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LE BIBLIOTECHE DELL’ANTICA ROMA
Se vi recate nel Foro di Traiano, a Roma, dalla parte di piazza Venezia vicino alla Colonna Traiana, potrete osservare quel che rimane di una delle grandi aule della Bibliotheca Ulpia.









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La Biblioteca voluta da Traiano infatti ebbe una particolare importanza tra le molte biblioteche che nel corso dei secoli furono edificate nella capitale dell’Impero, ma soprattutto è una delle pochissime di cui possiamo vedere i resti archeologici. In massima parte le altre, infatti, nel corso dei secoli furono distrutte, ricostruite e nuovamente distrutte, per lo più dagli incendi che si susseguirono nel tempo. Le prime di cui abbiamo notizia risalgono agli ultimi secoli della Repubblica. Furono prede di guerra confiscate dai generali vincitori ai vinti. Così Silla, conquistata Atene durante la prima guerra contro Mitridate (88-86 a.C), si porta a Roma la biblioteca di Apellicone di Teo, grande raccoglitore di testi rari il quale, secondo la tradizione, avrebbe acquistato a Scepsi i resti delle biblioteche di Aristotele e Teofrasto. Così , come racconta Plutarco, avevano fatto prima di lui Paolo Emilio, che aveva depredato la biblioteca del re Perseo, ultimo re dei Macedoni, sconfitto a Pidna (168 a.C.) e Lucio Licinio Lucullo che ne trasferì a Roma un'altra, importante e ricca di opere filosofiche, dopo la guerra contro Mitridate (72-70 a.C.) permettendone magnanimamente la consultazione ai cultori del greco.

Ma tutte queste biblioteche erano precostituite, non erano raccolte librarie messe insieme con pazienza, con passione di bibliofilo. Dopotutto non poteva essere altrimenti nell'età della Repubblica, e prima ancora, perché i romani impegnati nella lunga, eccezionale impresa di dominio sugli italici e popoli limitrofi non avevano avuto tempo di elaborare la loro povera, anche se anti-chissima letteratura, e furono costretti a subire l'influenza della letteratura greca e a rivolgere a questa i loro interessi culturali. Ciò non significa che i romani antichi non conoscessero i libri; anzi secondo Tito Livio già intorno al V sec. a.C. i giovani aristocratici romani andavano in Etruria a studiare lettere, e probabilmente il greco, che conoscevano anche attraverso contatti con i greci dell'Italia meridionale. A quel tempo comunque una biblioteca rappresentava una rarità riservata a ben pochi eletti. Nell'ultimo scorcio dell'età repubblicana sappiamo invece che anche privati cominciarono a permettersi simili lussi affidando le proprie biblioteche alle cure di dotti liberti. Erano sistemate spesso nelle ville suburbane, e non solo per il godimento dei tranquilli studi letterari nella pace agreste, ma anche per puro esibizionismo.    continua...

Tito Pomponio Attico, ad esempio, letterato ed epicureo (109-32 a.C.) aveva una bellissima biblioteca nella sua villa sul Quirinale, a cui spesso ricorreva anche Cicerone. Attico fu il primo editore romano, il primo cioè a far copiare più esemplari di un testo da abili schiavi, e a farsi ricco con il commercio dei libri e delle opere d'arte. Pubblicò libri latini e greci e dal 45 a.C. in poi soprattutto le opere di Cicerone. L'attività di Attico dimostra dunque che gli acquirenti aumentavano e che possedere libri e biblioteche non era più un lusso riservato a pochissimi. Disgraziatamente proprio questa richiesta, e implicitamente la possibilità di trarne maggior guadagno, ebbe anche un effetto negativo perché gli amanuensi furono spinti a copiare più celermente; e così, è facile capirlo, si produssero errori, omissioni e variazioni nel testo, tanto che l'Eschilo o il Tucidide di una biblioteca spesso non erano identici a quelli di un'altra. Le biblio-teche quindi avevano più copie di una stessa opera non solo per comodità dei lettori, ma soprattutto per poterle controllare tra loro attuando così in pratica una azione filologica. Avere libri, e magari rari, diventò una moda, e non a caso Seneca, Petronio, Luciano, si divertirono a beffeggiare quella categoria di bibliofili che in tutta la loro vita non avevano srotolato un libro. Il Trimalcione petroniano, bifolco arricchito e ignorantissimo, si vantava di avere nella sua villa una grande biblioteca.

