casa non c’era nulla di commestibile ma quei biscotti mi hanno fatto schifo. Con gesto scriteriato li ho lanciati fuori della finestra per la disperazione. Pareva che tutto mi fosse contrario.-
Mariolina scese precipitosamente le scale, cercò a lungo disperata ma della scatola non trovò più traccia.
Quella sera andarono a letto digiuni e per la prima volta non si dettero il bacio della buona notte.

Il giorno appresso Mariolina, infelice, amareggiata come mai le era capitato, alle otto in punto era dalla vecchia Evelina, sebbene non avesse dormito per l’angoscia.
La trovò in poltrona anziché a letto, si era buttata addosso il drappo che copriva il tavolo ed era tutta infreddolita, scarmigliata e con gli occhi gonfi di pianto. Anche lei evidentemente era molto infelice.
Ma la cosa che meravigliò di più Mariolina fu la voce stranamente mansueta con cui quella la accolse: - Oh! Mariolina ben arrivata, buongiorno, per favore fammi un caffè bello caldo cara. Sto molto male.–
Mariolina si chiese se durante la notte la vecchia fosse impazzita e quando quella continuò dicendo: – Ti prego, prendi una sedia e vieni qui vicino a me – pensò che quella cortesia fosse una conferma del suo sospetto, sperando che non nascondesse qualche perfido inganno, e che se non altro forse si trattava di una forma di pazzia benevola.
Con la tazza calda tra le mani che pareva darle un po’ di sollievo l’Evelina si lamentò - Mariolina sono stata tanto male questa notte, ho avuto tanta paura. Ti prego non lasciarmi sola -. E prese a raccontarle i sintomi dell’indisposizione notturna e il tremendo incubo che aveva avuto.
La vecchia donna era ancora fortemente traumatizzata. Si era svegliata alle tre della notte madida di sudore freddo, con un forte dolore al torace e alla gola, e non aveva fatto che pensare al sogno orrendo presentatosi così opprimente così pesante che non era riuscita a sollevarsi dalla poltrona. Mariolina notò che le mani le tremavano ancora mentre raccontava.
Non ricordava come era iniziata l’orribile allucinazione ma aveva ben presente che era rimasta immobilizzata su una sedia che sprofondava nel fango, un fango gelido, nauseabondo, e aveva freddo, tanto freddo. Forse c’era stata un’alluvione che aveva trasportato quella melma, e sentiva lamenti e ingiurie nel buio intorno a sé. Lei era paralizzata sulla seggiola e qualcuno le ficcava in bocca degli oggetti piccoli e duri spingendo perché li ingoiasse mentre una voce terribile gridava: “ti piacciono gli anelli e le perle e le spille d’oro che hai accumulato? Adesso ingoiale, e così sempre più pesante sprofonderai ancora più giù nel fango in cui hai vissuto per tutta la vita”. Evelina si sentiva soffocare al solo pensarci.
Ricominciò a piangere e Mariolina cercò di tranquillizzarla, ma la poveretta aveva bisogno di sfogare l’orrore che ancora la tormentava e tra i singhiozzi raccontò brani della sua vita che parevano gemiti di sincero rimorso. Fu così che Mariolina venne a sapere come e quanto fosse stata una povera infelice. Di come per tutta la vita si fosse difesa da profittatori e prepotenti, e avesse combattuto continuamente odiosi soprusi e prepotenze. Ma così destreggiandosi e resistendo, a sua volta era divenuta intransigente e insensibile, una spietata egoista. Aveva vissuto a lungo con un uomo che l’aveva usata senza mai sposarla e le aveva fatto amministrare per tanti anni una pensione che offriva anche stanze a ore insomma una pensione equivoca. Combattiva e rabbiosa quanto risoluta, aveva lavorato tenacemente e unendo rancore a cattiveria era riuscita a mettere da parte un gruzzolo per la vecchiaia. Ma la nottata appena trascorsa le aveva fatto rivivere colpe ed errori commessi.
Mariolina, coinvolta nella costernazione della vecchia pensò che poteva confidarsi, e le raccontò la sciagura della scatola di biscotti. Ma descrivendole il gesto deprecabile di suo marito scoppiò anche lei in un pianto dirotto, che aiutò molto Evelina a spartire la sua infelicità con la giovane cameriera.
