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Con Brueghel a una festa contadina
















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Mi ha telefonato qualche giorno fa per chiedermi notizie di un amico comune che sta molto male. No non Brueghel ovviamente, sto parlando di G. Poi, come fanno tutti quelli che non sanno dimenticare i problemi neanche un momento, e tornano a pensare ai loro guai, anche lui è passato rapidamente a raccontarmi controversie, spese insostenibili e altre contrarietà per arrivare infine a ciò che gli premeva: elogiare dettagliatamente la sua opera più impegnativa e le modifiche e i miglioramenti apportati al piano di educazione all'arte e all'ormai prossima pubblicazione del suo libro. Forse ricorderete che avevo già parlato del suo progetto: quello di smontare e rimontare riproduzioni di dipinti, per facilitare la comprensione delle opere d'arte (1).
Con questo non voglio dire che G. sia esageratamente egocentrico, ma mi è sembrato ben poco interessato ai fatti miei. Ecco perché, dopo quella telefonata, sono stato contento di non avergli accennato nulla della ricerca su Brughel che stavo portando avanti. Questa ricerca per lui sarebbe stata soltanto un'inezia. Dopotutto come potrei biasimarlo, la mia analisi è stata un'intromissione immaginaria e senz'altro un privilegiato piacere personale.
Ora avrete capito perché ho iniziato parlando di una telefonata, perché se a G. non sarebbe piaciuto nulla di questa ricerca, forse a qualcuno dei miei lettori magari potrebbe interessare.
Insomma mi piace parlare ancora di Brueghel, che mi si è riproposto mentre sfogliavo il "Lazarillo de Tormes", un vecchio libro che lessi tanto tempo fa, e che non ha niente a che vedere con la pittura. Anzi, dovrei raccontare lo strano caso in cui mi è tornato sotto gli occhi, quasi che me lo avesse messo tra le mani lo spirito del pittore fiammingo. Quel libro ha avuto il gran merito di farmi guardare a Brueghel come se fossi un suo contemporaneo. Certamente il Lazarillo mi ha aiutato a entrare nell'età in cui viveva il grande pittore e nel suo mondo, ma se continuo con questo particolare episodio va a finire che mi prolungo troppo.

Dunque, guardando le incisioni dei "Sette vizi capitali", che non sono le illustrazioni del Lazarillo che ho citato, ma bellissime stampe su un volume d'incisioni nordiche, avevo buttato giù sulla carta degli schizzi, e stavo considerando come potrebbero essere rappresentativi anche per la nostra età, assolutamente adatti per questa civiltà del benessere.
Il vecchio Pieter fornì solo i disegni per quelle stampe così chiaramente influenzate da Bosch, anzi pare che venisse spinto dal suo committente, lo stampatore Hieronymus Cock a imitare il grande predecessore. Il Cock certamente puntava sul nome famoso del maestro di Hertogenbosch per ragioni commerciali, ma Brueghel lo imitò senza soggezione né fatica perché aveva un'immensa ammirazione per Bosch e una grande affinità intellettuale.
Però si nota bene che Brueghel in tutta la sua produzione più che alle creazioni fantastiche e mostruose del suo conterraneo, creazioni che apprezzò e imitò molte volte quando gli fu necessario, era interessato al mondo reale che aveva intorno. Forse per indole era attratto soprattutto dalla base della piramide sociale, quella formata dagli umili: dai contadini, dai venditori ambulanti, dai miseri accattoni, dagli storpi. ma osservava anche i lestofanti, studiava le canaglie del tipo ex soldati francesi allo sbando, o giovani malviventi che si mescolavano a quei derelitti. Forse ricorderete il tagliaborse che deruba il "Misantropo"(2).
Insomma doveva conoscere bene quel variegato mondo furfantesco, famelico e brutale che nel Lazarillo de Tormes l'ignoto autore ha rappresentato con le parole. Lui invece quel mondo, quegli emarginati ce li presenta ancora più efficacemente col pennello. Infatti in tutti i protagonisti che popolano le sue opere risalta la loro indole, si nota l'abilità nell'esprimere la loro sembianza fisiognomica e caratteriale, e ci si rende ben conto di quale acuto osservatore fosse e come interpretasse argutamente la natura umana: l'ottusità o la furbizia, e comunque la vitalità dei suoi contadini. Osservate questi particolari tratti dalla "Danza di contadini" e ditemi se non si riconosce facilmente un ubriaco che canta a squarciagola e dietro di quello degli imbranati, rustici innamorati, un po' sbronzi, e poi un tronfio suonatore di cornamusa impegnato nello sforzo di soffiare, cosciente di avere un ruolo importante nella festa e desideroso di mostrare come sa essere all'altezza del compito.



