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Angelo Angelucci













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Il giorno 4 - 12 - 12 ha segnato il 36° anniversario della morte di Angelo Angelucci. L’egregio sconosciuto, quest’anno, in virtù della diffusione del World Wide Web ha avuto la sorte di essere reso noto a un numero di persone che mai avrebbe immaginato di avvicinare, sia pure virtualmente, e di essere pubblicamente ricordato dalle persone che lo conobbero in vita. Al tempo in cui trascorreva gli ultimi anni della sua vita terrena l’Angelucci in argomento non sapeva cosa fosse l’informatica e tantomeno Internet, Il “miracolo” tecnologico a cui siamo oramai assuefatti. In effetti il computer nel 1975 era uno strumento noto a pochissime persone e il Web era addirittura fantascienza. Oggi è grazie a questo portento della tecnologia che gli è consentito di avere ancora un’occasione di presenza in questo mondo. continua...

Se dove adesso si trova può “guardare” alle cose di quaggiù e alle persone che a vario titolo entrarono nella sua vita, spero che sia contento della mia breve fatica; dovrebbe esserne appagato più che se gli portassi dei fiori. I fiori dopo pochi giorni appassiscono e scompaiono, le parole durano nel tempo.
Ai fiori lui teneva tanto, sperava di non essere dimenticato e si augurava che qualcuno della famiglia continuasse a portarli sulla sua tomba. Un mese prima che se ne andasse per sempre, me lo chiese in modo esplicito. E invece non sono mai riuscito, sciaguratamente, ad andare al Verano, il cimitero dove è sepolto, e portargli i tradizionali desiderati fiori. Allora con questa rievocazione spero di saldare il debito.
Era nato il 12 novembre del 1890 a Roma, e sempre a Roma si spense il 4 dicembre 1976. Ebbe un’infanzia breve, perché come molti altri ragazzi della piccolissima borghesia conobbe presto la durezza della vita e della fatica.
Nel ceto sociale basso accadeva spesso che i figli degli impiegati dell’amministrazione pubblica: copisti, uscieri, ecc., dopo le elementari entrassero nel seminario minore, e se poi ne uscivano perché non confermavano la vocazione, ricevevano in ogni caso un titolo di studio medio, prezioso per ottenere un impiego. Lui non studiò in seminario, ma nelle scuole pubbliche del Regno d’Italia da poco costituito, e come moltissimi suoi coetanei dopo la quinta classe elementare lasciò la scuola e andò a imparare un mestiere, e solo più tardi per vari anni seguì i corsi delle scuole serali.
La maggior parte dei ragazzi di fine Ottocento e dei primi due decenni del Novecento, cercavano, come ho detto, di imparare un buon mestiere, e così diventavano esperti artigiani o, come si diceva allora: “maestri artigiani”.



Antonio, padre di Angelo, era un uomo severo e molto concreto (1). Aveva messo al mondo sette figli e pensò che era bene per Angelo, suo primogenito, fare pratica in un’arte. Per questa ragione lo collocò a bottega da un orefice (2).
La famiglia Angelucci, proveniente da Norcia, in origine era più che benestante, ma aveva sofferto un cataclisma, e quella drammatica sciagura l’aveva irreparabilmente declassata. Da una condizione di preminenza sociale di cui rimangono testimonianze nel Duomo e nel Museo Diocesano di Norcia (3) aveva perduto potere, si era impoverita fino a trovarsi in condizioni difficili. La loro rovina fu dovuta ai violenti terremoti del 1730 e del 1812, e infine al sisma terribile del 1859, che costrinse gli ultimi Angelucci ancora residenti in città, e sopravvissuti alla catastrofe, ad abbandonarla (4).
Angelo, bisnonno di chi scrive e nonno dello zio Angelo di cui qui parlo, - che da ora chiamerò Angelino per distinguerlo dall’avo - , fu costretto a cercarsi un lavoro e fu assunto dal vescovo di Segni per un qualche incarico che non so precisare. Ciò avvenne grazie alle antiche benemerenze acquisite dalla famiglia Angelucci al servizio dell’Amministrazione Pontificia (5).
Probabilmente per gli stessi meriti, Antonio figlio di Angelo e padre di Angelino, dopo che Roma era divenuta capitale dell’Italia unita, fu assunto (1895) dal Senato del Regno, dapprima come commesso, poi promosso a guardaportone. Anche se lo Stato Pontificio era scomparso, le raccomandazioni provenienti dal Vicariato erano sempre accolte con favore. Tanto che Antonio ebbe un alloggio all’ultimo piano di Palazzo Madama. Mio padre, l’altro fratello e le sorelle di Angelino nacquero in quello storico palazzo tuttora sede del Senato della Repubblica.
A questa secolare tradizione di deferenza verso il governo pontificio reagirono gli altri due figli maschi di Antonio, che vedevano il padre come un uomo asservito al potere arcaico, e contestarono l’educazione che da lui avevano ricevuto. Angelino invece rimase fedele agli ideali di suo padre e alla formazione tradizionale ricevuta da bambino.

