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LA LEGGENDA DEI BIANCHI CAVALIERI

(settima parte)














  
 

Colui che per poco ormai era ancora il suo signore e la sua guida appariva stanco e preoccupato. Rispose come distratto al saluto dei suoi uomini, e solo a fatica sembrò distogliersi dai pensieri che gli avevano inciso dei solchi presso la bocca e disegnato una leggera ragnatela di rughe intorno agli occhi. Guardò uno ad uno il capitano Steel e poi tutti gli altri, prima di parlare:
- Signori, il nostro viaggio insieme è terminato. Ora entreremo nel castello, per l'ultima volta insieme, e lì ci separeremo.
Ciascuno di noi tornerà alla sua Casa ed al suo Signore, dove potrà riprendere i suoi compiti di sempre. Desidero sappiate che nel mio rapporto al Consiglio ho preso in esame ciascuno di voi, dal capitano Steel, cui devo un sentito e amichevole grazie per l'assistenza competente che mi ha dedicato, all'ultimo degli allievi, che ho visto crescere e diventare adulti sotto i miei occhi. Per tutti ho sottolineato il mio apprezzamento, e tutti ringrazio. Spero che in futuro avremo ancora occasione di incontrarci e di servire ancora insieme l'Ordine.
Un ultimo sguardo, che ad Eric sembrò sostare un po' più a lungo su di lui, e sir Davis voltò il cavallo ed alzò il braccio, avviandosi verso il castello. La colonna lo seguì.
Giunti alle porte, queste si spalancarono per ammetterli nell'immensa corte che si estendeva tra le torri. Una guardia d'onore li attendeva, al comando di un anziano Venerabile, che si fece avanti per salutarli e rivolgere a tutti un saluto di benvenuto dichiarando terminata la missione loro affidata. Un breve ordine, e ciascuno si recò a baciare la mano di sir Davis, prima di raggiungere i delegati della propria casa, che erano venuti ad incontrarli e li attendevano sorridenti.
Eric si trovò solo, circondato da gruppi e gruppetti allegri e vocianti: una volta tanto l'abituale contegno compassato dei Cavalieri aveva ceduto all'allegria ed al cameratismo. Davvero ognuno dei suoi compagni era tornato a casa, e ne sembrava ben contento. E lui? Si guardò intorno, cercando con lo sguardo qualcuno che gli indicasse che cosa fare, dove andare. Ma fu preceduto dalla voce del tenente Gray, alle sue spalle:
- Ebbene, ragazzo. Siamo a casa, finalmente. Ora ti accompagnerò dal Comandante della Scuola. Sir Davis mi ha dato una lettera da consegnargli, insieme alle tue cose e ad una copia del suo rapporto. Vuoi salutare il sesto ragazzo? Eccolo là, ti sta aspettando.

La voce rassicurante del tenente, e il largo sorriso del ragazzo, a pochi passi di distanza, sciolsero alquanto il nodo di apprensione e di tristezza che si era formato nella gola di Eric. C'erano ancora persone amiche che si occupavano di lui, che lo avrebbero aiutato. Si avvicinò al suo compagno, che senza esitare gli venne incontro, abbracciandolo e presentandogli eccitato ed allegro il cavaliere e i due allievi che erano venuti ad accoglierlo. Per la prima volta Eric si rese conto di come ogni Casa, nell'Ordine, malgrado la severità ed il rigore di una vita strutturata così gerarchicamente, rappresentasse una specie di famiglia, con il calore ed il sostegno che la solidarietà dei suoi membri poteva dare.
Tuttavia fu triste congedarsi dal suo amico, senza poter predire se e quando l'avrebbe rivisto. Col cuore stretto seguì in silenzio il tenente Grey, che si avviò a lunghi passi verso la torre est, massiccia e possente, unita al resto della fortezza solo dalle mura che circondavano tutto il castello.

