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SCRIVERE PER L'ALDILÀ














  
 

Lo trovai seduto come al solito vicino alla finestra, nella solita poltrona col solito plaid che metteva sulle gambe anche se non ce n'era alcun bisogno perché la temperatura era gradevole e si stava bene in pantaloni estivi e camicia con le maniche corte. Doveva essersi assopito perché vicino alla poltrona, in terra, c'era un libro aperto che gli era scivolato dalle ginocchia. Lo raccolsi: era una vecchia edizione di "Senilità" di Svevo.
Dissi – Ti trovo bene zio –.
Alzò le spalle e mi guardò con la sua solita aria beffarda.
Replicò: – Sono all'incirca una carcassa, un mucchietto d'ossa e pelle che aspetta di essere divorato dai vermi. Sei venuto a valutare il tempo che manca alla cerimonia funebre, vero ? –
Obiettai che se volevamo fare due chiacchiere poteva smetterla di fare l'antipatico, ma se intendeva continuare su quel tono giravo le spalle e me ne andavo.
Visto che se ne stava zitto e aveva preso un'espressione mite, continuai. – Ti ho portato un paio di mattoni –, indicando i libri che tenevo sotto il braccio, – Ma sarebbe stato meglio se ti avessi portato dei libri d'evasione, dei gialli per esempio, non ti farebbero pensare troppo. Mi ha detto Milena che spegni la luce verso le tre della notte e alle sette del mattino ti sente ascoltare la radio –. – Si, è vero. Non riesco a dormire più di tre o quattro ore e la notte mi vengono incontro fantasmi, apparizioni di ogni sorta. Sbucano da dietro le tende, vengono a infastidirmi –, rise. – Ma non credere che non sappia contrastarli, sebbene mi stanchino molto –.
Poi aggiunse vedendomi preoccupato: – Potrei prendere le gocce che favoriscono il sonno ma non voglio sottomettermi a quei rimedi provvisori, subdoli, voglio rubare ogni minuto all'oscurità, e vivere ogni attimo della vita che mi resta con la lucidità che conservo ancora –.
Guardai la stanza ingombra, sommersa di giornali, di libri, di riviste, di blocchi di carta per appunti. Un piano dello scaffale era colmo di cassette registrate e su un altro c'erano centinaia di compact. Lo zio aveva un televisore a tre metri dalla poltrona, e a fianco il telefono.
Mi piace quel disordine: la confusione di carte e oggetti colorati che ha intorno, e amo anche il cestino della cartaccia che manda buon odore di menta. Ci butta le confezioni delle caramelle che succhia per non lasciarsi tentare dalle sigarette, ed è sempre pieno di trucioli di matite temperate, e di giornali sezionati, perché mentre li sfoglia ritaglia gli articoli che lo interessano. Sono i segni visibili di una mente vitale e sveglia.

Seguendo il mio sguardo capì su cosa riflettevo perché disse: – È vero, pensi che se passo la maggior parte del tempo qui dentro ne ricavo un pessimo guadagno per la salute. Il fatto innegabile è che mi ci trovo bene, ben difeso dal disagio esistenziale, una vera calamità. Però, se oso affrontare me stesso sono costretto a dire che mi nascondo dietro un pretesto. L'alibi non regge alla discutibile gravità della malattia che ha nome: senilità e nevrastenia, male comune e incurabile –. Si guardò le mani.
– È vero, non sono tanto malato da non poter vivere una realtà diversa, potrei condurre un'esistenza normale e attiva, ma in pratica vince la pigrizia. Comunque non credere che me ne stia fuori dal mondo, se preferisco rimanere qui dentro. Anzi da quando sto rintanato in questa stanza dico che non ho mai compreso il mondo come riesco a intenderlo adesso che lo osservo e lo studio da questa tana. I giornali, la radio, la televisione, mi danno informazioni che per la maggior parte sono segnali provenienti da un'umanità impazzita, voci di una società fuori controllo, che sta cannibalizzandosi. La televisione, unendo immagini a voci opinioniste, propina rappresentazioni della realtà false e illusorie. Assisto a un continuo tracollo di ogni criterio sperimentato per secoli, e si pensa che questa sia la nuova realtà. Ma questa realtà viene scientificamente manipolata per far credere una cosa al posto di un'altra: un assassinio per un incidente o un incidente vero per un complotto. Non saprai mai la verità, è coperta da abili mistificazioni, sovraccarica di strati di assuefazione mentale, e da incapacità di pensare e reagire.
L'unica cosa che mi permette di beneficiare della vita, senza ridurla a semplice e sola sopravvivenza, (o a una muta disperazione), è ancora il godimento della bellezza.
A che serve la comprensione della bellezza? "a nulla" di pratico. Ma permette di vivere una vita intensa - o almeno un poco più intensa - e aiuta molto a combattere una realtà che vuole cancellare il vero scopo che c'è nel vivere una vita. Una realtà che vuole rendere l'«avere» molto più allettante dell'«essere».
Mentre parlava avevo preso dallo scaffale dei compact una fotografia in cui si vedeva lui vicino a mio padre e a mia madre, sullo sfondo del mare in qualche punto, suppongo, della costiera amalfitana.



