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LA BARCA














  
 

Se fossi uno scrittore cinese: per esempio Mo Yan l'autore di "Sorgo rosso", o Zang Alling o il vecchio Liu Tsungyuan e le sue favole allegoriche, oppure Ts'ao Xuegin del "Sogno della camera rossa", (vi consiglio di leggere Sorgo rosso o almeno di scorrerne delle pagine) certamente, racconterei questa storia in un altro modo e avrei un'inclinazione a considerare la vita in maniera più ironica e pragmatica.
Lin Yutang nel suo saggio "Importanza di vivere" ci spiega perché per un cinese la concezione della vita è così diversa dalla nostra. Lin Yutang parla così di un filosofo cinese: quella vecchia carogna di filosofo (sic), vede le cose in modo realistico e derisorio e suggella quest'ideale con una risata: "… La funzione capitale di questo senso realistico è la eliminazione di tutto quanto non è essenziale nella filosofia della vita, ... Dopo tutto, la saggezza nella vita consiste nell'eliminare le cose non essenziali, nel ridurre i problemi della filosofia a tre o quattro: il godimento della casa (relazione tra uomo, donna e fanciullo), della natura e della cultura, e nel mettere alla porta tutte le altre irrilevanti discipline scientifiche e inutili perseguimenti di conoscenza. Cosi i problemi della vita per il filosofo cinese diventano straordinariamente pochi e semplici. … E significa altresì che ogni attività umana, tanto l'acquisto della conoscenza quanto l'acquisto delle cose, deve essere immediatamente sottoposta alla prova della vita stessa e della sua utilità ai fini della vita. E qui di nuovo cogliamo un risultato significativo: che il fine della vita non è una qualsiasi entità metafisica, ma proprio la stessa vita. Dotata di questo realismo e di una profonda diffidenza, verso la logica e verso l'intelletto medesimo, la filosofia per il Cinese diviene una questione di diretta ed intima sensibilità della vita stessa, e non si presta ad essere inquadrata in nessun sistema " .
La differenza con il cinese di Lin Yutang, ma ho un certo dubbio che il cinese che lui ci presentava negli anni trenta esista oggi, o per meglio dire, che la pensi nello stesso modo. Comunque, come sanno tutti, la differenza viene dall'autorità della tradizione, ed essendo io radicato nella storia culturale europea, e in particolare in quella della terra in cui sono nato, e avendone assorbito il modo di pensare che qui più che altrove risente dall'eredità latina, ne risulta che questa storia mi viene di raccontarla come leggerete appresso.
" … E Dio voglia che, di continuo tendendo l′orecchio, riesca io a cogliere il ritmo della grande onda occidentale per mescolare con esso la mia anima italica." Questo è un frammento tratto dalla "Contemplazione della morte" di D'Annunzio.

