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SCRIVERE PER L'ALDILÀ

(seconda parte)














  
 

Devo dire qualcosa dello zio Nino. Era amico di mio padre e questo bastava a farcelo accettare amabilmente, ma non impediva a mia madre e a me di prenderlo in giro quando papà non era presente, e a divertirci commentando tra noi quanto era matto.
Naturalmente finché ero bambino non fui in grado né di notare, né di giudicare le stranezze dell'uomo. Sicuramente ero immensamente attratto, ossia del tutto conquistato dalla sua casa e dal suo giardino. Costruiva riproduzioni di aerei poco più grandi di un sigaro, ma con l'elica che girava vorticosamente quando si premeva un bottoncino. Un incanto. E poi era proprio speciale perché realizzava lui stesso i piccolissimi motori elettrici che inseriva nei suoi modellini: una meraviglia per quell'epoca.
Inoltre possedeva oggetti misteriosi e "rarissimi", a mio parere, che di certo non avrei potuto vedere altrove. Alle pareti erano appesi archi e frecce di popoli selvaggi, e spaventose maschere rituali africane, e tante altre meraviglie. Ma soprattutto il magico giardino mi stregava. Là, in una gabbia dorata, – suppongo fosse d'ottone –, vivevano due grossi pappagalli e in un'altra gabbia, ma più piccola e scura, c'erano dei coniglietti bianchi. Accompagnare papà quando andava a trovarlo era il massimo dei piaceri. Poi, da adolescente, non accompagnai più babbo, e quando fui liceale lo vidi raramente, finché mio padre si ammalò; e allora sempre più spesso, per un lungo periodo, venne lui a trovarlo a casa nostra, e il rapporto tra noi due cambiò e si trasformò in un rapporto di amicizia alla pari. Infine fui io a prendermi cura di lui nel limite dei miei mezzi, che consistevano nel fargli compagnia e starlo ad ascoltare.
Chi è Nino? In verità non l'ho capito mai del tutto. È stato sempre arduo conoscere intimamente quel caro eccentrico Cirano de Bergerac, uomo difficile, complicato, di temperamento introverso, sentimentale e libertino, premuroso e affezionato, ma aspro, ruvido, sarcastico. Insomma un tipo problematico.
Indubbiamente aveva una personalità non comune, e nel corso degli anni si era arricchito di una cospicua cultura. Quando era stato chiamato alle armi e spedito a combattere in Africa, aveva appena conseguito la maturità classica. Venne fatto prigioniero dai britannici e a guerra finita, grazie all'inglese che aveva imparato perfettamente, ottenne un impiego alla dogana, dove fece carriera. Poi, per quanto ne so, per il resto della vita non ebbe problemi. Ebbe invece molte amiche ma non si sposò mai, e oggi vive da molti anni con un'affezionata domestica, che accudisce alla casa e prepara i suoi pasti. L'appartamento ereditato da suo padre è al piano terra di una villetta che in origine – prima della guerra – era situata in periferia, ma poi la città pian piano l'ha fagocitata.
È un uomo alto, molto gentile, che in un tempo ormai passato, faceva gli oroscopi alle signore che veniva a conoscere, affascinandole. In seguito le invitava a casa sua per approfondire con i tarocchi il loro futuro, e le conquistava con dei libri di magia che asseriva fossero rarissimi e infallibili. Questo suo comportamento era aspramente criticato da mia madre, che però nello stesso tempo – con incongruenza femminile – lo trovava simpatico e divertente.
Da giovane era stato un convinto ammiratore di Rudolf Steiner diventando antroposofista fervente, poi un po' dopo, entusiasmatosi di Jung si iscrisse a psicologia e si dedicò a ricerche sulla parapsicologia e sull'induismo finché preferì spostare i suoi interessi sulla psicologia sociale e sull'arte, dedicandosi soprattutto al surrealismo, che amava moltissimo, e che caratterizzò il suo percorso di pittore. Dipinse molto e si presentò con alcune personali che ottennero successo. Poi pian piano per ragioni che mi sono rimaste oscure si trasformò, per così dire, in un essere austero e morigerato, tanto da apparire quasi ascetico. E così lo vedo vivere oggi.