finestra con grata e uomo che vi si affaccia
la chiave di ghiaccio



Nino non è un autentico zio. È (era) un amico di mio padre. Da quando mio padre non c'è più vado a trovarlo spesso. Lo avevo eletto a zio fin da piccolo, e così ho continuato a chiamarlo.
Tornai a sedermi perché aveva assunto un'aria derisoria e mi aspettavo una delle sue facezie. La pausa di silenzio si prolungava, lo guardai interrogativamente e lui con un sorriso sarcastico se ne uscì: – E se scrivere servisse più per l'aldilà che per il di qua ? – Non capii cosa volesse dire e glie lo dichiarai esplicitamente: – Che intendi esprimere con questo sillogismo o meglio con questa insulsaggine? Che senso ha: "scrivere per l'aldilà ? " –
– Mi spiegherò, ma prima voglio dirti che ho letto il racconto che mi hai portato l'altra settimana, e mi sono permesso di fare delle note a margine. Mi è piaciuto … –, sospensione di aggiustamento, – Mi ha piuttosto divertito – .
Si riferiva a "Storie della clinica Serenità. Il paziente 21", che gli avevo dato da leggere stampato su carta. Quel giudizio, venendo da chi l'aveva espresso: un uomo estremamente parco di complimenti, era un commento soddisfacente. Stavo per chiedergli cosa disapprovava ma lui parlò prima di me, meravigliandomi.
– Spassoso, perché mentre leggevo, ho immaginato quel diavolo che hai chiamato Worldend chinato a mormorare all'orecchio di Andreas Lubitz il pilota che è andato a schiantarsi volontariamente contro una montagna insieme ai centocinquanta passeggeri dell'aereo che pilotava. – Pausa per osservarmi.
– Worldend avrebbe sussurrato al pilota: "O K , L'inclinazione dell'aereo è perfetta. Ora accelera, farai un botto stupendo, e sarai eternamente ricordato per questa impresa. Poi verrai con me, godrai all'infinito in mia compagnia" –.
– Ma che c'entra con quel concetto che hai tirato fuori un minuto fa: "scrivere forse serve più per l'altro mondo, che per questo di qua ?" –
Non mostrava più quel suo speciale sorriso ironico, era un po' malinconico, pensoso.
Disse a bassa voce: – Mi rendo conto che ti piace scrivere, ti piace sempre di più, come d'altra parte piace a milioni di persone. Direi a troppe persone ormai. Mi sono chiesto perché, e ne ho tratto delle dissennate conclusioni … – .
Lo interruppi. – Dimmele, mi interessano anche se sconclusionate –.
– Andiamo con ordine. Conosci la storia di Erostato? Quell'antico greco benché sapesse che il popolo furibondo lo avrebbe massacrato, dette fuoco ugualmente a una delle sette meraviglie del mondo antico. Incendiò e distrusse lucidamente il tempio di Artemide, perché così sarebbe stato ricordato in eterno. Bene, quella è una buona dimostrazione. È un'antica prova di quanto conti esibirsi –. Conoscevo la storia di Erostato che dette fuoco al tempio di Artemide a Efeso perché quell'impresa lo avrebbe reso eterno. E infatti, malgrado l'avessero ammazzato e gli avessero inflitto la Damnatio memoriae, fu ricordato per sempre. Ma che attinenza aveva con la curiosa idea dello scrivere per l'aldilà ?
Lo zio disse: – Per spiegarmi dovrò raccontarti una breve storiella. Abbi pazienza. È un raccontino alla Christian Andersen, e spero di non essere altrettanto patetico, e triste, di quanto lo fu il povero narratore danese –.
Di nuovo mi guardò, ma la consueta apparenza d'umorismo non c'era più nei suoi occhi.
– Non saprò precisarti dove si svolse l'esposizione di cui dirò, forse in Alaska o in Groenlandia o in qualche altro posto dove il mare gela.
Ci fu un concorso, e arrivarono in quel posto grandi artisti e famosi scultori da tutte le parti del mondo, abilissimi nel modellare e nel dare forme fantastiche al ghiaccio.
Una di queste sculture che si innalzava sul pack era più grande delle altre, ed era una magnifica riproduzione del celebre "pensatore" di Rodin.