Dopo un po’ che stavano in silenzio, ognuna pensando ai propri dispiaceri, la vecchia chiese con un tono amichevole che Mariolina non aveva mai sentito - Quanto ti servirebbe per questo regalo ? –
Mariolina comprese, e in un impulso di gioia proruppe: - Signora, se può farmi un piccolo prestito glie lo restituisco a cinque euro al mese oppure vengo un’ora prima ogni mattina e … -.
Evelina tornò a mostrare l’indole ruvida e scontrosa che l’indisposizione pareva aver rimosso.
- Ti bastano cinquanta ? –
- Si, certamente – .
La vecchia infilò la mano nella vestaglia. Tirò fuori uno sdrucito portafoglio e porse alla giovane un biglietto da cinquanta. Mariolina voleva esprimerle la sua gratitudine ma lei la fermò: aveva ancora la voce dolente ma parlava con durezza - Non voglio che me li restituisci. Voglio che mi inviti a casa tua per il pranzo di Natale. Per anni e anni l’ho trascorso da sola perché non ho e non avevo né amici né parenti, ma quest’anno non posso rimanere sola, non lo sopporto. Sto male. Sento che la fine si avvicina -.
Mariolina ebbe un tuffo al cuore. Le dispiacevano le parole della vecchia, ma aveva tanto desiderato un Natale alla buona, intimo, un dolce momento di serenità con Nicola, che era tanto demoralizzato. Guardando la vecchia grigia e corrucciata cercò penosamente parole garbate per spiegarle che non poteva ospitarla proprio a Natale, che non poteva preparare un pranzo di Natale, che non poteva proprio aggiungere infelicità a tristezza, ma vide la disperazione negli occhi di Evelina. Si rese conto che l’anziana donna era profondamente sofferente nello spirito e malata nel fisico e allora, facendo forza su se stessa, disse che le avrebbe fatto piacere se fosse venuta a pranzo con loro il giorno della Natività.
Nella notte del ventiquattro, quando non era ancora spuntata l’alba, due ombre furtive, una prima, l’altra dopo, si avvicinarono al ramo d’abete. Le semplici decorazioni natalizie luccicavano debolmente nella penombra della cucina. Le due ombre senza fare alcun rumore depositarono un pacchetto sotto l’abete e se ne tornarono a letto.
Alle nove Mariolina raggiante gridò: - La colazione è pronta. Buon Natale amore mio –. Nicola si sedette a tavola insonnolito ma sorridente, e Mariolina gli porse il suo pacchetto. Lui rimase molto stupito perché davvero non si aspettava un regalo così bello. Non immaginava che sua moglie l’aveva ottenuto a un ottimo prezzo in una liquidazione. La più meravigliata però fu Mariolina che trovò anche lei un regalo inaspettato: una scatola in legno laccato per il cucito, magnificamente lucida, perfettamente organizzata con scomparti per i bottoni, per i rocchetti, per i nastri, gli spilli e le fettucce. L’aveva costruita Nicola con le sue mani, lavorando per molti sabato sera in casa di un amico. L’ intrusione dell’estranea che sarebbe venuta a pranzo non rovinò quei momento così raro di felicità.
Alle dodici Evelina arrivò, e dovettero portarla in casa con grande difficoltà sollevandola dal taxi su cui era salita faticosamente. Le fecero sentire il calore dell’accoglienza così bene che la vecchia strega divenne incredibilmente sorridente e bonaria, come mai s’era vista in tutta la vita. Mariolina con una parte del prestito era riuscita a preparare un ottimo pranzo, degno della bella festività. Sulla tavola festosa decorata con stelle di stagnola e candeline fecero la loro bella figura e furono molto graditi i tradizionali cappelletti e il tacchino arrosto farcito. Il pranzo raggiunse l'apice della magnificenza con il capolavoro di Mariolina: una torta su cui spiccava un grande “Buon Natale Evelina”, e a quel punto la vecchia si commosse ritrovando un calore umano e una simpatia che aveva perduto da molto, molto tempo. Fu un convito colmo di amicizia e di ritrovata fiducia, che poi ricordarono per sempre. Quando ebbero riaccompagnato a casa Evelina, Nicola confidò a Mariolina - Amore mio, penserai che ragiono come un idealista insipido eppure dico che ogni buona azione viene ricambiata, e questa che hai compiuto ci aiuterà ad affrontare il futuro -.
