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ANIMULA VAGULA BLANDULA… (1)

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In un sereno mattino di primavera, forse d’aprile o di maggio, alcune persone discutevano attorno ad un tavolo di marmo, sotto una pergola che la primavera aveva rinnovato e che adesso pareva un prezioso baldacchino verdeggiante: un mantello di foglie tenere e lucenti che contrastava piacevolmente con il verde scuro dei cipressi. Dialogavano pacatamente, soffermandosi su tutte le prospettive del luogo e lodavano la bellezza del giardino rinnovato, notavano i vialetti ben lastricati e tenuti in ordine, l’accresciuta ricchezza degli arredi in pietra e alcune nuove statue di cui alcune in marmo. La bellezza del luogo in cui erano riuniti li portava a magnificare la saggezza delle leggi romane che consentivano loro di possedere, curare e godere quel giardino incantevole, quasi un angolo di Parnaso, antistante il sepolcreto, a loro che erano stati schiavi e alle loro mogli e ai loro figli.    continua...

Queste persone infatti erano liberti (2) e pareva che stessero preparandosi a celebrare qualcuna delle ricorrenze che la tradizione religiosa romana rendeva frequenti, perché con loro avevano delle vivande e delle coppe per una libagione ai defunti.
Riferendosi a quella magnifica copertura che li ombreggiava opportunamente e al tavolo di marmo attorno al quale si erano accomodati, uno dei presenti, Marco, si rivolse a Gaio e fece notare all’amico come il pergolato era stato sistemato di recente: ben potato, consolidato con perizia, erano stati aggiunti robusti pali di quercia che avevano rimpiazzato i sostegni guastati dalle intemperie dell’inverno. Addirittura erano stati avvolti alcuni nastri di tessuto rossi e gialli intorno alle pertiche, decorando fastosamente la pergola quasi fosse un prezioso padiglione.
- Davvero il nostro Curatore è molto generoso. Ha promesso che donerà al collegium una statua di Persefone in marmo pario su un alto basamento -.
Il dialogo, come ora ci è chiaro, si svolgeva tra persone di un Collegium sepolcrale, in una non meglio identificata città dell’impero Romano, nel I. secolo D. C., (3) e quelle persone si intrattenevano nel giardino antistante il colombario.
Il “columbarium”, costruzione funeraria molto comune nell’impero romano, era una soluzione pratica, più o meno economica, che risolveva non solo il problema di una decorosa sistemazione dei defunti ma, essendo opera architettonica durevole e riunendo in un unico sito le urne, contribuiva col tempo a caricare il luogo di memorie, di venerabilità e di inviolabilità (4)
Là dove il suolo lo consentiva, come a Roma e a Napoli, i colombari erano in gran parte ipogei o semi ipogei, venivano scavati nel tufo per economia e per renderne più facile la costruzione. Ma ce n’erano molti in tutto l’impero innalzati sopra la terra e costruiti come normali edifici.

Illustrazione da: www.romasotterranea.it/colombario-di-scribonio-menofilo.html


Il colombario di Scribonio Menofilo a Roma che portiamo come esempio è un tipo di colombario ipogeo; la sua origine risale al tempo di Augusto, ma rimase in uso sino al II sec. d. C. La grande sala principale aveva le pareti intonacate e decorate con pitture fino alla quinta fila di nicchie e tra una fila e l’altra tabulae ansatae dipinte sotto i ripostigli indicavano il nome del defunto le cui ceneri si trovavano nell’olla cineraria sovrastante. Immagini varie si alternano senza un significato simbolico come nei cimiteri cristiani; qui avevano soltanto una funzione decorativa e così vennero dipinte ghirlande vegetali, frutta, maschere teatrali, animali, vasi rituali, ecc.
Il pavimento, in opus scutulatum (5), presenta una grande tabula ansata in mosaico bianco con l’iscrizione C.SCRIBONI[V]S C.L. MEN[OPHI]LVS a ricordare il liberto Caio Scribonio Menophilo, presumibile offerente del pavimento e proprietario di alcune nicchie del colombario.