Venendo una buona volta alla storia della "Barca" debbo dire che il paese scomparso in cui accadde la catastrofe, forse esisteva nello stato americano della California, o invece era nello Wyoming. A distanza di tanto tempo ci si può facilmente confondere e dimenticare il luogo preciso della sciagura. Comunque che il disastro sia avvenuto nel primo dei due Stati o nell'altro, non ha nessuna importanza. Sforzarsi di precisare il luogo sarebbe uno stupido esercizio di acribia, una fatica inutile, perché in primo luogo noi vogliamo cogliere la lezione che se ne ricava, quindi non abbiamo nessun interesse a sottoporre quell'avvenimento a processo giuridico. Invece la lezione di realismo che ne ricaviamo è questa: "Occorre saper riconoscere prontamente l'occasione offertaci dal Destino, prima che un'errata aspettativa ci travolga".
A questo punto, prima di andare avanti, è necessaria qualche precisazione.
Nella regione montuosa in cui si svolsero i fatti che descriverò, vi era una bellissima valle. La parte più ombrosa di quella grande conca montana era verdeggiante di alberi da frutto, soprattutto meli, mentre la parte più esposta al sole era coltivata a vigneti. L'estremità più a nord era invece spoglia, rocciosa e solcata da un tumultuoso torrente. Il torrente era stato sbarrato da un'alta possente diga, un capolavoro d'ingegneria che forniva elettricità non solo al villaggio ma anche ad una vasta area rurale ben oltre i confini della valle.
Un infelice mattino, vale a dire il giorno della tragedia, una scossa tellurica neanche tanto violenta lesionò la diga e l'acqua iniziò a fuoriuscire ingrossando il fiume e allagando la valle. Gli abitanti del villaggio fuggirono temendo il peggio, e il peggio infatti arrivò. Ci fu un'altra scossa sismica disastrosa e dalla montagna a picco sulla diga si staccò un gigantesco masso che precipitando provocò un'enorme ondata la quale sommerse quasi del tutto il paese. Un disastro simile capitò molti, molti anni dopo, in Italia alla disgraziata diga del Vajont.
L'acqua sommerse il paese ma non proprio del tutto. Lo coprì d'acqua, però il tetto della chiesa rimase fuori del diluvio, e là sopra un uomo ritto in piedi urlava: – "Dove andate timorose persone ? Dove fuggite voi tutti spregevoli codardi ? Fermatevi e abbiate fede. Dio ci salverà. Dio dette a Mosè l'autorità di svuotare il Mar Rosso, e di lasciar passare lui e il suo popolo. Perché ? Perché Mosè aveva una grande fede. Io, Osea, imporrò alle acque di ritirarsi, e torneremo alle nostre case ! " –.
L'uomo che urlava era Osea il predicatore mormone.
Intanto l'acqua continuava a salire e da una lingua di terra più al sicuro dove i paesani si erano raccolti, mandarono una barca. Sulla barca, stava in piedi la moglie del predicatore, che gridò: – Vieni via Osea, l'acqua sale e ti travolgerà –. Osea urlò: – Donna di poca fede sarai dannata se non vieni accanto a me –.
La barca con la moglie giudiziosa tornò indietro.
L'acqua continuava a crescere e Osea andò su per il campanile.
Mandarono una seconda volta la barca, e questa volta portava il sindaco che parlò perentoriamente: – Vieni via Osea, non fare lo stupido, l'acqua cresce e ti travolgerà –.
Osea rinnovò il biasimo. Urlava dal campanile: – Gente di poca fede, sarete tutti dannati, Dio mi salverà – .
Per la terza volta la barca portò sotto il campanile il vecchio padre di Osea. il campanile che sporgeva dalle acque ormai era l'unico segno visibile del paese completamente sommerso. L'energico patriarca, dapprima esortò solennemente Osea a desistere, poi furibondo ordinò risolutamente al figlio di scendere, ma quello oppose la fede alla deferenza e alla soggezione.
Per farla breve un'ulteriore scossa causò un'immane ondata che sommerse anche il campanile e Osea si ritrovò nell'aldilà, per esattezza nella sala d'aspetto del regno dei cieli.
Era furioso e vi arrivò sbraitando: – Ho creduto in Dio, ho glorificato la fede, ho annunciato l'aiuto divino e ho sperato nella salvezza e sono stato trattato in questo modo ? –
Due orchidee di luce si avvicinarono, erano angeli diafani, tenui, luminosissimi. Gli dissero dolcemente: – Per tre volte ti è stata mandata la salvezza, ma non hai saputo coglierne il senso. Ottusamente hai continuato ad essere sicuro che un miracolo avrebbe fatto defluire l'acqua e ragionando in modo sbagliato, per una malintesa religiosità, per un'errata interpretazione dell'aiuto del Cielo, ma un poco anche per protagonismo, hai allontanato la barca che ti avrebbe portato in salvo –.

