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CHIARE, FRESCHE DOLCI ACQUE
Una gita di un giorno lungo l’acqua dell’Aniene, testimone di tante storie, tra natura e opere d’arte.











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Chiare, fresche, dolci acque… in una calda giornata di luglio non c’è niente di meglio che unire le mani a coppa, avvicinarle allo sbocco di una sorgente e lasciare che l’acqua vi scorra dentro fresca e limpida. Quando il liquido vivo e benefico cola piacevolmente sulle braccia, regala quel sollievo che rinfranca corpo e spirito. Suppongo che allo stesso modo la pensassero anche quei due tedeschi che nel 1465 andavano lentamente a dorso di mulo lungo la via Sublacensis che a tratti costeggiava il fiume mentre in altri punti si inerpicava su per i fianchi della valle. Erano diretti al monastero di Santa Scolastica, erano stanchi e affamati, come tutti i nordici erano entusiasti dal buon vino italiano, e curioso doveva essergli sembrato il rosso di Olevano, vino tipico in cui avevano inzuppato il pane, mentre passavano per Vicovaro molte ore prima, una ghiottoneria insolita per gente dell’età di mezzo, avida di sapori dolci. Stanchi del viaggio e spossati dal caldo di luglio, s’erano fermati per rinfrescarsi e certamente l’acqua leggera e frizzante della fonte anche a loro dovette sembrare paradisiaca.

L’acqua di cui stiamo parlando sgorga dalla sorgente di Marano Equo. Il luogo oggi è facilmente raggiungibile da Roma con l’autostrada E24 che ha abbreviato il tragitto. Ai tempi dei due tedeschi Pannartz e Sweynheym, invece, , per andare da Subiaco a Roma bisognava cavalcare un giorno intero dall’alba al tramonto, se si disponeva di un ottimo cavallo e si era in grado di affrontare lo sforzo, altrimenti occorrevano un paio di giorni. Chiare, fresche dolci acque… Mai come adesso ho sentito la bellezza e la nostalgia dei versi del Petrarca. Non c’è nulla più prezioso dell’acqua e quando la incontriamo in uno splendido paesaggio, ci ristora anche l’anima. D’estate, col solleone, la campagna è riarsa ovunque, ma lungo la valle magnifica dove sgorga questa sorgente l’occhio si tuffa in una gamma di verdi rigogliosi, spettacolari. Sto parlando dell’alta valle dell’Aniene e vorrei spingervi a percorrerla, iniziando la gita con una sosta alla sorgente di quest’acqua, una delle acque più dissetanti, leggere e gradevoli che conosca. Tutta la valle è segnata, confortata e santificata fin dall’antichità dall’acqua dell’Aniene. Risalendo il fiume verso Subiaco, e ancora oltre, dove scorre sotto Jenne e dove si unisce al Simbrivio dalle parti di Vallepietra, l’acqua ha inciso profondamente il suolo calcareo creando un paesaggio di grande effetto scenografico. Si attraversano zone ampie e assolate, per inoltrarsi poi entro gole ombrose, in una continua variazione di luminosità e scorci panoramici.

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Riprendiamo allora il cammino da Marano Equo, proprio dalla sorgente che fuoriesce in basso, al livello del fiume, mentre il paese sta in alto e domina la valle. Siamo a 65 km da Roma e per maggiore comodità si può prendere come già detto l’autostrada. Poi, all’uscita “Vicovaro-Mandela”, ci accoglie la via Tiburtina. Si prosegue ancora un poco su questa strada, pochi chilometri, in direzione di Arsoli e Carsoli, quindi giunti al bivio con la Sublacense, ci si dirige verso Subiaco. Ancora pochissimi chilometri e si arriva all’altezza di Marano Equo. Dopo pochi metri dalla svolta verso il paese, al termine del ponte che valica l’Aniene si prende subito a destra, per la strada che va in pianura, e in due minuti si arriva alla fonte. Se vi aspettate di trovare una costruzione monumentale, o per lo meno architettonicamente decente, rimarrete delusi. La sorgente è chiusa in un piccolo, basso e grezzo edificio che su un lato ha delle cannelle da cui fuoriesce l’acqua. Ebbene non guardate l’abito, godetevi invece l’anima che sgorga “gratis” dallo sgraziato corpo del fabbricato. E ammirate la vegetazione in cui il brutto involucro è immerso: salici, pioppi, roverelle, erbe e fiori. Soprattutto apprezzate quell’acqua gustosissima e pura. Già nel lontano 1915 l'Istituto Farmaceutico dell'Università di Roma aveva effettuato delle analisi che sono risultate assolutamente corrispondenti a quelle più recenti, ottenute con le moderne tecni¬che. Fin da allora [l’Istituto] dichiarava: “… [queste acque] si possono classificare fra le pure ed ottime minerali: acidule bicarbonato calciche e magnesiache”. Dunque da decenni gli studi idrologici, farmacologici, e batteriologici certifica¬no le acque della fonte di Marano come di ottima qualità. Stupisce poi che dal fabbricato lungo pochi metri escano così diverse varietà minerali: ferruginose, sulfuree, diuretiche magnesiache. Sgorgano dagli abissi della crosta terrestre dove nella profondità delle faglie si mescolano ai sali minerali e ai gas. Le analisi hanno attestato l'assoluta purezza delle acque anche dal punto di vista batteriologico.