Aveva spiccate tendenze artistiche, e per questa ragione venne messo a bottega, dapprima da un orafo come ho già detto, e poi da un decoratore, dove poté soddisfare meglio la sua attitudine.
Per capire bene questa scelta bisogna tenere presenti due aspetti della società di fine Ottocento. “Andare a bottega” aveva ancora una valenza alta. Il rispetto in cui era tenuto l’artigianato di qualità, l’artigianato artistico, era erede della grande considerazione per le botteghe d’arte dal Rinascimento fino al Settecento e oltre, quando a bottega avevano iniziato la loro carriera il Ghiberti, Donatello, i Della Robbia, Benvenuto Cellini, Botticelli, Tiepolo e tutti gli altri grandi pittori, scultori, orafi.
Iniziare sotto un maestro scultore, incisore, ebanista, mosaicista, pittore, ecc. era un ottimo modo di entrare nella vita e nel futuro lavoro.
L’altro aspetto determinante fu il gusto del tempo in cui Angelino visse la sua adolescenza. Questo gusto spiega anche perché dalla bottega dell’orefice passò poi in quella di un decoratore. A fine Ottocento e nelle prime tre decadi del Novecento, infatti, gli ornamenti in stucco e in gesso furono di gran moda. Probabilmente ricorderete gli stucchi Art Nouveau. Vennero utilizzati per abbellire pareti e soffitti di appartamenti privati o di sale pubbliche, era un lavoro che rendeva molto bene.

A Roma poi l’uso degli stucchi aveva una tradizione che risaliva agli antichi romani, e gli architetti del barocco e del rococò ne avevano fatto largo uso ricoprendo di stucchi i tanti palazzi e chiese romane.
Angelino imparò quell’arte, divenne un abile maestro decoratore e si legò di amicizia con architetti e artisti. Alberto Burri, tanto per citare un artista molto noto, fu suo amico. Soprattutto gli architetti gli chiedevano la realizzazione di modelli tridimensionali in gesso per presentare i loro progetti. La sua mano si applicò anche al grande plastico della Roma Imperiale realizzato in collaborazione con altri specialisti. Quel plastico ora si può vedere al museo della Civiltà Romana, così come altri modelli di sua mano sempre in quel museo, ma che non so precisare (6).



Oggi non è facile trovare maestri in grado di competere con quelli del XIX secolo (7). Lo zio Angelino, quando aveva già superato i settant’anni, venne ancora chiamato a Parigi da un ricchissimo intenditore, mi pare fosse un banchiere, perché decorasse il grande salone di una sua villa.

Quando era sui trent’anni Angelino sposò la cugina Agata Fantera, cugina di primo grado da parte della madre, scelta che venne assai criticata e osteggiata dalla famiglia, e dovette ottenere un permesso da parte delle autorità ecclesiastiche. Non ebbe figli, e questa mancanza, che forse lui visse come una punizione, fu il suo grande segreto dolore.

Conosceva a fondo la sua città, non solo la Roma archeologica ma soprattutto la Roma moderna, vale a dire la Roma umbertina e mussoliniana che, seppure marginalmente, aveva contribuito a erigere con la sua attività di decoratore. Ne conosceva segreti e curiosità, e lo divertiva cogliermi in errore quando parlavamo di argomenti storici o archeologici, proprio per il fatto che studiavo quelle materie.