* * *

La Scuola era come un Ordine nell'Ordine, con un suo regolamento, una sua struttura particolare, un suo Comandante, e una quantità di insegnanti, per lo più ufficiali di vario grado.
Di fatto, come Eric già sapeva, le scuole erano tre, con diversi indirizzi, o specializzazioni, e solo una base comune. Gli allievi venivano assegnati ad una o all'altra delle scuole a seconda dei risultati degli esami di ammissione, e vi trascorrevano almeno tre mesi in ognuno dei tre gradi: quello di base, quello generale della scuola cui era stato assegnato, e l'ultimo, più specialistico.
Fu perciò con una certa ansia che seguì Grey nell'atrio scuro e silenzioso che si apriva al centro della torre. E quando lo vide tornare insieme ad un anziano primo cavaliere che non si degnò di gettargli nemmeno uno sguardo, si sentì assalire quasi dal panico.
Grey rimase a parlare con il vecchio per qualche minuto, a voce bassa e deferente, quindi gli consegnò una lettera ed una cartellina, sulle quali Eric riconobbe con emozione il sigillo di sir Davis, quindi si accomiatò con un inchino. Per lui non ci fu che un breve cenno della mano, e un ancor più breve sorriso.

* * *

Il vecchio, che, come Eric apprese più tardi, era il direttore della terza scuola, non si perse in preamboli. Data una scorsa alla lettera ed ai documenti contenuti nella cartellina, gli fece cenno di seguirlo, e lo accompagnò in un'aula vuota: - Siediti in un banco, qui, in prima fila. Hai quattro ore di tempo per rispondere ai quesiti di queste pagine. Fa' del tuo meglio, perché è dal risultato di questo esame che si deciderà in quale scuola immetterti.
Mise nelle mani del ragazzo alcuni fogli, e senza attendere altro, infilò la porta, che richiuse alle sue spalle. Stanco ed emozionato, Eric sentì, con una fitta di apprensione, la chiave girare nella toppa. Era solo, senza anima viva cui rivolgersi per una spiegazione, una informazione, una qualsiasi necessità.
Si sedette, guardando i fogli che aveva in mano. Ognuno era intestato secondo una materia: latino, greco, matematica, fisica, storia…
L'apprensione divenne preoccupazione. Di molte di quelle materie non aveva mai studiato neppure i primi elementi, e una scorsa alle domande delle altre gli presentarono quesiti della più diversa difficoltà, dai più elementari ai più complessi. E aveva solo quattro ore a disposizione.
Con un brivido di panico si rese conto di non avere neppure qualcosa con cui scrivere e su cui scrivere, di non aver avuto nessuna indicazione sulle dimensioni da dare alle risposte, sempre che avesse avuto delle risposte da dare.
Chiuse gli occhi, diede un respiro profondo: forse anche riuscire a cavarsela senza alcun aiuto faceva parte della prova. Sui banchi e sulla cattedra che si ergeva minacciosa davanti a lui non c'era traccia di fogli o di penne. Provò ad aprire il cassetto del tavolino davanti a cui si era seduto, ma era chiuso a chiave, e così quelli degli altri banchi e della cattedra, che provò invano, uno ad uno.
Si guardò intorno sempre più allarmato: non c'era traccia di armadi o stipetti dove cercare e le tre grandi finestre che davano luce alla stanza erano molto in alto, irraggiungibili. Solo in fondo all'aula, quasi nascosta dietro un gigantesco attaccapanni, si intravedeva un'altra porta, che andò, senza molte speranze, a tentare di aprire, e che invece, con suo indescrivibile sollievo, cedette alla sua spinta, rivelando uno stanzino tappezzato di scaffali.
Perché l'anziano cavaliere non si era curato di dirgli dove cercare il materiale per la prova che doveva affrontare? Perché lo aveva abbandonato a se stesso, senza una parola di spiegazione, se non di incoraggiamento? La smorfia irritata che gli era parso di scorgere su quel viso rugoso e insofferente era stata soltanto una fuggevole impressione?