Ebbene, continuerò a raccontare nel suo stile, ossia nell'intento di fascinazione che Andersen avrebbe dato a questa storia. La statua ebbe il dono della ragione e, poveretta, da quel momento non fece altro che pensare, e pensò soltanto, e continuamente, alla sorte a cui andava incontro. L'avvicinarsi della primavera divenne per lei una vera ossessione e cominciò a temerla orribilmente, poiché come sai in quella stagione l'innalzarsi della temperatura determina lo scioglimento dei ghiacci. La prospettiva di sciogliersi significava la morte, perciò il Pensatore era in crisi, terrorizzato, e sapeva che non c'era niente da fare. Vide sciogliersi e dileguarsi le altre statue che aveva avuto intorno e con infinita afflizione e amarezza aspettò il suo turno.
Si sciolse. Si sciolse in acqua di mare naturalmente. Tornò ad essere l'elemento che all'inizio dell'inverno si era trasformato in solido ghiaccio.
Ebbene, c'è del buono in certe esibizioni artistiche: il ghiaccio è un materiale effimero e l'abilissimo artista che l'aveva intagliato, scolpito, raschiato, levigato, traendone il capolavoro che tutti i visitatori avevano ammirato e immortalato in dissennati selfie, quell'artista insomma poté sentirsi in pace con se stesso: l'opera da lui prodotta non avrebbe più turbato il paesaggio naturale dell'Artico. A redenzione delle molte mostruosità che resistono fuori e dentro tanti musei del mondo, il Pensatore era sparito, era stato un'installazione stagionale e ora non c'era più.
Dunque una buona volta si sciolse nell'angoscia più atroce che mai avesse sopportato. Quando non ne rimase più nulla, quando non ne rimase neanche un infinitesimo pezzetto, e tutta l'acqua che era racchiusa nel ghiaccio della statua si riversò in mare mischiandosi con l'immensa massa dell'Oceano Artico, quella cosa che era stata una statua di ghiaccio ragionante rimase sorpresa. Profondamente sorpresa e consolata. Proprio così: stupita e rasserenata.
Apprese che il mare era qualcosa di incredibilmente diverso da ciò che si sapeva del mare all'epoca di Christian Andersen, e che ancora oggi conosciamo, solo un po' meglio.
Tra molto tempo, una quantità di tempo che non so prevedere, si scoprirà che il mare è una creatura di una complessità inimmaginata fino a quel momento. Dentro a quell'ambiente che gli scienziati oggi studiano secondo diversi principi e parametri: idrodinamica, densità, temperatura, pressione, e via dicendo, esistono altre realtà che verranno comprese fra decenni, forse molto più tardi ancora. Insomma tra l'acqua della statua che fu, e il mare che l'accolse, iniziò un dialogo tra acqua di fusione e totem –.
Fece una pausa sorridendo bonariamente, era evidente che si aspettava le mie proteste, le mie razionali reazioni, ma io rimasi a guardarlo come si guarderebbe un animale raro e misterioso. Allora mi invitò a dichiarare se avevo capito il senso del racconto. – Suppongo che hai voluto ricordarmi con un'allegoria come tutto dilegua scompare, finisce nel nulla … –.
– No. Non proprio. Intendevo accennare alla trasformazione che subiamo dopo la morte. Dopo la morte non esiste più un'individualità, ma si è assorbiti dal totem. Ogni uomo e donna non sarà più una testa che ragiona fondando i propri pensieri su elementi e principi terrestri, ma sarà fuso con tutt'altri fondamenti e si ritroverà (se si può dire) in tutt'altra situazione e condizione. Come dicevo, … farà parte del totem –.
– Assorbiti dal totem ? Ma di che cosa stai parlando ? Che diavolo sarebbero i totem dell'universo del mare ? –.
Mi guardò sorridendo con indulgenza.
– Ecco, mio caro, un ottima domanda che permetterà di chiarirci che cosa significa scrivere. Poiché l'argomento ruota intorno allo scrivere, e la tua domanda mi dà un buon appiglio per avanzare su un terreno aspro e irregolare –.
Mi fissò con l'espressione decisa che assumerebbe un professore nell'assegnare un compito a un giovincello negligente.