Di lui conservo alcuni piccoli lavori e ne ho tratto due foto che inserisco nel testo per illustrare la breve rievocazione che qui concludo. Queste fotografie però possono dare una dimostrazione assai parziale delle sue capacità. Sebbene non si possa proprio dire che fosse un artista all’altezza di modellatori famosi, detti anche “ornamentisti”, come Pierre Lepautre del tardo XVI sec. in Francia, o Giovanbattista Piranesi, che nel tardo XVIII sec. realizzò stucchi in stile neoclassico a Roma, o come lo furono altri autori meno noti ma molto creativi del XIX secolo, Angelino fu un artigiano di talento, maestro di una specie ormai quasi completamente estinta.
E ora vorrei concludere questo scarno profilo biografico con una assai semplice riflessione. I grandi artisti hanno fatto la gloria e la fortuna d’Italia, ma sono stati gli artigiani di qualità che l’hanno resa ricca di magnifici lavori in marmo, legno, bronzo, e arazzi, intarsi, oreficerie, ecc. ecc., in quei secoli che vanno pressappoco dal Rinascimento all’età della meccanizzazione moderna. E tanto per rimanere in argomento cito un brano di Angelo Benucci che, visitando Norcia nel 1781, rilevava: “… Al principio di questo secolo quasi sembra incredibile che in sola Norcia si numerassero diciassette lanifici. Ora presentemente due soli n’esistono che ambedue si possono dire nell’ultima loro decadenza …” (8). Questo brano documenta sia la ricchezza della città prima del terremoto, sia quanto il lavoro artigiano fosse produttivo ed educasse i giovani. La tradizione del lavoro manuale, diradandosi e dissolvendosi, cancella non solo una sorgente di prosperità, ma una lunga memoria e una vera grande forza morale.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - dicembre 2012


NOTE


(1) Antonio era rimasto orfano di padre a nove anni e poco dopo gli morì anche la madre Luisa Battilocchi. Fu allora affidato a una zia paterna, ma non sopportandone la convivenza a diciotto anni si arruolò nei carabinieri

(2) Gli Angelucci di Mevale, Gaspare e Camillo, furono valenti pittori del 1500. Mevale è un piccolo centro a pochi chilometri da Norcia e forse la tendenza artistica è rimasta nel DNA della famiglia. Infatti sia Alessandro, primogenito di Angelo senior (e fratello di Antonio, padre di Angelo junior), fu valente orafo e cesellatore, sia Angelino, primogenito di Antonio e nipote del suddetto Angelo senior, fu un abile modellatore. Alcuni quadri di Gaspare e Camillo sono esposti nella pinacoteca di Visso. Rimando alla pubblicazione della A.V. Hartman "Gli Angelucci di Mevale 1510-1610, storia di un restauro e di due scoperte",Milano 1991. ( Questa “storia di un restauro …” si può consultare anche sul web digitando “Hartman storia di un restauro” )

(3) Il museo della Castellina conserva un quadro devozionale del Settecento dove due santi francescani sorreggono lo stemma degli Angelucci. Questo stemma: un angelo che alza un ramo di palma con la mano destra, si vede anche sulla lastra tombale seicentesca di Alessandro Angelucci nella cripta del duomo.

(4) il terremoto del settembre 1812 fu catastrofico. Distrusse i loro magazzini, gli allevamenti di ovini e suini e gli Angelucci non furono più capaci di risollevarsi come erano riusciti dopo il sisma del 1730, Probabilmente cooperarono al loro declino i forti contrasti sorti in seno alla famiglia. Nel mese di agosto del 1859 un terremoto oltremodo violento, di carattere sussultorio-ondulatorio in tre fasi successive, l'una più intensa dell'altra, annientò Norcia. Si contarono 101 vittime e innumerevoli feriti. Per la famiglia fu il colpo definitivo.
Credo che molti Angelucci (il cognome nell’Italia centrale è assai diffuso) non sappiano di avere le loro origini a Norcia. Nella cittadina Umbra, esistevano già altri nuclei familiari discendenti dalla prima famiglia originaria, in seguito ai disastrosi terremoti emigrarono e formarono altre famiglie di Angelucci in paesi diversi.

(5) Norcia fino al 1860 faceva parte dello Stato Pontificio, e gli Angelucci erano una famiglia di spicco della città. Alessandro Angelucci U.I.D. (Utroque Jure Doctor) è sepolto nella cripta del duomo, un privilegio che dimostra il prestigio della famiglia. Sempre lo stesso Alessandro Angelucci nel 1629 fece costruire un prezioso tabernacolo per il duomo di Norcia.
Feliciano Patrizi Forti nella sua opera: “Delle memorie storiche di Norcia” e Fortunato Ciucci nelle “Istorie della antica città di Norsia” confermano che la famiglia Angelucci dovette godere di un notevole patrimonio se una buona parte ne fu impiegato in opere di prestigio per il buon nome della casata e per un impegno civico auto encomiastico.

(6) non sapendo precisare quale dei tanti modelli in gesso presenti nel museo della Civiltà Romana sia proprio di sua mano ho inserito la foto di uno di quegli esemplari sperando di aver scelto quello giusto

(7) Anche perché oggi ci sono macchine che possono copiare da una fotografia e trasformarla in una decorazione tridimensionale in gesso.

(8) da Romano Cordella, “Norcia e Territorio, guida storico artistica”, Città di Castello, Petruzzi, 1995, pag. 13




 
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