Con la netta sensazione che il suo arrivo nella scuola non fosse stato benaccetto, Eric raccolse dagli scaffali qualche foglio, una penna, una boccetta di inchiostro, e, pensieroso ritornò al suo posto. Decise di cominciare dagli argomenti che conosceva meglio, e si tuffò senza esitazioni nelle risposte, sollevando lo sguardo solo di tanto in tanto verso l'orologio d'argento che aveva posto davanti a sé.
I fogli con le risposte cominciarono ad accumularsi uno dietro l'altro, mentre il ticchettio del dono di sir Davis scandiva i minuti, accompagnandolo con la sua voce amica, come un incoraggiamento.

Era a circa due terzi della prova, ed aveva affrontato da poco le materie scientifiche, in cui si sentiva poco sicuro, quando, con un sussulto, sentì la chiave girare nella toppa. La porta si aprì, per lasciar passare, insieme al vecchio e arcigno primo cavaliere, un altro ufficiale, anch'esso serio e compassato, ma dall'aspetto meno ostile e irritato.
Eric si alzò in piedi, in silenzio, e lo osservò mentre scorreva attento i fogli dei quesiti e quelli delle risposte, senza alcun commento. Non osava chiedere nulla, né cercare di giustificarsi per non essere riuscito a terminare la prova, e tanto meno informarsi sul risultato. Passarono almeno dieci minuti prima che finalmente l'uomo levasse lo sguardo su di lui, scrutandolo con curiosità.
- Non eri tenuto a rispondere in quattro ore a tutte le prove, ragazzo. Questo è un esame che solitamente si esegue nell'arco di due giorni.
Si volse a dare un'occhiata al vecchio cavaliere, che però teneva ostinatamente lo sguardo verso una finestra, come ignorando la perplessità dell'altro.
- Bene, ormai ti basterà domani mattina per finire. Comunque deciderà il Comandante, naturalmente. Vieni, ora. Ti farò accompagnare in cucina, dove forse potrai avere qualcosa di cena. E' troppo tardi ormai per andare con gli altri in refettorio.

