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I COSMATI e LE API

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Cos’hanno a che fare i Cosmati con le api?
Nulla, e molte cose allo stesso tempo.
Le api, creature meravigliose, sono tra gli insetti sociali gli esseri più enigmaticamente evoluti e, come vedremo. fanno qualcosa di eccezionale nella loro vita di imenotteri.
Indubbiamente i Cosmati non conoscevano i comportamenti intimi delle api perché nella loro epoca nessuno guardava un alveare al di là del suo valore pratico, così come non avevano nozione dell’esistenza dei microbi, dell’orologio, della stampa, e ovviamente di una quantità di altre cose allora inimmaginabili. Delle api però apprezzavano certamente i prodotti: il miele, unico dolcificante dei loro tempi, e l’utilissima cera. Ma è probabile che ammirassero l’organizzazione sociale dell’alveare, così come la fedeltà delle api alla regina, perché presumibilmente conoscevano gli elogi di Plinio il vecchio per questi infaticabili insetti, personificazioni dell'operosità.

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Suppongo che avrete pensato - leggendo l’insolita intestazione che ho dato a questo lavoro - che io abbia visto degli esagoni, magari proprio gli esagoni delle celle che caratterizzano i depositi del miele, e che da lì mi siano venuti in mente i tasselli di uguale forma usati così spesso dai Cosmati. Ma no. Non ho osservato nessun esagono. È invece avendo presente come si comportano le api per comunicare tra di loro che ho pensato ai “Magistri doctissimi romani”.
Questi animaletti hanno sviluppato un comportamento incredibilmente sofisticato per scambiarsi informazioni, e lo fanno eseguendo una specie di danza. Accade che un’ape che ha scoperto fiori ricchi di nettare, quando torna all’alveare inizia a fare dei giri a forma di otto, vibrando per l’eccitazione. A mezza strada del circuito disegna una breve linea retta che indica il luogo e la distanza dei fiori rispetto all’alveare e alla posizione del sole. Il sole infatti è essenziale per indicare alle api l’orientamento da prendere. (1)
Dunque la comunicazione tra le api si compie mediante queste speciali giravolte che disegnano un circuito approssimativamente a forma di otto. Sono stati questi “quasi otto” a ricordarmi la successione di cerchi delle guilloches e delle quinconce. Gli otto delle api sono altrettanto simbolici quanto potrebbero esserlo i cerchi dei Cosmati, anche se quelli dei Cosmati sono stati considerati solo belle decorazioni impostate su magnifici gruppi di simmetrie. (2)
Ma non è sulle guilloches lungo le navate delle antiche chiese che fisso l’attenzione. Quella serie di dischi potrebbe in effetti ricordare una successione di otto, ma al momento rivolgo invece il mio interesse alle quinconce e in particolare punto lo sguardo sulla banda, o lista, che circonda i dischi di quel tipico disegno come un nastro di marmo bianco. Li circonda in un iter senza interruzione tracciato intorno alle rondelle, un continuum inequivocabile. Questo continuum è importante quanto le giravolte delle api che mi hanno dato delle idee.
Per dirne una le brave api mi hanno rievocato certi spostamenti circuitali di devozione che in vari santuari compivano i fedeli. Questi rituali evidentemente sono continuati dal medioevo fino a epoca recente, se mi è capitato di assistere ad uno di questi “circuiti” alcuni anni fa (3).
Ma quale sarebbe il messaggio, o come verrebbe evidenziato? in questo caso si configurerebbe nell’atto che il devoto compie sul percorso. Insomma la quinconce forse poteva sollecitare un comportamento indotto dal tracciato come accadeva sul famoso labirinto di Chartres.
Nessuno però pensa che qualcuno abbia percorso in ginocchio le quinconce per manifestare un’esigenza religiosa. Invece questo comportamento si poteva riscontrare a Chartres dove accadeva che i fedeli per penitenza si trascinassero in ginocchio sul famoso labirinto(4) disegnato sul pavimento della cattedrale. I penitenti compiendo quell’azione indicavano agli altri fedeli - quasi fossero api che si rivolgevano ad altre api - la direzione della salvezza interiore.
Allora se in quest’ottica si osserva una quinconce si potrebbe pensare che la fascia bianca attorno alle rondelle (o dischi) rappresentasse un percorso continuo che racchiude i cinque dischi. La figura qui appresso è stilizzata, ma ricalca fedelmente la quinconce di S. Maria in Cosmedin a Roma, e chiarisce meglio questa descrizione.