Mi ero alzato per posare la fotografia che avevo ancora tra le mani e lui propone: – Andiamo in giardino, voglio farti vedere un capolavoro –. Lo disse come se avesse preso una necessaria decisione.
Tutte le villette del suo quartiere hanno dei piccoli giardini, a volte molto piccoli, che appartengono ai proprietari degli appartamenti al piano terra. Anche quello dello zio Nino è esiguo, credo che all'incirca superi di poco i duecento metri quadri, ma per me rappresentò, e per lui costituisce ancora, il paradiso terrestre.
I pappagalli e i coniglietti non ci sono più da tanti anni, ma ora mi mostra con orgoglio le piante, a cui tiene moltissimo, e che cura con la premura che un nonno dedicherebbe a un nipotino. Tante volte mi ha descritto caratteristiche e esigenze delle clematidi, delle ortensie, degli anemoni, che prediligono l'ombra; e lo preoccupa sempre l'eventualità di esagerare col fertilizzante o di sbagliare anticrittogamico. Ma poi ci sono ancora molti e diversi problemi.
Mi guidò nell'angolo in cui una pianta di amarilli improvvisamente era esplosa e aveva emesso dei bellissimi fiori rossi, enormi e fiammeggianti. Li guardò con entusiasmo e me li fece ammirare; poi andammo a sederci sotto la magnolia.
Ci accomodammo sotto quell'albero ombroso. Era il suo favorito ma non era il solo albero amato: sebbene il luogo incantevole fosse esiguo vi trovavano posto altri quattro alberi: un nespolo, un pitosforo che si era sviluppato tanto da diventare un alberetto, un fico, e un arancio che era il pezzo forte del giardino. In inverno e in primavera quando era carico dei frutti dorati era uno spettacolo meraviglioso.
Sorridendo guardò in su: – Non mi pare di avertelo già detto –, borbottò mostrando un'espressione dubbiosa, e osservandomi esitante come se intendesse concedermi una confidenza esclusiva.
– Guarda quel ramo là in alto – , indicò un ramo nel folto della magnolia.
– Avrei voluto appenderci un grosso cesto e farci il mio pensatoio come se lo era fatto Socrate. Avrei allargato un po' la chioma e stando nascosto tra il verde come un uccellaccio nel nido, avrei potuto sentire anch'io la voce delle nuvole –.
Mi venne da ridere, era proprio buffo immaginare lo zio Nino appollaiato nel cesto come Socrate nella commedia di Aristofane: "Le nuvole".