– Cerca sulle enciclopedie, procurati delle bibliografie sulla materia, leggi tutto ciò che puoi trovare sull'argomento e imponiti di ragionare come un algonchino o un irochese. Devi obbligare te stesso a entrare con uno sforzo di comprensione nel pensiero di un selvaggio che ha grande rispetto e partecipa con tutto sé stesso al totem. E opera una sintesi. Scrivi un breve saggio, uno studio o semplicemente inventa un racconto sul totem. Ecco il potere della scrittura, ti obbliga a guardare dentro alle cose e fino in fondo. Una persona che ha vissuto osservando il mondo da tutti i lati, e ha scritto del mondo, ha maggior merito di un pittore o di un compositore. Perché nel caso del pittore e del musicista ciò che introducono nell'opera comunica sentimento, emozione. E però il segreto del capolavoro, il suo messaggio, più o meno profondo, è lasciato all'intuizione, alla sensibilità di chi guarda e ascolta. Lo scrittore invece deve rendere chiaro il pensiero che sta esprimendo e dovrà servirsi di parole che hanno un significato preciso. L'uso delle parole non funziona come un accostamento di colori che creano una certa emozione (non sto parlando di poesia). Per rendere completamente accessibile il messaggio che intende portare avanti, lo scrittore di testi seri, autorevoli, dovrà lavorare a lungo e in questo impegno maturerà e accrescerà la propria personalità. Questo sforzo sarà apprezzato dal totem
– E ci risiamo col totem –.
Lo zio Nino pareva vagamente irritato. Continuò senza badare alla mia protesta. Proseguì come se non intendesse spiegare oltre l'idea di totem.
– Gli antichi egizi avevano una loro idea del mondo di là, e del modo di arrivarci. Naturalmente speravano di raggiungere il posto migliore. E a questo scopo, di fronte al tribunale dei morti, era posta una bilancia e il defunto le stava davanti. Su un piatto della bilancia veniva posto il suo cuore, sull'altro piatto una piuma. Se il piatto con la piuma si abbassava significava che la piuma era più pesante del cuore del defunto e Osiride emetteva la sentenza: "Si esegua il rito della rinascita", insomma il morto era salvo e veniva accolto nella vita eterna.
Ecco, io su un piatto della bilancia vedo meglio un libro, invece di un cuore, e sull'altro piatto una piuma, e senza che continui a parlare puoi capire il valore che attribuisco alla scrittura : se il piatto con il libro sale e quello con la piuma si abbassa lo scrittore sarà salvo e vivrà, e si disinteresserà del giudizio dei terrestri.
– E con questa immagine, con questa allegoria, mi avresti spiegato perché scrivere serve per l'aldilà ? –
– Cercherò di spiegarmi meglio perché evidentemente hai bisogno di paragoni e similitudini che ti aiutino a entrare nell'idea di totem, di cui però avevo parlato per traslato, fantasticando su una statua di ghiaccio. Mi permetto di osservare che non vai troppo in là con la fantasia. Forse è un bene. Allora è meglio che parliamo proprio di uomini.
Dunque: ci furono dei selvaggi nord americani, australiani, e di altre regioni della Terra, che con un ragionamento elementare si inventarono il totem. Attribuivano a un'unica entità, rappresentata da un animale mitico, e costituita dai loro antenati, uniti tutti insieme, la conservazione del loro clan. Avevano pressappoco un codice (mi viene da pensare al DNA) che trasmetteva di generazione in generazione l'ascendente del totem. E la sacralità del totem stesso li proteggeva –.
– E in conclusione ? –
– In conclusione questi primitivi si aspettavano che il totem li avrebbe accolti nell'aldilà assimilandoli in sé, solo così avrebbero conservato una forma di energia e avrebbero avuto un'esistenza perpetua –.
Tornai a dire – Ma ancora non capisco come si collega quanto hai detto, con l'asserzione che hai fatto prima: scrivere forse serve più per l'aldilà che per il di qua –.
Lo zio Nino doveva essersi proprio stancato. chiaramente desiderava tagliare corto. Forse si rammaricava di essersi cacciato in questa storia. – Per farla breve – , disse, – non penso davvero né a bilance né a totem che ci verranno incontro. Osservo invece che scrivere potenzia l'energia mentale, e poiché credo in un mia teoria: ovvero che tra le infinite radiazioni, onde di varia origine che attraversano l'universo, ci sia anche una forma di radiazione mentale, spero che questa sia l'unica cosa che si conservi dopo la fine dei nostri corpi.
Era evidente che, per logoramento della sopportazione, aveva cercato una conclusione raffazzonata. Infatti subito dopo, e bruscamente, manifestò il desiderio di uscire in giardino.

Segue

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - giugno 2015



 
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