Ecco come una epigrafe trovata nei pressi dell’antica via Appia e che risale all’età augustea descrive le munifiche donazioni di Caius Iulius Epaphra, responsabile di un Collegio funeratizio che gestiva un Hortus sepolcrale:
“ Caius Iulius Aucti L[ibertus] Epaphra minor curator primus conlibert[is] conlibertab[usque] …” (6) Continuiamo in italiano l’iscrizione, che ovviamente è in latino:
“ Caius Iulius Epaphra Minore liberto di Aucto, primo curatore (del collegio), diede in dono ai conliberti e alle conliberte della famiglia, e a coloro ai quali Aucto attribuì le olle cinerarie, una tettoia con pergolato e con pavimento, una tavola di pietra con la base, un tavolino di marmo, una cisterna con le fistule e tre rubinetti di bronzo, una fontana di bronzo zampillante a forma di giglio … viti e piante …, scalini in travertino per il colombario… Sotto il consolato di Marco Lepido e Lucio Arruntio”.
È ancora una prova di quanto desiderassero rendere noto nei minimi dettagli la cura che avevano per l’ultimo “domicilio”.

Ma torniamo all’inizio della nostra storia, perché avevamo sentito parlare con compiacimento quegli uomini e quelle donne che lodavano il luogo in cui erano riuniti, e che adesso sappiamo essere membri di un collegium sepolcrale.
Al loro sodalizio, come ai tanti altri, era consentito copiare in piccolo la struttura del governo e delle cariche statali. Infatti il collegium aveva un proprio Curator che si sentiva assai onorato dal titolo che gli veniva affidato, ed i soci erano compiaciuti della sistemazione del luogo che si erano comperati riunendo risorse economiche e versando le quote di denaro necessarie per acquistare il terreno ed erigere il colombario.
Ma evitavano di parlare della causa fondamentale che li riuniva in quel luogo soprattutto se le circostanze, quali potevano essere età o malanni, sfioravano qualcuno di loro. Non discorrevano mai senza inquietudine l’evento drammatico che poneva il termine definitivo all’attività di ciascuno di loro, l’ineluttabile “fine”. Il momento del decesso era ed è un momento assolutamente personale, il momento in cui, volente o nolente, l’individuo viene sottoposto alla prova suprema, che per conseguenza ricade sulla società, a cominciare dalla famiglia.

Certo, anche il mondo romano antico credeva nell'esistenza di un luogo che chiamavano Ade, collocato nell’aldilà sotterraneo (7) ma lo immaginavano sconfortante, desolato, triste, un paese dove, dopo morti, avrebbero vagato trascinando un’esistenza vuota e senza fondamento, rimpiangendo la vita perduta.
Bastano poche sentenze funerarie che qui appresso leggiamo nella traduzione italiana per darci un’idea di quanto era rattristante la perdita della vita:
- Tu che ora leggi fai ciò che desideri, segui il piacere, va dove ti porta l'egoismo. Un giorno ti guarderai indietro e saprai quanto eri felice -
- Oggi bevo vino, in avvenire dovrò farne a meno -
- Viandante, domani sarà tardi per rammaricarti, sii felice per tutto il tempo che ti è dato -
- Quello che fummo siete, quello che siamo sarete -
- Agresti vita felix fuit. "vissi sui campi e fui felice" –

Si può ben comprendere allora l’insopprimibile avversione che i Romani nutrivano per la morte, che li privava della corporeità. Solo attraverso il corpo godevano di tutto ciò che può essere godibile. E qui non parliamo di correnti filosofiche ma dell’idea della fine che aveva il popolo.
L' oltretomba era il regno del silenzio, delle ombre, là vagavano gli spiriti dei morti privati della parola, lo strumento essenziale che la natura concede ai vivi perché possano scambiarsi i sentimenti e comunicare tra loro. Perciò non avevano dubbi che con la morte si concludesse tutto ciò che era attraente e che ogni individuo svanisse per sempre. Solo l'epigrafe incisa nel marmo in modo chiarissimo e definitivo forniva un conforto affermando che coloro che furono, ora sono la memoria di coloro che la lapide onora dichiarandone le virtù e le eventuali cariche civili.