Le prime biblioteche pubbliche Sappiamo da Svetonio che il primo che ebbe l'idea di istituire a Roma una biblioteca aperta a tutti, una biblioteca pubblica nel vero senso della parola, fu Giulio Cesare, che ne incaricò della realizzazione M. Terenzio Varrone, il più grande erudito del suo tempo. Il progetto fu vanificato dalla morte di Cesare ma l'idea non andò perduta perché fu ripresa e realizzata da C. Asinio Pollione. Asinio Pollione, deluso nelle sue aspirazioni politiche, cercò la fama come illuminato sostenitore delle arti e delle lettere; ed in effetti ebbe l'onore di restare nella storia come colui che istituì la prima biblioteca pubblica a Roma, nell'Atrio della Libertà, da lui restaurato in memoria del trionfo sui Parti (39 a.C). Anche il nucleo di questa biblioteca era bottino di guerra: fu divisa, come d’abitudine, in due sezioni, una greca e una latina, e le sale furono ornate dalle immagini dei più grandi scrittori; tra questi, sommo onore, l’immagine di Varrone, unico tra i viventi. Ottaviano Augusto non volle di certo rimanere indietro in una iniziativa di tale portata. Abilissimo politico, attento ad ogni opportunità propagandistica, aprì un'altra biblioteca nel portico del Tempio di Apollo sul Palatino, vicino al suo palazzo. Ricca di tutti i testi del diritto romano, anche questa biblioteca fu divisa fin dal principio in due sezioni, una greca e una latina. Allestita alla grande, come si addiceva ad un imperatore, fu diretta dal grammatico Pompeo Macro. Distrutta dall'incendio neroniano del 64 d.C. e ricostruita da Domiziano, fu di nuovo danneggiata al tempo di Commodo (191 d.C.) e sparì irrimediabilmente nell'incendio del 363 d.C. Anche Ottavia sorella di Augusto fondò una biblioteca per perpetuare la memoria del figlio Marcello, morto nel 23 a.C, e questa biblioteca pubblica era certamente congiunta con il portico d'Ottavia. Organizzata dal liberto di Mecenate C. Melisso, venne distrutta da un incendio nell'80 d.C. Ripristinata anche questa al tempo di Domiziano, fu nuovamente ricostruita, forse dopo un ulteriore incendio, da Severo e Caracalla nel 203. Un'altra biblioteca pubblica fu costruita da Tiberio e annessa al portico del Tempio di Augusto. Nel II sec. d.C. Frontone e poi Gellio, e Flavio Vopisco nel IV sec. parlano ancora di una Bibliotheca Domus Tiberianae, ricca di opere latine, ma non sappiamo se è la stessa biblioteca annessa al Tempio di Augusto o un'altra voluta da Tiberio e inclusa nel suo palazzo. Domiziano aveva svolto una salutare opera di restauro dell'Urbe ma Vespasiano non era stato da meno; tra i vari edifici pubblici cui pose mano vi fu una nuova biblioteca annessa al Templum Pacis, nel Foro della Pace, cioè all'incirca nella zona dove oggi via dei Fori Imperiali incrocia Largo C. Ricci. Secondo Plinio era uno dei tre edifici più belli di Roma; fu distrutta dal solito ricorrente incendio al tempo di Commodo e, presumibilmente, restaurata da Settimio Severo. Secondo Aulo Gellio, l'autore delle Noctes Atticae, essa era ricca soprattutto di opere di autori latini. Una particolare importanza, come accennato all’inizio di questo scritto, ebbe la biblioteca Ulpia, che Traiano aveva fondato nel Foro da lui eretto nel 113, e che venne ricordata da molti autori classici. Gellio la chiamò Bibliotheca Templi Traiani e Flavio Vopisco, uno degli scrittori della Storia Augusta del principio del IV sec, la designava come Bibliotheca Ulpia. Le sei biblioteche pubbliche sopra descritte furono le più famose, ma ne esistevano molte altre, una trentina, nel periodo di massimo splendore della città. Sembra che non solo le Terme di Caracalla accogliessero una biblioteca, ma che queste fossero presenti in tutte le terme, considerate luoghi di svago, di ritrovo e di salutare esercizio sia del corpo che della mente. Organizzazione delle Biblioteche. Il libro Quanto alla costituzione, amministrazione e conduzione delle biblioteche romane, purtroppo non se sappiamo molto. Il patrimonio librario delle biblioteche aumentava grazie al lavoro di copia dell'officina scrittoria annessa e agli omaggi degli autori che in questo modo divulgavano la loro produzione. Gli imperatori facevano importanti donazioni ma si riservavano spesso il diritto di escludere dalla lettura opere ritenute dannose al popolo. L'acquisto era limitato e sporadico, però le biblioteche avevano il dovere-diritto di emendare i testi e di trarne copie corrette e filologicamente pure. Le varie operazioni che si svolgevano in una biblioteca erano dunque: comparare, supplere, commutare, cioè: comparare i testi tra loro, correggerli e completarli quando erano imperfetti, disponere e pubblicare: sistemarli nelle stanze che li contenevano, secondo un ordine logico, e darli in lettura. La biblioteca era composta da una o più