Milena ci portò il caffè e Nino sembrò gradirlo molto, recuperò condiscendenza, buon umore, energia.
Sorseggiammo il buonissimo elisir e stemmo un po' in silenzio, ma poi, stufo, posai la tazzina e una buona volta chiesi: – Come ti è venuta quella strana idea ?
Sospirai guardando il suo viso scarno, pallido, irritabile, che adesso mi appariva l'ombra del volto che dieci anni prima era energico e bello. Aggiunsi:
– Per favore, fammi capire chiaramente e ordinatamente cosa intendevi dire con quello strano aforisma: "scrivere forse serve più per l'aldilà che per il di qua" –.
Fece uno strano sogghigno che supposi fosse uno spasmo di fastidio, o una esibizione di insofferenza. Ma forse pensava soltanto: "Ha la testa dura il caro ragazzo". Comunque rispose in quel modo obliquo, caratteristico della sua maniera di dialogare:
– Come mi sia germogliata l'idea nella testa non so dirtelo, ma approssimativamente è nata mentre pensavo all'origine dell'uomo e alla sua fine. Insomma mi chiedevo cosa può accadere dopo la morte. O piuttosto come cambiano, e cosa diventano – escludendo la polvere – gli uomini e le donne che sono venuti su questa terra, e che poi si sono dissolti, come è giusto che sia, perché la specie possa progredire. E allora cominciamo dalla comparsa dell'umanità sulla Terra.
Secondo i materialisti e i logici tutto è iniziato da un primordiale microrganismo unicellulare. Un batterio forse, che nel corso di milioni di anni crebbe divenendo prima un pesce, poi un rettile, poi un mammifero, infine una scimmia particolare, quasi un abbozzo d'uomo. La scimmia finalmente si drizzò in piedi borbottando: "Sono l'homo sapiens".
Invece per gli spiritualisti l'uomo è stato impastato da Dio creatore, che come sai bene usò il fango (non adoperò un materiale nobile come il marmo e purtroppo in moltissimi uomini quello schifo di fango si vede ancora).
Prima compose Adamo, poi gli tolse una costola e con quella realizzò Eva. –
Mi chiesi se stava barando un poco, ma capii che non ironizzava e invece parlava sinceramente.
– Comunque sia avvenuta la Creazione, è certo che ogni uomo e donna porta in sé, da un'enormità di tempo, un codice che in buona sostanza è il programma di costruzione di successivi uomini e donne. Molto concisamente oggi lo chiamiamo DNA. Su quello si è appuntata la mia attenzione e ci ho meditato sopra con sviluppi che non nego possano apparire stravaganti. –
– Nel perfezionamento della mia idea, che ti ha meravigliato e sconcertato, sono entrate in gioco molte altre riflessioni e ipotesi, ma non importa che le esponga. Però di un incentivo, anzi di un mio turbamento, voglio parlartene.
Mentre le idee si sovrapponevano, una sera scandagliando i ritagli del mio archivio, mi è capitato sotto gli occhi un articolo dell'8 agosto 1993, tratto dal quotidiano "La Repubblica". È a firma di Pietro Citati e il titolo è: I PASTICCINI DELL'ALDILÀ. Titolo molto intrigante che subito mi ha attratto, e ora voglio leggertene qualche passo.
L'articolo inizia così: "Nel 1959 Muriel Spark scrisse un libro bellissimo, uno dei rari capolavori della letteratura inglese del dopoguerra: "Memento mori"… Come molti romanzieri inglesi la Spark non sceglie un mondo vasto gremito di personaggi, ma un ambiente chiuso e ristretto … in questo mondo senza sorprese la narratrice ha suscitato la più straordinaria delle sorprese … Non c'è nemmeno un ragazzo, o un bambino o una bambina. A occupare la terra abbandonata sono rimasti i vecchi: settantenni, ottantenni, novantenni, novantacinquenni, centenari.
"Memento mori" è in primo luogo uno studio di corpi e di ossa, come un "Trionfo della morte" tardo-gotico.
Ci sono vecchi, tremanti e vacillanti, e vecchi robustissimi. Ma tutte le loro ossa sono fragili e leggere, le voci acute: le mani sono deformate dall'artrite, i polsi coperti di lentiggini, non riescono a sollevare nemmeno il bollitore del tè, le articolazioni delle ginocchia cedono, le teste sono bloccate o distorte dai reumatismi … La vita si è ridotta al minimo: preparare una tazza di tè, ricordare di prendere le pastiglie a pranzo e a cena, conversare con una domestica. Risucchiati dall'arteriosclerosi, alcuni vecchi sono svaniti. Confondono i tempi, i luoghi e le persone, tranne lontani barlumi di passato, eppure conoscono i misteri della vita … una sola cosa occupa tutti i pensieri: la vecchiaia; e una specie di complicità li lega a tutti gli altri anziani, come se facessero parte di una misteriosa società segreta …
Dalla letteratura abbiamo imparato a conoscere i grandi vecchi del mito: Edipo, Re Lear, trascinati da passioni incontenibili, da furie mostruose, che noi uomini quasi vecchi non riusciamo a contenere nei nostri piccoli petti. Ma in "Memento mori" non vi è nulla di questo. Il mondo della fantasia è pietrificato: i sentimenti sono ossificati. Non c'è più amore paterno, materno, o coniugale. Non più affetto per gli amici e le amiche – o appena un barlume di ciò che decenni prima batteva nel cuore. In alcuni è rimasto un solo sentimento: la crudeltà, la ferocia, la malignità verso gli altri vecchi … "