Ma, ripeto, non mi risulta che camminassero intorno ai dischi pregando. E allora? Allora esiste un altro labirinto in Italia, e questo sta su un pilastro del portico della cattedrale di S. Martino a Lucca (5). Stando su una colonna nessuno potrebbe camminarci sopra perciò rappresenta un percorso mentale così come è mentale l’uso delle ruote di preghiera.
Allora perché avrebbero dovuto seguire il nastro intorno alla quinconce meditando? Una risposta potrebbe venire dalle “quaternità” di Rodolfo il Glabro di cui ho già parlato.(6)
Intorno al Mille nessuno sapeva che l’acqua era composta di idrogeno e ossigeno, che il fuoco scaturiva da una reazione chimica, e così via. Gli uomini semplici di quell’epoca conoscevano il mondo in modo essenziale. Aria, Acqua, Fuoco e Terra costituivano tutto ciò che si doveva sapere della realtà. Erano elementi concreti e immaginari al tempo stesso, così come la quintessenza (7) -al centro della quinconce- che era, detto in breve, una forza vitale necessaria a permeare e animare gli altri quattro elementi. Tutte e cinque erano le “radici” dell’Universo e tutto iniziava da lì.
Girare intorno ai cinque elementi anche soltanto mentalmente poteva avere il senso di un avvicinamento spirituale ad un’esistenza superiore senza sforzarci di voler vedere in questi giri certi rituali gnostici. E poi ripetere il periplo della quinconce simboleggiava l’eterna ciclicità degli accadimenti.
Nel medioevo storia e leggenda si mescolavano in un incredibile e forte potere di seduzione dell’immaginario. Basterà ricordare il romanzo di Alessandro il Grande in cui il condottiero veniva addirittura assunto in cielo come Elia e Gesù.

Torno ancora su un’altra ipotesi che avevo anticipato in vecchi articoli e in questo stesso sito. Penso che i Cosmati, almeno nei primi tempi, abbiano ripetuto guilloches e quinconce seguendo una loro logica, e non per consuetudine come forse è accaduto in seguito e per tutto il lungo periodo in cui hanno operato. Se hanno inserito questi motivi decorativi in tutti i pavimenti realizzati evidentemente avevano una ragione per ripeterli, dato che erano sempre uguali o con minime varianti. In breve suppongo che nessuno replicherebbe costantemente un disegno, se non avesse un significato. A meno che non considerasse quel disegno soltanto una “firma” o un marchio di fabbrica, ma questa sarebbe una tesi assai discutibile
Questa nota sulla ripetizione mi fa ricordare Champollion che arrivò alla scoperta e alla decifrazione dell’allora ignota lingua egizia osservando nella stele di Rosetta e in altri reperti, il ripetersi dei cartigli (8). Potrebbe darsi che anche i disegni cosmateschi per il fatto stesso di reiterare la stessa forma in tanti luoghi diversi possano racchiudere un’informazione. Tenendo ben presente che nel medioevo tutto aveva un significato occulto e simbolico.
Un’altra considerazione è che non tutto il popolo delle api prende il volo dopo aver ricevuto la buona novella, ma solo alcune api vanno verso il luogo indicato dall’ape messaggera. Forse il vescovo G.F.Tenderini, che attuò il rifacimento pressoché completo della cattedrale di Civita Castellana (1736-40) (9) vietò espressamente la demolizione dell’antico pavimento non solo perché era un pavimento “ricco”, ma proprio perché intuiva, o sapeva, che quell’opera d’arte andava oltre la storia e la tradizione locale cara ai Civitonici.