grandi sale nelle quali i libri (rotoli o fogli rilegati in quaderni) erano custoditi in scaffali contenuti in appositi armadi, collocati in nicchie che si aprivano lungo le pareti. In alcune i lettori avevano accesso diretto alle opere e per questo venivano considerate del tipo “a scaffale aperto”. In altre i lettori non prelevavano i libri direttamente, ma un inserviente, che Apuleio chiama promus librorum, andava agli speciali armadi dove venivano conservati i volumi e li portava ai lettori. Il direttore si chiamava procurator e solo molto più tardi troviamo il termine bibliothecarius in Frontone. Gli autori erano divisi per generi letterari – poeti e prosatori – ed erano disposti in ordine alfabetico, così come le loro opere. Un aiuto a reperire opere ed autori era dato dagli indices, i cataloghi. Nella sala si potevano trovare appositi tavoli da lettura, ma si potevano anche ammirare molteplici statue, sia degli autori piu’ illustri (come testimonia Plinio a proposito di Varrone), sia di Minerva o delle Muse. In biblioteca, infine, ci si recava al mattino, quando c’era piu’ luce per leggere. Quintiliano e Seneca ci informano di come le biblioteche avessero cataloghi che descrivevano il contenuto stanza per stanza, così come oggi si usa per le sale di una galleria d'arte, ma poi il contenuto di ogni sala era elencato in ordine alfabetico di autore. Sappiamo anche che nella biblioteca Ulpia gli scaffali erano numerati, perciò supponiamo lo fossero anche nelle altre. I libri, costituiti com'è noto di papiro e più tardi di pergamena, erano a forma di rotolo: il volumen, così detto appunto perché si avvolgeva e si svolgeva intorno ad un bastoncino: l’umbilicus, fissato all'ultimo foglio. I fogli di papiro, di cui esistevano varie qualità, dalla più scadente alle migliori, venivano incollati uno di seguito all'altro dal lato più lungo, e la striscia che si formava era lunga ma non eccessiva- mente. Per questa ragione gli autori dividevano la loro opera in libri, ogni libro veniva arrotolato e chiuso in una custodia: capsa o theca di cuoio. La lettura avveniva svolgendo il rotolo gradatamente da sinistra verso destra e un cartellino attaccato all' umbilicus portava il titolo dell'opera e il numero del volume. Il libro, così come lo conosciamo noi, fu originato dal codex,. Questo era in origine un insieme di tavolette cerate legate insieme, e quando in luogo delle tavolette si usò la pergamena, segnò una svolta rivoluzionaria. Al tempo di Marziale (40-104 d.C.) era ancora una cosa nuova ed egli ne ammirava la praticità. L'uso del libro si può dire affermato solo verso la fine del IV sec. e diffuso per tutto il medioevo. I fogli di pergamena erano tagliati, piegati e cuciti insieme a formare quaderni (il quaternio aveva 16 pagine dei nostri giorni) che venivano ancora cuciti insieme a seconda delle necessità, e presentava il grande vantaggio di poter essere scritto sulle due facce mentre sul volumen si poteva scrivere da una sola parte. Il papiro cercò di adeguarsi alla forma del codice ma, assolutamente inadatto, cadde rapidamente in disuso. Verso gli ultimi tempi della Repubblica si usò acquistare i libri dal bibliopola a cui si ordinavano anche copie, e la figura del libraio si confonde con quella dell'editore. Officine scrittorie dovevano esistere sia presso le grandi biblioteche private dell'aristocrazia che presso le biblioteche pubbliche. Immaginiamo dunque una di queste grandi, prestigiose biblioteche antiche, come quella di cui si è parlato all’inizio: per bellezza architettonica, dei fregi, delle decorazioni, per l’importanza del patrimonio librario che contenevano si trattava di veri e propri monumenti di arte, scienza, cultura. E andando a visitare quanto resta della Biblioteca Ulpia, con cui abbiamo cominciato questo rapido excursus sulle biblioteche romane antiche, ascoltiamo come la descrive un noto studioso di antichità qual è Romolo Staccioli:

“L’aula, rettangolare, e originariamente aperta con un lato colonnato sul «cortile» della Colonna, era pavimentata con lastre di granito grigio inquadrate da fasce di marmo numidico o «giallo antico». Due ordini di colonne in pavonazzetto, sormontate da un fregio con motivi vegetali, ornavano le pareti. Grandi nicchie erano poste al di sopra di tre gradini che le rendevano accessibili, destinate a ospitare gli armadi di legno nei quali venivano conservati i libri. Nella parete di fondo s’apriva una grande edicola che conteneva la statua dell’imperatore o, forse, quella di Minerva, dea della sapienza. L’altra aula della biblioteca era esattamente di fronte, al di là della Colonna, concepita, essa stessa, come una sorta di grande «libro» illustrato”.



Adonella Bongini - abarcheo@inwind.it


 
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