Fig. 1 - Aniene

Abbiamo immaginato che Pannartz e Sweynheym si fossero dissetati a questa sorgente, quando stanchi e oramai non lontani dalla loro meta si concessero una sosta. Ma chi erano questi due tedeschi e cosa facevano da queste parti con quei quattro muli carichi di bagagli? Secondo una voce, però non attestata, i due scappavano da Roma perchè gli amanuensi, i maestri della calligrafia che vivevano copiando codici antichi e decreti pontifici, si sentivano minacciati da questi due nuovi artefici, detti “stampatori”, e dalla nuova diavoleria: la “scrittura meccanica” che i due intendevano adoperare. Temendo di perdere il lavoro, li avevano costretti alla fuga. Secondo un’altra più probabile versione, i due invece venivano direttamente dalla natìa Germania, chiamati dall’abbazia di S. Scolastica dove risiedevano numerosi loro compatrioti. I due avevano imparato il mestiere da mastro Gutenberg, l’inventore dei caratteri mobili, e andando al monastero si portavano dietro nei pesanti fagotti le matrici per foggiare i caratteri e gli attrezzi per impiantare la stamperia. Ma, dato che stiamo interessandoci dell’acqua, quale nesso c’è tra quest’elemento e i due tedeschi che effettivamente poi impressero nel monastero di Santa Scolastica il primo libro moderno? Ebbene, i libri si stampano sulla carta, e la carta è strettamente legata all’acqua necessaria per fabbricarla. A Subiaco esisteva una delle più rinomate cartiere d’Italia, che sfruttava il corso dell’Aniene. Sciaguratamente da non molti anni è abbandonata, ma i monaci furono tra i primi ad avvalersene. Ma torniamo all’acqua. L’idea di purezza è associata ad essa da tempi immemorabili, è un simbolo saldo e immutabile e la troviamo in tutti i riti di purificazione. Ha originato miti presso ogni popolo, e sorgenti venerate erano numerose nella Grecia e nell’Italia antica, erano al centro di leggende sacre greche e latine ed erano luoghi rituali. Ancora oggi permangono culti legati alle acque, sopravvivono ad est come ad ovest, dall’Oriente induista e musulmano all’Occidente cristiano. Basterà ricordare le acquasantiere presenti in ogni chiesa. L’acqua simboleggia la vita ed è veramente sorgente della vita. Per questa ragione chiunque medita sulla purezza e cerca un equivalente allegorico dell’integrità e incorruttibilità spirituale per prima cosa pensa all’acqua. Più o meno a questo modo dovette ragionare il giovanissimo Benedetto da Norcia, il più celebre e venerato personaggio che abbia lasciato l’impronta nella valle. Era arrivato a Roma alla fine del V secolo dalla sua città dell’Umbria, per studiare nella metropoli ancora colma di gloria plurisecolare, e vi arrivò insieme alla nutrice che la famiglia aveva voluto mettergli al fianco. Ma restò deluso e disgustato dal decadimento e dalla corruzione in cui era caduta l’Urbe. Così, nonostante la giovanissima età, mostrò il carattere forte e l’autorità di cui era capace, convinse la nutrice a seguirlo e andarono via da Roma in cerca di un’altra condizione spirituale. Avrebbe potuto dirigersi a nord, seguendo il corso del Tevere, verso territori che conosceva, poiché in parte l’aveva percorsi venendo a Roma. Invece scelse di dirigersi ad est, verso la valle dell’Aniene, territorio aspro e selvaggio, d’inverno incrudelito da orsi e lupi. Come mai prese quella direzione? Non lo sappiamo, ma possiamo immaginarlo. Perché l’acqua, elemento puro, che lavava Roma dalle sozzure materiali, e a volte da quelle spirituali, da secoli proveniva principalmente dalla valle dell’Aniene verso cui si erano incamminati. In quei luoghi avevano origine gli acquedotti che riempivano ancora le terme e le fontane dell’Urbe: l'Anio Vetus, costruito nel 272 a.C., e l’Anio novus iniziato da Caligola nel 38 d.C., detto “Novus” per distinguerlo dal “Vetus” già esistente. E poi l'Aqua Marcia, in funzione dal 144 a.C., e l'Aqua Claudia, completato nel 52 d.C. Tutti questi acquedotti, a detta di Frontino, contribuivano in misura superiore al settanta per cento al fabbisogno idrico di Roma. L’acquedotto dell’Aqua Marcia era alimentato da sorgenti d’acqua limpida e freschissima situate nei pressi di Marano Equo, tra Arsoli ed Agosta.