Fin qui probabilmente conoscevate l'aneddoto, forse raccontato in una forma addirittura diversa. Però non conoscevate il seguito che adesso leggerete.
Osea ci rimase così male che pareva ancora più smorto di qualsiasi altro morto. Sicuramente gli angeli, sempre molto sensibili, pensarono di essere stati troppo severi e come si vedrà, gli dettero una chance.
Ci fu una lunga pausa e la collera di Osea si smorzò, allora i due fiori di luce dissero con una sola voce: – Sei arrivato furioso e questo non è il modo migliore per entrare in Paradiso. Soprattutto non hai manifestato una fede intelligente e proficua. Ti sarà offerta un'altra vita per recuperare. Tornerai sulla Terra e darai prova di saperti tirare fuori dai guai, in una situazione molto difficile, con le tue sole forze –.
E così Osea fu rispedito sulla Terra nella necessaria condizione di un neonato che molto rapidamente sarebbe diventato un uomo (il senso del tempo che hanno nell'aldilà è assai diverso da quello che abbiamo sulla Terra).
Gli fu imposto, neanche a dirlo, il nome di Osea e crebbe in una famiglia povera ma dignitosa, studiò con fatica e si laureò con sacrificio, suo e della famiglia, e quando aveva già raggiunto un buon livello nella professione di avvocato arrivò la grande depressione, la crisi del 1929, e Osea da un giorno all'altro si ritrovò buttato fuori dall'importante studio in cui aveva immaginato di avviare una luminosa carriera; si ritrovò senza un soldo, e con una vecchia madre alla quale doveva provvedere.
Cercò febbrilmente un lavoro, qualsiasi lavoro, anche modesto, perfino umile, ma non ottenne che obiezioni: "Al momento non c'è alcun lavoro disponibile, prova a farti rivedere la settimana prossima".
Stanco fino alla nausea si sedette sul bordo della strada, una strada molto periferica della città, con il vuoto nell'anima e nello stomaco. Stravolto com'era non riusciva neanche a pensare, e non vedeva nessuna prospettiva di fronte a sé.
E la prospettiva, o più precisamente le occasioni, passarono. Passarono sotto l'aspetto di autocarri.
Mentre stava là incapace di ragionare vide venire dei camion, erano tre, avanzarono uno dietro l'altro, gli passarono davanti e andarono un po' oltre. Osea notò che entravano in un terreno abbandonato in fondo alla strada, e là si sbarazzarono del loro carico di rifiuti, che consisteva soprattutto in scarti vegetali di mercati ortofrutticoli.
Quando i camion vuoti se ne furono andati, Osea si alzò, entrò nel campo deserto, cominciò a rovistare in quella montagna di avanzi e si riempì le tasche di verdure.
Avendone scartato le foglie guaste gli ortaggi che aveva raccolto erano ancora utilizzabili, e le frutta ammaccate, ma ben mature, erano buonissime da mangiare. Quella notte se ne andò a letto con la pancia piena di cavolo al tegame e di un'ottima lussuosa spremuta d'arancio.
Si sdraiò sul letto meno demoralizzato della sera precedente e improvvisamente, mentre se ne stava là supino a ragionare a occhi aperti, perduto nel buio della stanza, gli si accese una lampadina nella testa e germogliò un'idea che gli parve realizzabile, sebbene non fosse proprio eccellente.
La mattina seguente, munito di una grande borsa si recò nel campo dei rifiuti e raccolse quanta più frutta riuscì a rimediare. Tornò a casa con un bel carico, fece un'ulteriore cernita, lustrò ben bene le arance che poteva mettere in bella mostra e si riposò. Occorre dire che non molto lontano dall'abitazione di Osea c'era un centro sportivo. Un edificio con palestra e con vari campi da tennis e di atletica e baseball dove giovani rampolli di famiglie benestanti si allenavano, giovanili bancari giocavano a tennis per tenersi in forma, ricchi snob e altra fauna umana che malgrado la crisi dell'economia disponeva di risorse, mostravano di praticare un qualsiasi sport a beneficio di chi faceva finta di ammirarli.
Nel pomeriggio di quel giorno notevolmente caldo, poiché si era in estate, Osea si era piazzato vicino al centro sportivo in piedi dietro un piccolo tavolo ripiegabile. Si era messo sul marciapiede non lontano dall'ingresso del palazzo dello sport e sul tavolo aveva sistemato in bella mostra un cesto con delle arance lucidate. Vi aveva disposto anche una fila di bicchieri, uno spremi agrumi e una grande caraffa piena di succo d'arance. Sotto il tavolo teneva una sacca con altre arance e un cartello fissato sul bordo del tavolino reclamizzava: "Aranciate dissetanti e vitaminiche altamente corroboranti, rinvigorenti, subito pronte per pochi centesimi". (A quel tempo certe cose si potevano fare).
I primi che vennero fuori dal centro sportivo, erano gentiluomini di mezz'età, dettero un'occhiata indifferente e parlando tra loro si allontanarono distratti. Poco dopo uscirono dei giovani accaldati, si avvicinarono incuriositi e ridendo si scolarono dei bicchieri di ottima spremuta. Osea tornò a casa contento.
Il giorno appresso ripeté l'esperimento e i clienti aumentarono. Tornò a casa con qualche dollaro in tasca e molto soddisfatto. La mattina del terzo giorno però, mentre frugava tra i rifiuti, pensava cupo e molto arrabbiato: "Ma che senso ha la mia vita ? Ho studiato tanto, ho preso una laurea con ottimi voti, avevo iniziato una brillante carriera e ora mi ritrovo a frugare tra le immondizie. Chiedo al Cielo se può esserci una giustificazione, se può esserci una spiegazione a questa metamorfosi della mia vita. Come potrò credere ancora nel diritto ? nella giustizia ? ".
Osea si rammaricava e frugando e borbottando si lagnava amaramente.
Se avesse potuto sapere perché gli era capitata l'esperienza che stava vivendo di certo avrebbe aumentato l'impegno a trarsi fuori dai guai, e avrebbe goduto molto quel minimo successo realizzato fin lì.
Siccome era realistico e capace di valutare i pro e i contro decise di fare un piccolo ulteriore tentativo. Comperò un triciclo usato, lo ripulì per bene e con quel mezzo poté trasportare più frutta e spostarsi in luoghi diversi: la mattina si piazzava di fronte a una scuola e il pomeriggio vicino al centro sportivo. Gli affari aumentarono.
Allora decise di rischiare, chiese un prestito, si attrezzò con due tricicli, assunse, per un misero compenso giornaliero, un aiutante e i punti di vendita divennero quattro. Naturalmente non andava più a raccogliere arance tra i rifiuti ma comperava a un prezzo minimo le rimanenze dei mercati; ci andava all'ora della chiusura.
Per farla breve nacque così la "Orange Fruit Adventure" che non molto tempo dopo il fortuito inizio era già dotata di alcuni moderni automezzi attrezzati a camion-bar e con le sue vistose insegne colorate era ormai conosciuta da tutti gli studenti della città e distribuiva migliaia di aranciate fresche.
Osea si era arricchito, la grande crisi oramai era alle spalle, aveva abbandonato la iniziale carriera di avvocato, e però non era soddisfatto. Era convinto di non essersi realizzato, perciò decise di fondare una biblioteca pubblica che tramandasse il suo nome alla posterità.
Il progetto della biblioteca venne affidato a un'archistar dell'epoca e per la magnificenza dell'architettura, per la modernità dell'impianto automatizzato e per la ricchezza del patrimonio librario divenne un esempio mondiale.
Un mattino Osea attraversò la strada guardando molto soddisfatto la facciata della sua biblioteca. Ammirava la bandiera nazionale che svettava sul pinnacolo al centro della facciata e che tutta illuminata dal sole del mattino pareva proclamare il trionfo di Osea.
Attraversava la strada distratto perché era immerso in progetti ancora più grandiosi. Non vide un'automobile che procedeva velocemente, fu investito e spedito rapidamente nell'aldilà. Questa volta non sappiamo come venne accolto, ma sappiamo che su Osea calò definitivamente il sipario.