Abbiamo cognizione tutti che un’ape agisce per istinto, non formula idee, tantomeno miti e pensieri spirituali, ma difende la collettività come il più alto e puro degli ideali perché così è programmata. Ogni ape vive per se stessa, però vive soprattutto per il popolo delle api e per l’alveare, e l’alveare rappresenta il totale scopo della sua vita e del suo istinto. Anche qui forse possiamo trovare un contatto con i Cosmati. Idealmente essi dovevano concepire il duomo, la cattedrale, come l’alveare spirituale degli uomini.

Andando al nocciolo della questione, un messaggio per essere compreso deve essere inviato in un codice noto sia all’emittente (l’autore), che al ricevente (il destinatario). Entrambi debbono conoscere il linguaggio in cui è trasmesso. Mentre le api hanno il codice inscritto nel loro DNA e devono soltanto seguire l’istinto che decodifica il programma e mette in azione l’automatismo, gli uomini non hanno nessun codice innato per trasmettere informazioni complesse, anche se a volte lo fanno in forma molto primitiva. Perciò debbono apprendere il linguaggio della società a cui appartengono. Dunque se il destinatario non è a conoscenza della lingua usata deve impararla, così come un europeo si mette a studiare l’arabo, però può anche scoprire forme di trasmissione sconosciute come è avvenuto per i geroglifici, per la scrittura cuneiforme sumera e accadica e per i segni della scrittura cretese.
Ma c’è un altro aspetto della comunicazione che potremmo definire: “suggerimento” o “appello alla percezione dell’idea fondante”. Funziona così: l’autore inserisce un messaggio in forma velata nell’opera che crea, indirizzando il messaggio ad un beneficiario che partecipa della sua stessa linea di pensiero, o che si uniforma alla concezione dell’artefice dell’opera.
Questo tipo di comunicazione è generale in arte, anzi è alla base dell’arte. Esempi se ne potrebbero fare a centinaia, ne cito a caso alcuni famosi: gli affreschi della pompeiana “Villa dei misteri”, i “Tre filosofi” di Giorgione, “L’amor sacro e profano” di Tiziano, “La flagellazione di Cristo” di Piero della Francesca, e così via. Se siete interessati alla questione potete andare a controllare le varie e diverse interpretazioni date a questi pochi esempi.
Ne deriva una domanda spontanea: tutta l’arte allora racchiude un messaggio? Sì e no. Ma non potendo seguire questo argomento che ci porterebbe fuori tema, torniamo al problema insito nel motivo ornamentale della quinconce.


Perché i Cosmati hanno piazzato in tutti i pavimenti che hanno prodotto quel tipico disegno quasi fosse un marchio di fabbrica?
Intanto bisogna ricordare che il sostantivo Cosmati non individua uno o due maestri, quel nome indicò invece molti e diversi marmorari che diedero seguito ad uno stile con una tipica tecnica e in epoche diverse. Molti di costoro forse non sapevano neanche cosa significava il disegno che costruivano con i marmi colorati, così come tanti lapicidi, in età romana antica, produssero epigrafi con parole inesatte perché erano analfabeti e ripetevano senza capirli i segni tracciati dall’intermediario del committente dietro la lapide da realizzare, e per di più in corsivo. C’è da supporre, nel caso della quinconce, che quel disegno ripetuto così di frequente avesse una precisa ragione per essere inserito nei pavimenti, o almeno all’origine del nuovo stile un perché doveva averlo di certo.
Nessuno avrebbe potuto mettere la figura di una Madonna, o di un Cristo su un pavimento sotto i piedi dei fedeli. I fedeli avevano le immagini sacre sulle pareti e sul soffitto e dunque il pavimento doveva essere lasciato a una bella decorazione, ma, se fosse stato possibile, si sarebbero potuti collocare messaggi comprensibili a persone istruite, cioè esercitate a intenderli. Messaggi difficilmente esprimibili, tanto meno con quelle parole semplici e naturalmente comprensibili come sono il pane, i pesci, il vino, le pecore, la lucerna, ecc. insomma le parole e i concetti continuamente usati nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Quelle sono parole naturali, alla buona, subito chiare ai semplici: ai pastori, ai contadini, agli operai, e intorno al Mille i semplici erano la maggioranza.
Tuttavia potevano essere inseriti nel pavimento messaggi espressi in maniera simbolica, per esempio in forma numerica. Nessuno avrebbe potuto trovare illegale o sacrilego un riferimento pitagorico e platonico.
Mi fermo qui ma cercherò di sviluppare il tema in un prossimo articolo.

