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BAGATELLA DI NATALE

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Si alza il sipario e si presenta un piccolo diavolo che si offre di accompagnarci. Caspita, sembrerebbe proprio che abbiamo sbagliato racconto, un diavolo è incompatibile con lo spirito Natalizio, però come vedrete tutto è accaduto accidentalmente. È arrivato con un’espressione cordiale e si è mostrato educato e affabile, ma essendo pur sempre un diavolo, pareva poco opportuno intrattenerci con lui in tempo d’Avvento. Ci ha spiegato che era capitato per caso e fortunosamente in casa nostra, e che era grande amico di Asmodeo, a quel punto ci è sembrato molto interessante fare la sua conoscenza.    continua...

È stato il comportamento del signor Arcadio a liberarlo senza che nemmeno se ne rendesse conto, in breve Astolfo è scappato fuori dall’oggetto che quello si era posto accanto per reagire ai dispiaceri e al freddo. Ci siamo accorti della sua presenza quando una campanellina del nostro albero di Natale ha cominciato a tintinnare, era lui che, trascinato da una folata di vento, era entrato per uno spiffero della finestra e si era aggrappato alla campanella, poi, volenteroso, si è proposto come guida. Astolfo è fantastico si è presentato piccolo come un ditale, come una castagna, un ninnolo insomma, ma poi si è fatto vedere grande quanto un armadio, proprio come fosse l’ombra di un gingillo, che appare corta quando sta vicino ad una candela e aumenta se se ne allontana.
In questo periodo sa bene di essere fuori posto, lo abbiamo già detto, e infatti, quando sono arrivati trionfalmente i messaggeri celesti della ricorrenza natalizia, si è dileguato. Noi lo abbiamo salutato ringraziandolo per la storia che ci ha fatto conoscere.

Dunque, in questa gelida mattina di dicembre, pochi giorni prima di Natale, siamo stati introdotti in una grande stanza dove, abbandonato in una sformata e logora poltrona, sta sonnecchiando il signor Arcadio oramai stanco e avvilito. È avvolto in tre o quattro coperte scolorite, ha l’espressione corrucciata, la barba lunga e i capelli arruffati, perché da due giorni aspetta il tecnico che deve riparare la caldaia, e allora funzionerà di nuovo il riscaldamento. Solo in questo modo avrà di nuovo l’acqua calda e potrà usufruire del bagno. Intanto, per scaldarsi e soprattutto consolarsi, tiene vicino a sé sul pavimento una bottiglia di acquavite e ogni tanto l’afferra, ne succhia un sorsetto e si appisola. Siamo potuti entrare facilmente perché dalla bottiglia, insieme alle piacevoli esalazioni alcoliche, è scappato Astolfo che, arrivato in casa nostra si è offerto di guidarci. Ricordate Il diavolo zoppo ? (1), Astolfo, proprio come il suo amico Asmodeo ha potuto introdurci facilmente. Possiamo vedere persino i pensieri di Arcadio grazie ai suoi poteri mefistofelici.