* * *

Fu così che Eric fece la conoscenza di Mastro Toreg, il cuoco. Il ragazzo cui era stato affidato perché lo accompagnasse nelle cucine lo aveva messo in guardia sul personaggio: - Ha un carattere molto difficile. Non è un ufficiale, naturalmente, ma sta' attento a come lo tratti, perché è molto suscettibile, e sarà seccatissimo di doverti dare la cena fuori orario. Sei tenuto a mostrargli rispetto e a chiamarlo "signore", in ogni modo.
E il primo impatto non fu certo rincuorante. Il cuoco era un uomo grande e grosso, dai folti capelli neri scompigliati e dalle altrettanto folte sopracciglia scarruffate, sopra due occhi profondamente incassati nelle orbite, che si posarono accesi e irritati su di lui:
- La cena? Da quando in qua i signorini vengono serviti fuori orario? Ai tempi miei chi era in ritardo la saltava, la cena. Io ora ho altro da fare che pensare a te.
Eric non replicò, limitandosi a guardarsi intorno. La cucina era enorme: fornelli, tavoli coperti di piatti e vassoi, cesti pieni di verdure, attrezzi di ogni genere, pentole, sacchi ricolmi appoggiati alle pareti.
Un gigantesco camino ospitava un fuoco dalle alte lingue di fiamma che lambivano un capretto su un girarrosto. Dal soffitto pendevano intere file di prosciutti, trecce di cipolle e di agli, collane di salsicce e salsicciotti.
La voce di Mastro Toreg lo risvegliò bruscamente: - Invece di stare lì impalato, potresti dare una mano, visto che io devo perdere tempo per te. Laggiù ci sono delle patate da pelare. Datti da fare.
Eric si sentiva molto stanco e intontito, dopo quella giornata iniziata nel campeggio fuori del castello, il saluto dai suoi compagni e da sir Davis, la gelida accoglienza nella Scuola dell'Ordine, e le quattro ansiose ore di prova. Ma i modi con cui veniva ora apostrofato erano così simili a quelli cui era abituato da anni alla locanda, che si trovò ad eseguire automaticamente quanto gli veniva richiesto. Raggiunse l'angolo dove, vicino ad una cesta, giaceva una montagna di patate, afferrò il coltello lasciato lì vicino da qualcuno, e cominciò a sbucciarle, senza nemmeno accorgersi di quel che faceva. Sentiva la testa vuota, e il coltello pesante nella destra, ma continuava meccanicamente: prendere patata, sbucciare, gettare la patata nel cesto vicino, prendere patata, sbucciare …
La voce di Mastro Toreg gli risuonò innaturalmente alta nelle orecchie, facendolo sobbalzare: - Bene, vedo che ne hai sbucciate abbastanza per una settimana. Quanto intendevi andare ancora avanti? Coraggio, va' a mangiare, ti ho messo una zuppa calda sulla tavola. Sentì lo sguardo dell'uomo seguirlo attento, mentre si alzava stancamente, e raggiungeva la grande tavola in un angolo della quale lo aspettava una scodella fumante. Il morso della fame si fece sentire quasi dolorosamente, insieme al profumo che emanava dalla zuppa. A fatica si trattenne dal gettarsi freneticamente in gola un cucchiaio dietro l'altro, e solo quando ebbe vuotato il piatto alzò la testa, per incontrare lo sguardo divertito del cuoco.
- Era squisita … signore.
- Avevo notato che la stavi gustando - fu la risposta ironica di Mastro Toreg, mentre gli porgeva un altro piatto, con dello spezzatino dal profumo speziato e invitante.
Anche questa volta Eric non si fece pregare, e solo quando ebbe eliminato l'ultimo boccone si drizzò a sedere, sentendo di nuovo l'energia rifluirgli nel corpo: – Credo che questa sia stata la cena migliore che abbia mai mangiato, signore. Grazie.

Mastro Toreg accettò il complimento con un leggero grugnito compiaciuto, mentre il ragazzo si alzava, raccoglieva piatti e posate ad andava al lavabo, immergendoli con mano esperta nell'acqua insaponata, sciacquandoli, asciugandoli.
- Da dove vieni, ragazzo? Non ti ho mai visto prima di 'stasera.
- Sono arrivato oggi, con la missione di Sir Davis, signore. La missione era davanti al castello già da ieri, ma ci hanno fatti entrare solo oggi, per via dei funerali, e solo a metà giornata Sir Davis ci ha congedato.
- Quindi non mangiavi da questa mattina, suppongo. Ma perché non ti hanno fatto andare in refettorio con gli altri? - Perché ho dovuto fare la prova d'ingresso … quella che finirò domani. E quando il vecchio cavaliere è tornato insieme all'altro ufficiale, ormai era troppo tardi. Mi dispiace di averle causato del lavoro extra.
Il cuoco accennò una leggera scrollata di spalle, con un atteggiamento di simpatia e comprensione che rincuorò Eric quasi quanto la cena. - E' stato ben poco, e mi hai sbucciato una montagna di patate. Inoltre non sono molti gli allievi che avrebbero spontaneamente lavato i piatti, dopo. Ma se è stato Sir Davis ad accoglierti nell'ordine, non mi meraviglio. Sa scegliere la gente, lui. Dove ti ha trovato? - A Dorben, un piccolo villaggio del Valleverde.