Debbo dire ancora qualcosa, debbo spiegare perché ho iniziato dichiarando che se fossi stato uno scrittore cinese avrei raccontato questa storia diversamente.
Ebbene, avevo già pensato di concludere il racconto della "Barca" scrivendo che Osea dopo aver raggiunto l'aldilà si sarebbe reincarnato per correggere la sua errata, o male interpretata fede, e avrebbe espiato superando brillantemente una qualche diversa catastrofe. Una delle tante che colpiscono regolarmente la nostra Terra.
Ed ecco che scorrendo il vecchio libro di Lin Yutang mi è capitato di leggere la descrizione di un'altra reincarnazione che viceversa venne rifiutata. Ci ho meditato sopra considerandone l'ironia, la differenza di comportamento rispetto ai nostri modelli di vita occidentali, lo stile, l'atmosfera tutta orientale e quel così diverso modo di raccontare. E mi è venuta la stravaganza di accennarne ai miei lettori. Desideravo che giudicaste.
Perciò trascrivo il breve paragrafo dal libro di Lin Yutang "Importanza di vivere" (1) in cui parla del diverso approccio alla vita proprio della mentalità cinese.
Yutang dice: " … Il cinese non aspetta né perfetta pace, né perfetta felicità. Vi è un racconto che illustra questo punto di vista. C'era una volta un uomo che era all'inferno e stava per essere reincarnato. Egli disse al Re della Reincarnazione: – Se vuoi che ritorni alla Terra come essere umano, ci andrò soltanto alle mie condizioni –. – E quali sono ? – Domandò il Re. Rispose l'uomo: – Intendo di nascere figlio del capo del governo e padre del prossimo laureato in lettere a pieni voti con lode. Pretendo di avere diecimila ettari di terra intorno alla mia villa; vivai di pesci, frutta di ogni specie, moglie bella e graziose concubine, tutte buone e affezionate, e sale rivestite fino al soffitto d'oro e di perle, e cantine gremite di frumento e cofani stipati di monete, e io stesso voglio essere Gran Cancelliere o Duca della Vittoria e godermi onori e prosperità e vivere fin all'età di cento anni – .
Rispose il Re della Reincarnazione: – Se ci fosse una bazza simile sulla Terra ci andrei io, e mi rincarnerei io stesso anziché darla a te
– ."

Nella mia storia invece la situazione si risolve più sobriamente e meno sarcasticamente. Che ne pensate ?

NOTA

(1)da Lin Yutang: Importanza di vivere , edizione Bompiani, 1940, pag.33 (Si tenga conto che la traduzione è del 1936)

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - febbraio 2015



 
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