Arcadio ora è un signore anziano, in pensione da una diecina d’anni. Ha trascorso quasi tutta la vita in un ministero, dal giorno emozionante in cui ha superato il concorso per archivista, fino al compimento del cinquantacinquesimo anno in cui ha potuto chiedere il congedo. Pian piano era avanzato di livello fino a diventare funzionario, al minimo del grado certamente, ma pur sempre aveva raggiunto un livello direttivo, e questo avanzamento lo aveva portato a nutrire un’esagerata stima di se stesso. Non si era mai posto neppure un barlume di autocritica, sicuro di essere un uomo esemplare, tutto dedito al lavoro e alla famiglia. Disgraziatamente in un angolo nascosto dell’anima di Arcadio si annidava un germe maligno, il fondamento della megalomania.
Così, per essere all’altezza del ruolo, aveva iniziato un costume di vita al di fuori delle proprie possibilità. Dapprima con la moglie prese a frequentare teatri, ristoranti e colleghi di rango superiore. Poi si rese conto che poteva procurarsi certe novità più gradevoli se si muoveva liberamente, e così con vari pretesti iniziò a frequentare da solo un circolo esclusivo dove si giovava a poker. In poco tempo si ritrovò nei guai, fu costretto a sistemare pesanti debiti di gioco, vendendo prima un appartamento, poi un terreno di famiglia. Il suo carattere si inasprì al punto che i litigi divennero sempre più violenti e all’ordine del giorno, finché la moglie per salvare il salvabile lo piantò in asso.
Arcadio lasciò l’appartamento alla moglie e dopo violente discussioni col figlio che non sapeva fino a che punto il genitore avesse peggiorato la situazione, si ritirò nella casetta di paese in cui lo abbiamo trovato.
Ora lo vediamo per l’ennesima volta prendere in mano il telefono e urlare al termoidraulico, più esattamente alla segreteria automatica di quello, che lo avrebbe denunciato per danni, ottenendo la distaccata meccanica conferma che sarebbe stato raggiunto dall’incaricato il prima possibile e che il guasto sarebbe stato riparato con la massima sollecitudine.
Probabilmente la sgradevole circostanza, la grappa e un crescente malumore debbono aver incoraggiato la malinconica meditazione che lo ha scombussolato, perché nei due giorni passati al freddo ha rimuginato uno ad uno gli anni trascorsi, ritrovandosi a misurare i propri peccati e a dolersi degli errori commessi.
Per la testa di Arcadio è passata una ridda di pensieri ricordi e immagini. Litigi, errori di condotta, discussioni, dispute per le mansioni con i colleghi, e carognate; sempre col pensiero fisso alla carriera. E poi la cattiva amministrazione di quanto restava del patrimonio ereditato, e il disastro del ménage familiare. Ma, come se quei pensieri avessero formato un pauroso lago in cui temeva di annegare, dalla profondità di quelle acque tenebrose tornavano e ritornavano in superficie le sembianze di suo nonno. Il vecchio appariva e lui, intimorito, se lo rivedeva davanti con la stessa apprensione di quand’era bambino. Nonno Antonio era un vecchio imponente con una gran barba bianca, sempre vestito di scuro. Sul panciotto nero risaltava lucente la grossa catena d’oro, e Arcadio era affascinato dall’impugnatura d’avorio a testa di cane del suo bastone. Severissimo, a ottant’anni nonno Antonio era ancora il capo assoluto della famiglia, e Arcadio ricordava con sgomento una domenica rimastagli orribilmente impressa nella memoria. Aveva avuto il permesso di invitare un compagno di scuola, ma erano arrivati in ritardo al sacrosanto pranzo domenicale e il nonno aveva fatto una scenata terribile umiliandolo pubblicamente.
Anche ora, comparendogli davanti come il padre di Amleto doveva essere apparso a quel principe tormentato, il vecchio aveva una espressione corrucciata. Alzatosi in piedi in tutta la sua maestà, gli aveva puntato il bastone contro, dicendo: - Disgraziato, hai distrutto la famiglia. I tuoi antenati mi chiedono conto di te: come è possibile che Arcadio abbia corrotto l’onore della famiglia, non abbia dato continuità alla stirpe? Gli antenati avevano fatto sforzi meritevoli per uscire dalla miseria dell’origine, il tuo bis-bisnonno divenne gonfaloniere di Cascia. La nostra famiglia si è sempre distinta per rettitudine, sagacia, ingegno, iniziativa, da quando il tuo avo Arduino trasportò da Cascia a Ginevra mille cofani di lana. Tu hai interrotto colpevolmente la discendenza e dovresti essere punito … -
Arcadio urlò che aveva procreato un figlio e che allora ci pensasse lui alla discendenza. Da parte sua aveva la coscienza in ordine.
Si risvegliò. S’era appisolato e aveva avuto un incubo. Dovette rincuorarsi con un buon sorso di grappa, ma rimase comunque a meditare a lungo la requisitoria del nonno, finché venne scosso dal campanello all’ingresso.
- Si torna alla vita - , disse tra sé, nascondendo la bottiglia e il mucchio di coperte dietro la poltrona. Dischiuse la porta e finalmente nello spiraglio apparve il viso sorridente del termoidraulico.