Questo concetto di termine, di morte, d’esaurimento dell’esistenza, è l’elemento cardine che separa la civiltà romana dal tempo successivo, da quel cambiamento psicologico formidabile che porterà l’età del cristianesimo: il diverso sviluppo che con la nuova religione avrà il concetto di fine della vita.
Un cambiamento fondamentale che anzitutto si riscontra proprio sulle epigrafi funerarie, e già molto prima che i cristiani venissero riconosciuti pubblicamente come tali. In tutte le lapidi precedenti l’età cristiana si dichiarava con meticolosità il periodo di vita trascorso dal defunto, per esempio “visse 19 anni, 6 mesi, 12 giorni…” quasi a sottolineare quanto o quanto poco aveva goduto della vita. Al contrario, col diffondersi della fede cristiana, si cominciò ad indicare non quanto il defunto aveva vissuto ma quando era morto, una data che ne indicava l’ingresso nella “vera” vita, considerata molto più importante di quella passata sulla terra.
Così una madre che una volta avrebbe scritto inconsolabile sulla lapide del figlioletto i mesi e i giorni che quello aveva vissuto, ora con la speranza in un felice mondo a venire lo affidava alla nuova vita.

Da quanto si è detto si potrebbe dedurre che fino all’avvento del cristianesimo l’idea della morte fosse un evento denigrato e schivato. Ma sarebbe sbagliato pensarlo perché in realtà la morte era un momento di alto valore emotivo e sacrale, in cui la famiglia proprio nel momento in cui si preparava a perdere un suo membro ritrovava la sua unione, e al tempo stesso riconosceva quanto valeva, e come veniva esaltata la sua fama.
I familiari facevano corona al morente. Il più anziano della famiglia si appressava e raccoglieva l'ultimo respiro, gli chiudeva gli occhi con un bacio e ripeteva tre volte il suo nome.
I Libitinarii, imprese di pompe funebri che si occupavano di tutte le procedure d’uso fino alla deposizione delle ceneri nell’urna, dopo aver lavato e profumato il morto con unguenti, lo componevano sul lectus funebris nell’atrio della casa. La consuetudine voleva che gli venisse messa in bocca una moneta, “l’obolus”, per pagare Caronte, che lo avrebbe traghettato nell’Ade.

Jose Benlliure y Gil - La Barca di Caronte (particolare)


Nell’antica Roma la morte diveniva dunque un’occasione per accrescere la fama della famiglia. Più ricco e splendido era il funerale, ne derivava che più importante e potente era la famiglia del defunto. Seppellire decorosamente i morti inoltre era un dovere fondamentale, perché il destino dell’anima del morto gravava sui familiari. Se le esequie non venivano celebrate nella forma rituale appropriata l’anima dello scomparso non avrebbe trovato pace e avrebbe perseguitato i parenti. Perciò questi avevano l’obbligo di dimostrare le virtù morali e civiche dello scomparso. Dunque i riti funerari avevano grande importanza, anche se in realtà erano piuttosto a beneficio dei vivi, che ne ricavavano apprezzamento e gloria.

In conclusione, dopo aver vagliato la concezione prevalente della morte, possiamo ritenere che non fu la fine dell’Impero Romano, quando si sgretolarono le priorità concrete: terme, Fori, templi, strade, a cambiare la vita. Non fu la fine della struttura dello Stato: la costruzione politica consolidata da secoli e secoli di memorie e di consuetudini a cambiare la mentalità degli antichi. A mutare la visione dell’esistenza fu il rapporto intimo della persona con il suo incognito futuro.
La morte privava il vivente di tutto ciò che per i romani aveva un merito concreto. I Romani, come molte civiltà precedenti - abbiamo già detto che stiamo parlando di popolo in generale - valutavano la vita terrena quale l’unica realtà che avesse valore. L’unica evidenza per cui valeva la pena di lottare e affrontare rischi e fatiche, l’unica opportunità in grado di ripagare con qualche gratificazione la vita. Perciò l’accortezza stava nell’investire tutti i mezzi e tutti gli sforzi nel conseguimento di beni materiali.