Il ventisette dicembre, Mariolina tornò dall’Evelina e la trovò a letto molto debole e molto sofferente. La vecchia era sicura di avere la polmonite ed era diventata di una mitezza che Mariolina non avrebbe mai immaginato. Si aggrappò alla cameriera come una bambina spaventata e le chiese di chiamarle il medico, di non abbandonarla, di non lasciarla sola, di comperarle una camicia da notte nuova.
Mariolina imbarazzata le fece presente che non aveva i soldi né per pagare il medico, né per acquistare la camicia da notte. Evelina le disse con voce accorata di prendere il portafogli che avrebbe trovato nella tasca interna della vestaglia e di chiamare subito il dottor Michele.
- Chi è il dottor Michele ? – chiese Mariolina.
- Il dottor Michele …, una volta mi tirò fuori da una brutta polmonite, mi salvò quando pareva che fossi spacciata. Chiamalo, digli di venire il prima possibile. Non avrà più il mio indirizzo, spiegagli per bene dove deve venire –.
Mariolina notò che la vecchia era diventata molto ansiosa e per tranquillizzarla le assicurò che avrebbe accontentato tutti i suoi desideri.
Ma il medico non poté fare altro che constatare la gravità del malanno della vecchia donna, e ordinare il ricovero. In ospedale la vecchia cominciò a smaniare tornando al suo comportamento insolente e ostile per opporsi al panico. Il rapporto con le infermiere era divenuto subito conflittuale e insopportabile, si lamentava che non la curavano, che l’orario delle visite era troppo breve. Avrebbe voluto vicina a sé tutto il tempo la sua cara cameriera badante. Accadde così che il giorno appresso Mariolina si sentì dire: - Mia cara, non voglio morire qui, voglio essere ricoverata a Villa Serena. Fissami una stanza –
Villa Serena era una tra le cliniche più lussuose della città. Mariolina era sicura che Evelina oramai fosse fuori di testa e farneticasse. Le spiegò pazientemente che quel trasferimento avrebbe richiesto molti soldi e che era un fantasia impossibile da realizzare.
Evelina le rispose con voce triste ma veemente – Ho risparmiato tutta la vita pensando che un po’ di soldi mi sarebbero serviti per fare fronte agli imprevisti della vecchiaia e adesso mi pare sia proprio il momento di spenderli. Mia cara mi affido a te completamente. Ho avuto prova della tua bontà e onestà, e d’altra parte non potrei fare altrimenti. Vai a casa mia, apri l’armadio in corridoio, togli il ripiano più in basso. Sotto troverai una trapunta, una vecchia trapunta imbottita, scuci la fodera e prendi i soldi che troverai. Prendili e amministrali. Di tutto ciò che rimane non mi importa più nulla. Tutta quella roba Dio solo sa nelle mani di chi potrà finire, forse di una mia lontana cugina. Prendi anche quei pochi gioielli che sono nascosti nel corsetto.
Fu così che Mariolina si trovò tra le mani molti pacchetti di banconote che a occhio e croce dovevano ammontare a parecchie migliaia di euro.
La giovane si prodigò nell’assistenza alla vecchia come avrebbe fatto per una cara parente. Evelina ormai divenuta debole e remissiva, sembrava essersi riconciliata con il genere umano, e dimostrò la sua gratitudine per la giovane consegnandosi del tutto a lei, tanto da firmare un documento per la direzione della clinica in cui delegava a Mariolina ogni responsabilità.
Poco dopo l’anziana donna si aggravò, e nella seconda decade di gennaio si spense.
A Mariolina rimase una grossa somma di danaro che nessuno avrebbe potuto pretendere, perché nessuno ne avrebbe potuto immaginare l’esistenza. I coniugi Nicola e Mariolina continuarono la loro vita assai modesta, e quando Nicola riuscì a trovare un buon lavoro, lasciarono passare ancora un anno. Finalmente vendettero i gioielli e con quanto era rimasto del denaro ricevuto, riuscirono a comperarsi un piccolo appartamento. Passò un altro anno e furono allietati dalla nascita di un figlio. Volevano mostrare gratitudine alla vecchia battezzando il bambino col suo nome però poi a loro non parve opportuno chiamarlo “Evelino”, però “Valentino”, che aveva una certa assonanza, sembrò adatto. Lo chiamarono così in onore di quella strega che era diventata la loro benefattrice.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - dicembre 2012



 
English Version Home