UN’ULTIMA NOTA PER CONCLUDERE
Vorrei evidenziare che due dei famosi dipinti citati più sopra come esempi di messaggi cifrati: “I tre filosofi” e “La flagellazione di Cristo” furono chiaramente influenzati dal pensiero matematico. Ma potrei citare molte altre opere che si direbbero originate dal fascino della matematica. A tale proposito avrete notato l’aumentare dell’interesse per questa materia. È un po’ di tempo infatti che in libreria si moltiplicano i testi che parlano di matematica nelle maniere più disparate: da Racconti matematici edito da Einaudi a “La matematica in cucina” di Enrico Giusti, da “Insalate di matematica” di Silvia Benvenuti a “Il fascino della matematica. Un viaggio attraverso i teoremi” di Ambrosetti, e ancora decine di titoli che mi è impossibile elencare. Ultimamente un altro libro è venuto a parlare chiaramente dell’argomento che da tempo sembra aggirarsi nell’aria, quasi un desiderio di “ritorno alle origini”. Recentemente infatti è uscito un libro che vuole dimostrare come l’uomo della matematica ne ha fatto uno strumento (10), strumento di progresso certamente, ma allo stesso tempo ne ha separato e dissipato lo spirito che parlava di una dimensione non terrena. Adesso sembra che in qualche modo l’umanità stia cercando di ritrovare nel numero quell’essenza e quella guida a cui Pitagora si era rivolto molti secoli fa.


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it

Il testo è stato redatto tra il 6 ed l' 11 maggio 2011.

NOTE



(1) un famoso libro sulla vita delle api è “La vie des abeilles” (La vita delle api) scritto nel 1900 da Maurice Maeterlinck, che ebbe un grande successo. Un altro interessante libro è “Il linguaggio delle api” di Karl von Frisch

(2) Un libro importante e avvincente che svela i misteri delle simmetrie è: “ Il disordine perfetto. L'avventura di un matematico nei segreti della simmetria” di Marcus Du Sauty. Rizzoli, 2010. La simmetria, è un aspetto del mondo che riconosciamo in quasi tutti i prodotti della creazione e caratterizza molti minerali, e quasi tutti gli animali e le piante.

(3) Mi hanno segnalato un santuario vicino Foggia, dedicato all’Incoronata. I fedeli fanno tre giri, cantando e pregando, intorno alla chiesa prima di entrare

(4) Il labirinto tracciato sul pavimento della cattedrale di Chartres forse rappresenta il cammino simbolico che l’uomo deve compiere per arrivare a Dio attraverso la purificazione interiore

(5) Sui labirinti, sia quello di Chartres, sia quello di Lucca, e anche di altri, bisognerebbe dire di una singolare coincidenza con le quinconce. Ma inevitabilmente verrebbero fuori i Templari e poiché l’alluvione di scritti su quei cavalieri me li ha resi pesanti rinuncio a parlarne.

(6) Ho già parlato di Rodolfo il Glabro nel mio precedente articolo “I Cosmati nuove ipotesi”

(7) L'etere, per Aristotele, era il quinto elemento dopo acqua, aria, terra e fuoco, e lo immaginava eterno, immutabile, senza peso e trasparente. Erano queste caratteristiche proprie della Quint’essenza a rendere il Cosmo fisso inalterabile senza tempo, all’opposto della Terra, luogo di instabilità e turbamento.

(8) il cartiglio nei monumenti egizi era formato da un anello schiacciato e allungato che racchiudeva degli ideogrammi. Questi riportavano i nomi di molti faraoni succedutisi nel corso della storia dell’antico Egitto.

(9) già citato nel mio precedente articolo “Archeologia della luce”

(10) un interessante libro edito da poco è: “I principi del calcolo infinitesimale” di René Guénon. Adelphi editore.

 
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