Ebbe così inizio la strana amicizia di Eric con il cuoco Toreg, l'unica sua amicizia, a dire il vero, perché l'ambiente della scuola si era rivelato quanto di più chiuso e freddo avrebbe potuto immaginare, peggiorato inoltre dalla sensazione che per qualche inesplicabile motivo il direttore della terza sezione, il vecchio cavaliere cui era stato infine assegnato al termine delle prove, gli fosse particolarmente ostile.
La terza scuola dava agli allievi una preparazione generica, atta a renderli disponibili per un qualsiasi compito, che non richiedesse una specializzazione di qualche genere. E già questo appariva strano. Quando Eric si trovò a parlarne con Toreg, alla prima occasione che ebbe di scendere nelle cucine, questi non seppe nascondere lo sdegno.
- La terza scuola! Tu conosci bene il latino, e sai perfino un po' di greco. Avresti dovuto essere assegnato alla prima scuola! E come ti trattano nella classe del vecchio Beril?
Non era una domanda cui fosse facile rispondere, e ad Eric non piaceva criticare una persona prima di averne seri motivi. - Be', è molto diverso dalla compagnia comandata da Sir Davis. Suppongo che la Scuola sia un ambiente difficile per chiunque, all'inizio. E il comandante Beril non è molto … incoraggiante.
- Hmm …, c'era da aspettarselo, visto che sei un pupillo di sir Davis.
Scrollò il capo, come per scacciare qualche pensiero fastidioso:
- Ma tu continua imperterrito per la tua strada… E se c'è qualcosa che ti preoccupa, o infastidisce, non ci pensare due volte prima di venire a riferirmelo. Ho qualche conoscenza, e potrei esserti utile.

Diverse cose in quel breve colloquio con il suo improbabile amico avevano stupito il "diciannovesimo allievo della Classe Iniziale della Terza Scuola", come veniva attualmente identificato Eric in quei giorni: come faceva un semplice cuoco a sapere in quali materie egli fosse più bravo? E che significava essere un "pupillo di Sir Davis"? E perché questo avrebbe spiegato i modi del comandante Beril nei suoi confronti?

Per di più mastro Toreg non aveva minimizzato o cercato di spiegare in alcun modo l'atteggiamento ostile del direttore della terza scuola, ma anzi sembrava averne considerata logica l'ostilità.
Dopo averci riflettuto sopra, Eric giunse alla conclusione che il cuoco si stava un po' pavoneggiando della sua vasta conoscenza della vita della scuola, procuratagli dai pettegolezzi che in qualche modo gli pervenivano all'orecchio. Non era certo da quella parte che poteva aspettarsi qualche sostegno.
Il trovarsi di nuovo in una situazione di solitudine e incomprensione, tuttavia, non lo trovò impreparato. Decise di non curarsi troppo dell'animosità del comandante Beril, che sembrava creargli il vuoto intorno, e di raddoppiare invece l'attenzione allo studio, anche a costo di aumentare le invidiose punzecchiature dei compagni.
Ma gli costava non aver modo di mettersi in contatto con il "sesto ragazzo" suo amico, di cui non sapeva neppure in che Casa si trovasse, né di avere qualche notizia di sir Davis, o del capitano Steel.
Fu senza speranza di una risposta concreta che accennò la cosa a Mastro Tureg, che infatti sembrò non essere minimamente interessato. Grande fu la sua meraviglia perciò, quando un paio di giorni dopo – erano ormai più di tre settimane che si trovava nella Scuola – un giovane cavaliere arrivò in classe nel bel mezzo di una noiosa lezione di grammatica in cui non gli veniva comunicato niente che già non sapesse.
- E' richiesta la presenza in cucina del diciannovesimo ragazzo, Comandante Beril.
Il vecchio ufficiale investì il nuovo arrivato con un'occhiata stizzita:
- Ah, davvero? E ci sarebbe qualche logica ragione perché mastro Tureg abbia bisogno di uno dei miei allievi durante le lezioni? E perché proprio il diciannovesimo ragazzo?
- Dice che il Comandante ha ospiti inattesi a pranzo, signore, e che il diciannovesimo ragazzo è il prossimo nei turni di servizio in cucina.
Una leggera alzata di spalle fu la risposta del vecchio ufficiale, che rivolse uno spazientito cenno ad Eric di andare.