Zio Nino si interruppe, e disse corrucciato: – Mi fermo qui, non voglio irritarti oltre, ma debbo dire che mi sono ribellato a quanto hai sentito, a quanto ti ho letto di questo articolo. E non ho voluto comperare il libro che dunque non conosco. Vedo la vecchiaia in un altro modo e soprattutto spero che gli altri vedano me in un altro modo –.
Mi osservò. Suppongo che si aspettasse un segno di consenso, ma mi ero perso dietro cupi pensieri e non mi preoccupai di mostrargli approvazione.
Lui proseguì ignorandomi.
– Non posso pensare che gente che ha svolto una vita intellettualmente intensa: filosofi, storici, medici, umanisti, architetti, avvocati, eccetera, finiscano in un modo così squallido, anche se constatiamo che la natura umana è fragile e degradabile. Per consolarmi penso a gente che è morta dignitosamente, alcuni eroicamente come Socrate, altri serenamente, filosoficamente come Wittgenstein, Moliere, Tolstoj, e tanti altri che se ne sono andati rispettabilmente. –
– Scrivi mio caro, scrivi. Perché nell'altra realtà, dove ti ritroverai, forse saranno valutati i momenti pregnanti, i momenti fattivi, quelli migliori. I periodi più significativi della tua esistenza, i balenii di verità che sei riuscito, malgrado tutti gli ostacoli, a manifestare durante l'arco della vita che hai condotto. Ne varrà la pena.
Tutto sparirà, anche il libro o i libri che avrai scritto, ma resterà la testimonianza dello sforzo compiuto per crescere, per innalzarti sul fango. E il fiore che avrai generato come un vegetale (perché non devi crederti più importante di un vegetale), quel fiore, sarà un meraviglioso adempimento. Parlo di un fiore …
Milena lo interruppe portandogli la posta. Nino si distrasse e cominciò a esaminare e a setacciare la corrispondenza. Per la maggior parte erano bollette e fatture, pubblicità di vini, di librerie antiquarie e roba del genere. Ma due buste: una azzurra e l'altra avorio senza dubbio erano di provenienza femminile. Zio Nino parve allontanarsi pur restando seduto davanti a me, non badò più alla mia presenza, e per un tempo piuttosto lungo si immerse in quelle lettere.
La luce filtrata dal fogliame denso, ombroso, fresco, parve prendere una gradazione verde come se accennasse ad altre qualità, e sembrò calare un silenzio morbido, estraniante.
Mentalmente mi allontanai anch'io, pur restando seduto sotto la magnolia. Venni trascinato dall'atmosfera bizzarra che lo zio aveva suscitato.
Venni trasportato in altri luoghi, dentro letture antiche, e vagai sospinto da ricordi di storie fantastiche, e di realtà particolarmente emozionanti. Mi tornò davanti agli occhi il cimitero di Praga visitato alcuni anni prima. Quell'incredibile affollamento di tombe era commovente. Quanto a me dirò che vidi un accumulo, una stratificazione, una sovrapposizione, un rimescolio inspiegabile e irrazionale, e se non avessi letto più tardi la lunga triste storia di quel luogo sarei rimasto con un'impronta sbagliata.
D'un tratto compresi cosa intendeva Nino per totem. Insomma l'idea di totem a cui pensava lo zio doveva essere approssimativamente questa: "Per un ebreo di Praga il pensiero che un giorno sarebbe stato sepolto in quel cimitero tanto affollato, doveva essere un pensiero consolante: una folla di predecessori stava ad aspettarlo per dargli il benvenuto."
Poi è arrivata un'idea ancora più seducente, più stimolante, direi magnifica. Per associazione di idee – o meglio, di cimiteri – ricordai un paesino dalle parti di Grosseto, verso Siena. Rividi quel suo piccolo ordinato camposanto con le tombe ben curate, piene di fiori. Ma in questa immagine, in questo flashback non ci sarebbe nulla di specificamente interessante se non ci fosse stato un particolare fondamentale, fermo nel tempo. A poche centinaia di metri in linea d'aria, vicino al paese e al cimitero cristiano, c'era una piccola necropoli etrusca.
Accidenti, questa rievocazione mi aiutava ad avvicinarmi meglio all'idea di Nino. Era grandiosa. Grandiosa e affascinante l'ipotesi che i paesani si portassero dentro di loro il genoma degli etruschi, e che da tempi immemorabili li aspettasse nell'aldilà una grande galassia di antenati, alcuni dei quali davvero antichissimi.
Soddisfatto, mi alzai per andare alla toilette, poi penetrai silenziosamente in cucina a curiosare cosa preparava Milena. Stava cucinando del pollo con i peperoni e mi chiese se rimanevo a fare compagnia allo zio. Se fossi restato avrebbe approntato anche un budino alla vaniglia e mandorlato. Le dissi per provocarla che ero atteso da mia suocera la quale avrebbe cucinato, in mio onore, delle specialità: pasta con le sarde, caponatina e qualcos'altro di ancora più gustoso.



finestra con grata e uomo che vi si affaccia
meditazione



Milena mi sorrise placida, per nulla turbata, e io andai a salutare zio Nino. Era bonario anche lui, e non si era accorto del mio allontanamento. Mi sorrise con noncuranza e mi chiese se restavo a colazione con lui. Gli spiegai che avevo un appuntamento di lavoro improrogabile ma che sarei tornato presto a portargli un bel libro giallo e avremmo pranzato insieme. Alzò le spalle e mi disse ciao con simulata indifferenza.
Andai a recuperare la macchina. Misi in moto e mentre facevo manovra per uscire dal parcheggio scorsi nello specchietto retrovisore un manifesto. Non potei fermarmi a leggere lo slogan promozionale, ma vidi la grande fotografia di fondo che mostrava una folla con dei ceri in mano. Supposi fosse la pubblicità di qualche evento religioso, o qualcosa che avesse a che fare con la politica. Ma un'idea stravagante mi attraversò il cervello: "E se ora andassi a sbattere restando stecchito sul colpo e una folla di fantasmi bianchi con dei ceri in mano mi apparisse e mi venisse incontro ripetendo come in una salmodia Siamo il totem glorioso della tua stirpe. Cosa proverei ?"
Uscii dal parcheggio molto lentamente, e con la massima attenzione.

FINE

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - luglio 2015



 
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