ragazzi



Il "Lazarillo", il romanzo a cui ho accennato, è l'archetipo, il primo modello di una lunga sequela di romanzi detti picareschi e guarda caso il termine "picaro" sarebbe nato proprio nelle Fiandre, per indicare i profughi dalla Piccardia, contadini o soldati in fuga che spinti dalla fame emigravano nei Paesi Bassi.
Non so se Brueghel abbia mai letto il Lazarillo che apparve ad Anversa nel 1554, quindici anni prima che egli morisse, ma poteva ben conoscere il "Pantagruel e Gargantua" di Rabelais dati alle stampe rispettivamente nel 1532 e nel 1534. Resta il fatto che guardando i suoi dipinti e i suoi disegni si capisce che avrebbe compreso le avventure affrontate dal povero Lazarillo per sopravvivere, e non avrebbe dato peso alle occasioni squallide che la vita di volta in volta aveva offerto al protagonista e a cui quello si era adattato. Per comprendere la concezione sarcastica che Brueghel doveva avere del suo tempo guardate l'incisione la "Giustizia", di cui fornì il disegno (3). La giustizia è somministrata da altolocati personaggi, come è logico aspettarsi, ma lui ne approfitta per fare una descrizione delle brutali e raffinate torture in uso nella sua epoca per condurre gli uomini sulla via della rettitudine.
Non ho approfondito quali fossero le sue letture, piuttosto ho preferito immaginare un episodio che mi ha introdotto a pieno titolo nella "Festa di matrimonio di contadini", festa che in verità appare un tranquillo pranzo di nozze dove spira un'allegria pacata e composta, tanto che la sposa, quieta, placida, pare addirittura sognante. Ma non è più la stessa ordinata e tranquilla compagnia quella che vediamo nel "Ballo di contadini" che rappresenta il seguito del pranzo di nozze e che si è trasformato in una scatenata baldoria.
Intanto preciso che in questa mia carrellata su Brueghel, il pittore mi si propone come un "cronista" dell'epoca sua. Evidenzio il lato naturalistico e realistico dell'artista che si fa interprete della società del suo tempo, e non mi soffermo sull'altro Brueghel colto. Il Brueghel alchimista filosofo, pensatore profondo e scettico, come quando ha dipinto per esempio la "Caduta di Icaro". Inoltre avanzo l'idea che l'aneddoto, o meglio la burla che racconterò, potrebbe essere accaduta davvero, perché Karel van Mander, anche lui artista, che descrisse le vite dei pittori dei Paesi Bassi come il nostro Vasari fece per quelli italiani, ci racconta che Brueghel insieme a Hans Franckert, commerciante di Norimberga e ricco committente, si intrufolava a volte nelle allegre comitive contadine per partecipare a feste e nozze rustiche, facendosi – all'occorrenza – passare per parente dello sposo o della sposa (4).
Ho dunque immaginato questa allegra e stramba beffa perché è appropriata alla sua opera. Dato che la pittura oltre ad esser fatta di forme bidimensionali più o meno strutturate, primariamente è fatta di colore, e poi di "atmosfera", di capacità manuale, di interpretazione delle apparenze del mondo, e di tanto altro. Ed è sempre una manifestazione del carattere e della cultura del pittore, è uno specchio della sua personalità. Che Brueghel, sebbene fosse divenuto molto colto col passare degli anni, amasse sempre quel mondo dei semplici in tutti i suoi aspetti non è per niente sorprendente. Lo sentiva in se stesso forse proprio perché era di estrazione contadina.
Perciò mi è piaciuto immaginare il bravo Pieter che se ne va ad una festa paesana accompagnato da quel manigoldo di Bastien che ho già incontrato non ricordo in quale storia. Una storia comunque molto vecchia. Forse Pieter non è andato alla festa insieme a quel furfante di picaro, forse quel diavolo lo ha trovato già là perché quello sapeva intrufolarsi dappertutto; ma è innegabile che Brueghel ha contemporaneamente ammirazione e orrore per quella canaglia di Bastien, per la sua furbizia, per l'insaziabile ingordigia, la vitalità, il buonumore, la giovialità, la destrezza, e la mancanza di scrupoli. Bastien è veramente indecente, immorale e spesso osceno, è proprio un picaro divertente.