A questo punto viene quasi spontanea una domanda: stiamo forse attraversando anche noi del Duemila una fase simile? Attraversiamo un’epoca in qualche modo paragonabile a quella che aveva determinato negli antichi romani, orgogliosi dell’espansione e potenza dell’impero, un convincimento che il bene stava nel presente e l’orrore era nell’incognito regno dei morti? A giudicare dalla pubblicità che ci propina la televisione, e a quanto leggiamo qua e là su riviste e giornali che parlano di fitness, di bellezza, di moda, di affari e finanza, notiamo la quantità e varietà di offerte. Dai trattamenti per il corpo, alle diete, dalle notizie azionarie sulle quotazioni, sui bilanci, sui titoli, sulle obbligazioni, ecc. alle più promettenti offerte di guadagno. E poi i consigli su viaggi e avventure nel mondo, sulla possibilità di guidare auto potenti e imponenti e di godere subito vacanze esclusive e ottenere yacht di lusso da non considerare più come un'utopia; e che il Viagra, il farmaco più famoso al mondo con i suoi effetti straordinari sulle prestazioni sessuali non può che aumentare la vostra potenza e la gioia per la vita, e che i nuovi trattamenti per sembrare giovani più a lungo risolveranno le vostre insicurezze. Potremmo prolungare di molto il campionario delle meraviglie, ma questo mercato dei sogni nel suo insieme pare proprio porre in evidenza che, oggi come allora, ciò che sembra tornato al centro dell’interesse non è il pensiero, ma è il corpo.

Rimane al vivente un porto sicuro, a parte la fede che però in qualsiasi forma essa venga concessa: ebraica, cristiana, islamica, induista, è sempre un dono. Rimane comunque possibile una conquista di pace e serenità da raggiungere con la determinazione, e questa può darla la cultura. Conquistarla dipende solo dell’individuo che vi si impegna. Ma non come un ornamento da sfoggiare ma soltanto come un silenzioso intimo e segreto arricchimento.

Piero Angelucci e Adonella Bongini - abarcheo@inwind.it - febbraio 2012


NOTE



(1) Animula vagula blandula / Hospes comesque corporis / …
Nella traduzione : Piccola anima smarrita e soave / compagna e ospite del corpo / tra poco te ne andrai in luoghi / incolori, ardui e spogli / ecc.
L'imperatore Adriano, con questi versi bellissimi e struggenti ci ha lasciato un capolavoro della poesia universale. L'anima, unita al corpo, è fonte di serenità e di allegria. Ma la morte che la separerà dalla persona fisica la condurrà verso la tristezza. Questa era l’opinione che i romani avevano dell’Aldilà.

(2) Un liberto era uno schiavo reso libero, che spesso continuava a vivere nella casa del padrone, e per cui aveva grande rispetto e impegni, normalmente di carattere finanziario. Gli uomini liberi erano o ingenui o liberti. Un liberto era appunto un ex schiavo affrancato ed ora era libertus (cioè liberatus) dal suo padrone.

(3) La città poteva essere Roma , Mediolanum , Bononia , Ariminium (Rimini), o Aquileia, o una città della Gallia, perché i riti funebri erano uguali in qualsiasi luogo dell’impero.

(4) Un decreto che risaliva al 450 a. C., vietava di seppellire i morti all'interno delle città. Dal III sec a. C. solo le tombe individuali potevano essere collocate ai lati delle vie consolari. Queste tombe, che spiccavano per la maggiore o minore dimensione e imponenza, dichiaravano visibilmente la potenza e la ricchezza del proprietario a differenza dei colombari, che costituivano la sepoltura alla portata dei meno ricchi.

(5) I pavimenti se erano a mosaico potevano essere realizzati in modi diversi. Alcuni erano in opus tassellatum o in opus vermiculatum altri in opus sectile o ancora in opus scutulatum con schegge di marmi di colori diversi disseminate su un fondo generalmente di colore scuro.

(6) In quasi tutte le iscrizioni antiche molte parole sono tronche e vengono interpretate o ricostruite. Nelle trascrizioni in lingue moderne queste parti vengono poste tra parentesi quadre.

(7) Plutone nella mitologia latina era definito il Signore degli Inferi, successivamente fu chiamato Signore dell'Ade o dell’Averno. nome del lago dal quale si si poteva scendere agli inferi.

 
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