Fig. 2 - Aniene

Chi era Benedetto da Norcia? Quanto sappiamo di lui ci viene quasi interamente da Gregorio Magno. Gregorio, divenuto papa, ebbe le sue ragioni nel raccontare di Benedetto e della sua vita, e quella descrizione così come ce l’ha tramandata, è inconfutabile. Ma certamente non aveva conosciuto il futuro santo adolescente, e perciò qualche ipotetica supposizione può esserci consentita. Benedetto nacque a Norcia intorno al 480 d.C., suo padre era il console Giustino Probo capitano generale dei Romani e responsabile della regione, personaggio di spicco nella vita politica di quel tempo e uomo di potere. Benedetto dunque nacque in una famiglia d’élite, e insieme al benessere conobbe anche la supremazia del potere. Suo padre era console, era l’autorità personificata, gli erano dovute ubbidienza e deferenza. L’ambiente familiare colto ed elevato, e il potere di suo padre, erano certezze che si impressero nella mente del bambino e costruirono la sua futura personalità. Non ci si può stupire se Benedetto a diciassette anni si sentì pronto per cambiare la vita sua e quella di altri. Dopo un breve periodo presso l’attuale Affile, che evidentemente lo lasciò insoddisfatto, preferì appartarsi in un diruto padiglione della villa neroniana. Nerone, ai suoi tempi, era stato un abile regista della propria vanità, un geniale showman che aveva scelto un luogo poco oltre Subiaco (il paese - Sub laqueum - ancora non esisteva) per costruirci una magnifica villa. L’imperatore aveva preteso una residenza spettacolare, splendente per i riverberi di tre laghetti artificiali realizzati chiudendo la valle, e aveva progettato una scenografia irripetibile per gli splendidi ozi regali e le sue follie. Benedetto forse pensò che una vita di penitenza tra i ruderi della lussuosa dimora, avrebbe riscattato le colpe dell’imperatore e dei romani complici di quelle dissolutezze. Per qualche ragione non trovò pace neanche in quel luogo e così si ritirò per tre anni in una grotta selvaggia in alto sul monte, sopra gli avanzi della villa. Fu una meditazione forte e intensa perché la sorgente interiore che lo guidava fece sgorgare il suo insegnamento sempre più possente. Avvicinandolo era facile capire che non era un eremita come tanti altri che all’epoca s’isolavano entro rovine e caverne. Malgrado l’umiltà di cui poteva essersi rivestito, la vita ascetica che conduceva, la dura disciplina che si era dato, malgrado tutto ciò, la forza della sua personalità, l’oratoria insolita e acutissima che fluiva come torrente impetuoso, rivelavano che quello era un uomo di nascita patrizia. Per di più il suo ascendente, la spiritualità soprannaturale che pareva condurlo, richiamò presto ammiratori che si fecero suoi discepoli, tanto che nel corso degli anni successivi fondò in quella zona ben dodici conventi. Ebbene, un uomo così dava fastidio. Non c’è bisogno di ricorrere alla moderna psicologia per comprendere le ragioni che disturbavano il clero già residente nella valle e i suoi preesistenti interessi.

Fig. 3 - Affresco Sacro Speco

Tentarono di avvelenarlo, e per ben due volte provarono a farlo fuori. Non essendoci riusciti cercarono di distruggerlo moralmente. Così mandarono delle meretrici ad insidiare i suoi fraticelli, ma la sorgente di spiritualità che sgorgava da Benedetto, già venerato come santo, invece di spegnersi si rafforzò. Tuttavia decise che era meglio far scorrere la sua acqua di vita da un’altra parte e si avviò verso Cassino dove fondò la famosa abbazia. Ho dimenticato qualcosa. Dimenticavo che nel medio evo il fiume era alla base dell’economia della valle, risorsa fondamentale per la produzione di beni. La forza dell’Aniene era indispensabile, diversamente dal nostro tempo in cui dipendiamo da elettricità e petrolio. Allora tutto aveva origine dalla corrente dell’acqua che azionava mulini, cartiere, ferriere, segherie, e poi consentiva la pesca e naturalmente era insostituibile per l’agricoltura. Benedetto guardò agli avidi uomini che non consideravano la fugacità e la precarietà dell’esistenza, e li lasciò ai loro interessi terreni. Eravamo partiti con la proposta di una gita di un giorno, lungo l’alta valle dell’Aniene, e abbiamo quasi terminato con S. Benedetto. Per questo motivo mi pare che la migliore conclusione della gita sia una visita al Sacro Speco, abbazia benedettina poco oltre Subiaco, sulla strada per Jenne. Jenne è il paese descritto da Fogazzaro nel suo romanzo “Il Santo” ed anche questo ricordo ci collega al percorso tratteggiato. Il Sacro Speco racchiude la famosa grotta dove Benedetto visse il suo periodo di romitaggio. Chi non sente alcun fervore religioso e non ha interesse per la sacralità del luogo, non avrà comunque da deplorare la visita perché potrà godersi un’amplissima rassegna di pittura su muro che va dall’alto Medioevo al diciottesimo secolo e che presenta tutti gli stili della storia dell’arte. Chiuderemo dunque portandoci nel ricordo immagini alto medievali che richiederebbero un ben più ampio discorso, per il loro forte fascino di documento visivo, e perché ci raccontano innocentemente come fosse percepita l’esistenza intorno all’anno mille.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it


 
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