La sera di quello stesso giorno Arcadio s’era appena preparato un piatto di spaghetti a cacio e pepe e stava per infilare la forchetta nella calda fumante cupola dei vermicelli cosparsi del saporito formaggio e della spezia fragrante, quando suonò il telefono. Mise giù la posata irritatissimo e sollevò il ricevitore: - Chi parla? - Brontolò. Dall’altro capo udì una voce che gli parve, chissà perché, giovanile e gli provocò un sussulto.
– Sono Virginia, ho bisogno di parlarti – .
Erano passati molti mesi, più di un anno, dalla separazione. Arcadio da allora non aveva interrotto il solitario deprimente esame di coscienza, cercando di minimizzare le colpe che gli imputavano, suggerendo a se stesso vari pretesti per scaricarle sui colleghi di lavoro, sulla moglie, e sulla sfortuna.
Sentendo la voce di Virginia per un attimo la rivide giovane, snella, eccitante, che correva su una spiaggia sotto il sole. Lui l’aveva rincorsa, afferrata e s’erano rotolati nel bagnasciuga ... Una sensazione d’esultanza della durata d’un lampo lo afferrò. L’immagine svanì in un attimo insieme alla folle felicità, e al suo posto focalizzò la signora matura, ingrassata, dall’espressione intransigente, deprimente, in cui era cambiata sua moglie.
- Che vuoi? -, disse brusco; però si meravigliò per la voce insolitamente emozionata di Virginia.
- Debbo parlarti. Debbo parlarti con urgenza – Rispose lei.
- Accennami la questione, allora – , disse Arcadio.
- No . Devo parlarti proprio di persona, vediamoci domani mattina -.
Quando tornò agli agognati spaghetti li ritrovò esanimi, ma, anche se erano divenuti un po’ collosi, se li godette ugualmente.
Dunque si rividero il giorno seguente nella saletta del bar di piazza di Pietra. Virginia inspiegabilmente sorrideva, mentre Arcadio era sulle spine perché s’aspettava qualche tranello legale a suo danno. Rimase di sasso quando lei gli spiegò il motivo dell’incontro.
- Tra pochi giorni, forse addirittura dopodomani, avrai un nipote – disse Virginia impetuosamente. Poi spiegò meglio.
Cesare, loro figlio, non avrebbe voluto mettere al corrente Arcadio della nascita, ma lei, d’intesa con Micaela la nuora, voleva riaccomodare i cocci della famiglia e voleva che suo nipote avesse un nonno di cui un giorno potesse conservare un buon ricordo.
Arcadio aveva un groppo in gola, ma non gli era chiaro quale comportamento avrebbe dovuto tenere. Non voleva lasciarsi andare e mostrare l’emozione, non gli piaceva apparire debole, e però neanche voleva lasciarsi sfuggire l’occasione di venire fuori una volta per tutte da quello stato deprimente in cui si era cacciato. Non sapendo che dire chiese: - E’ maschio o femmina ? -
- Maschio - . Disse Virginia, - si chiamerà Giulio, in onore di mio nonno –.
Ad Arcadio venne in gola un groppo più grosso.
Cercò di mostrarsi indifferente, chiese ruvido: - E tu cosa vuoi da me ? –
Virginia ora non sorrideva più, ma aveva una strana espressione che gli ricordava la professoressa di matematica, la materia che gli era stata più ardua. Gli ricordava quella professoressa il giorno che gli aveva permesso di presentarsi agli esami malgrado il voto insufficiente. Virginia ora aveva la voce risoluta, e disse determinata:
- Vorrei ricomporre la famiglia, vorrei che la sera di Natale cioè la vigilia, e poi anche al pranzo di Natale fossimo di nuovo tutti insieme, vorrei cancellare il passato e andare incontro ad un futuro di pace fin che Dio ce lo concederà. –

E così fu. La sera di Natale, dopo cena, mentre gli altri illuminavano il presepio Arcadio si avvicinò con il piccolissimo Giulio in braccio. Non aveva mai provato nessuna commozione per quell’apparato natalizio. Stranamente quella notte però ne fu coinvolto come mai prima.



Improvvisamente, e prodigiosamente dalla parete sopra il presepio emerse suo nonno.
Ovviamente lo scorse solo lui, e vide solo il busto di nonno Antonio come se quello stesse sporgendosi da una finestra, ma ne restò esterrefatto. Chiese sconcertato: - Nonno, sei ammattito ? -
Perché nonno Antonio era vestito da Babbo Natale e sorrideva. Aveva sulla testa il classico copricapo rosso col pompon bianco e naturalmente anche la giubba era tutta rossa. La barba gli sembrò molto più grande; lui la ricordava benissimo quella barba bianca che odorava di tabacco e cinnamomo. Emozionatissimo stette a fissare quel volto che un tempo lo aveva intimorito. Ora temeva che gli sfuggisse senza esserselo impresso nella memoria, ma ecco che quello fece una cosa inaudita: ebbe la netta impressione che il vecchio gli strizzasse l’occhio. Subito dopo la visione del nonno sparì, ma Arcadio si convinse che finalmente era stato assolto e strinse a sé Giulietto con una tenerezza che non aveva provato neanche per suo figlio appena nato.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - dicembre 2011


NOTE



(1) Il romanzo di Alain René Lesage: “Il diavolo zoppo” è del 1707, ma conserva dopo tre secoli un’invidiabile freschezza e vivacità. Racconta le vicende dello studente, don Cleofa Pérez Zambullo, trasportato in volo sopra Madrid dal diavolo Asmodeo, che può magicamente scoperchiare i tetti. Cleofa, con grande divertimento, ha modo di vedere quel che succede all'interno delle case. Lesage descrive scenette di piccante vita privata mostrando con ironia e immediatezza vizi, intemperanze e vanità dei cittadini. Tutto ha inizio quando Cleofa per mettersi in salvo, dopo una movimentata notte d’amore, scappa per i tetti e da un abbaino salta nel laboratorio di un alchimista. Qui si sente chiamare da un diavoletto, imprigionato in una bottiglia, che gli propone un patto: se Cleofa lo libererà, lui, Asmodeo, gli offrirà i suoi meravigliosi servigi.

 
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