papa
Bastien


Conosce una quantità di canzoni e di storielle allegre e tiene banco in qualsiasi osteria o raduno popolare, grande o piccolo, ricco o povero, si accompagna con la ghironda che porta sempre a tracolla e combina scherzi quanto mai comici e divertenti da far sganasciare dalle risa, è capace di suscitare l'allegria anche a un funerale.
È questo spirito popolare, questa ilarità che Brueghel presenta in molti dei suoi quadri e che copre implicazioni religiose, sociali, psicologiche profonde. Se ricordate la "Battaglia tra Carnevale e Quaresima" ricorderete che Carnevale affronta la rivale con uno spiedo su cui è infilzata una testa di maiale e un cappone arrosto e sta a cavallo di una botte su cui è appeso un prosciutto, mentre l'alabarda di Quaresima, smunta e verdastra per la fame, è una pala da fornaio su cui si vedono due misere aringhe. Se questo non è spirito plebeo, ditemelo.
Tornando all'episodio immaginato, è vero che il mio Bastien, che vedete qui sopra e di seguito, l'ho preso da un dipinto di Bosch (5), perché Brueghel non era così malizioso, cinico e crudele psicologo, tenebroso veggente inventore di violenze e supplizi, quanto il suo teorico concettuale maestro. Ma Bastien in quel particolare di Bosch mi è apparso proprio canagliesco come desideravo presentarlo. Il vecchio Pieter, essendo in fondo un tollerante, non avrebbe espresso altrettanto bene la malizia del clochard avventuriero che finge di essere paralitico e imita magnificamente un misero infelice.
Dunque Bastien sapeva sempre scegliere il soggetto adatto alle sue burle. Quella volta adocchiò una prosperosa giovane donna che aveva già bevuto abbastanza da allentare alquanto l'avvedutezza sempre necessaria.
Cominciò a raccontare, senza mai volgersi dalla parte della ragazza, delle orribili storie di "tarantolate", e per farsi capire spiegò in parole acconce che alcune volte capitava a donne dei paesi del sud della Spagna e dell'Italia di essere trafitte da un'orribile bestia simile a un verme nero e peloso. Questo spaventoso animale che nessuno sapeva da dove sbucasse si insinuava sotto le loro vesti, le pungeva e se non se ne liberavano immediatamente impazzivano; oppure il loro naso, le orecchie e a volte i seni si staccavano rapidamente dal corpo molto peggio di come accade ai lebbrosi. Si diceva che da qualche tempo quell'orribile animale fosse comparso anche nelle Fiandre. Parlando si era spostato un poco dietro la donna e con grande destrezza le infilò qualcosa nella scollatura.



papa
Bastien


Quell'oggetto era pungente e la ragazza cominciò a torcersi, a dimenarsi e a gridare, e Bastien, con tutti gli altri commensali che gli fecero coro, gridò: "ecco, ecco la tarantola" e allora quella urlò ancora più forte si tirò su la veste e allargò la scollatura della camicetta offrendo lo spettacolo del seno grande e sodo. Quello appunto era lo spettacolo che Bastien si era riproposto. Naturalmente quando videro che la tarantola era un legnetto dipinto di nero e coperto di crine di cavallo l'ilarità generale scoppiò fragorosa. Lo scherzo eccitò gli animi e avviò l'euforia e le danze che si vedono nell'altro celebre dipinto: "Danza di contadini".
Se avessi raccontato questa storiella a G. lui avrebbe detto subito: - ma che ha a che vedere questa tua invenzione con la pittura di Brueghel ? Cosa dovrebbe spiegare ? –
G. è colto e intelligente e a modo suo è spiritoso, ma è difficile fargli accettare un'interpretazione che non corrisponda alle sue regole. Mi sarei dunque incaponito a spiegare che a far divertire i semplici erano le esagerazioni: le grandi bevute, le scorpacciate dei giganti con le conseguenti enormi defecazioni, i giochi maneschi, le danze sfrenate e naturalmente il sesso. Tutti comportamenti che Rabelais aveva saputo trattare magistralmente con la prosa e che Brueghel ancora meglio aveva rappresentato col pennello. Così avrei continuato a spiegare la mentalità dei contadini sprecando tante inutili parole. Perché chi sa vedere, per esempio il "Banchetto di nozze", capirà meglio che se ascoltasse una dottissima dissertazione estetica. E se non è in grado di "sentire" con gli occhi e di "vedere" con le orecchie, non ci sono spiegazioni che valgano.
E poi i colori, il movimento. Guardate quella vorticosa spirale che Brueghel costruisce con le figure e partendo dal piede del suonatore di zampogna e passando per le teste dei gruppi in primo piano, comunica fortemente il moto e la foga degli entusiasmati scalmanati convitati. E i gialli i rossi i verdi che sono i colori dell'allegria, della festa, che lui impiega magnificamente e, accordandoli alla perfezione, esegue un concerto visivo.



papa


Ci sarebbero da dire tante cose ancora: sul paesaggio, sulla composizione delle masse, sulla luce, sulla funzione delle macchie bianche - cuffia della donna all'estrema destra, abito della ragazza all'estrema sinistra -, sull'uso magistrale della prospettiva, ecc. Ma non voglio riproporre argomenti di iconografia e iconologia che probabilmente già conoscete, perciò mi fermo. Invece vorrei ritornare ancora su Brueghel una delle prossime volte che ci incontreremo in questo sito "archeobiblio" per un'analisi della fonte della sua creatività. Sorgente un po' misteriosa.



NOTE
(1) vedi "Vivere Bosch e Brueghel" aprile 2013

(2) il "Misantropo" è un quadro di Brueghel conservato a Napoli

(3) la "Giustizia" fa parte del gruppo di incisioni delle "7 virtù"

(4) vedi Marco Bussagli. BRUEGEL, Art Dossier n. 130, Giunti, pag.40

(5) Hieronymus Bosch, particolare dalle Tentazioni di Sant'Antonio


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - maggio 2013



 
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