Nelle cucine soltanto un grosso sacco di patate sembrava aspettarlo. Di Toreg non c'era traccia. Eric, coltello in mano, si sedette nel solito angolo. Ma non aveva ancora aggredito la prima patata, quando sulla soglia si affacciò il grosso cuoco, seguito da un giovane capitano dallo sguardo curioso e intelligente:
- Sarebbe questo il giovane fenomeno?
- Si, signore. Ragazzo, il capitano insegna latino nella prima scuola, e vuole farti qualche domanda.

Eric si era alzato, accogliendo confuso quell'inaspettata visita:
- Ai suoi ordini, signore.
- Hai mai letto qualcosa di Tacito, ragazzo?
Così dicendo l'ufficiale trasse dalla tasca interna della giacca un piccolo volume rilegato in nero, con la costa sobriamente dorata, lo aprì a caso e glielo mise sotto il naso.
- Leggi e prova a tradurre.
Tacito non era uno degli autori preferiti del vecchio prete suo maestro, ma Eric ne aveva invece sempre apprezzato lo stile asciutto e stringato, e ne aveva letto tutte le opere su cui aveva potuto mettere gli occhi. Cominciò a tradurre senza nemmeno scorrere prima il brano in latino, godendo il piacere di rendere ogni sfumatura della frase, sottolineando il significato di termini taglienti e mordenti anche se apparentemente innocui ad una prima lettura. Solo dopo essere andato avanti per diversi minuti si rese conto del silenzio degli altri due, e alzò imbarazzato lo sguardo. Sul viso di Tureg era dipinto un ampio sorriso, e il capitano lo fissava senza tentare di nascondere il suo stupore:
- Chi è stato il tuo maestro?
- Il prete del mio villaggio, signore.
- Mi piacerebbe conoscerlo: dev'essere un insegnante eccezionale… oppure tu sei un eccezionale allievo. O ambedue le cose.

Fu l'unico commento che il capitano Stone si lasciò sfuggire quella sera, e l'unico complimento che Eric ricevette da lui anche in seguito, quando lo ebbe come insegnante per tutto il tempo che ancora passò nella Scuola dell'Ordine.
Due soli giorni dopo quella strana intervista, infatti, il ragazzo era stato convocato dal Generale Comandante, che gli aveva ordinato, senza alcuna spiegazione, di raccogliere le sue cose e di presentarsi al Direttore della Prima Scuola, alla quale era stato trasferito. Da quel momento le cose sembrarono andare meglio, anche se Eric dovette scontare la sua abilità e la sua notevole preparazione nelle lingue antiche, subendo l'inevitabile invidia dei compagni, tanto più grande in quanto erano quasi tutti maggiori a lui di età.
Forse proprio per non acuire questo malanimo, il capitano Stone si guardò sempre dal mettere in rilievo le capacità del suo nuovo giovane allievo. Ma Eric non mancò di percepirne l'apprezzamento e la simpatia.
Purtroppo non tutte le ore di scuola erano con gli insegnanti della Prima Scuola: alcune lezioni di carattere generale venivano impartite a tutti dal Comandante Beril, il quale sembrava aver recepito il trasferimento di Eric alla prima scuola come un'offesa personale, e non mancava di far pesare la sua accresciuta antipatia in tutti i modi possibili. Ma era chiaro che le ragioni di tanta ostilità traevano origine da qualcosa che sfuggiva al ragazzo e che neppure il cuoco Toreg seppe o volle chiarirgli, anche se era indubbio che la causa fosse collegata a sir David.

* * *

- Il comandante Beril ha mai conosciuto Sir Davis, signore? – chiese un giorno Eric al capitano Stone, approfittando di una rara occasione in cui si trovava solo con l'insegnante di latino.
L'ufficiale lo guardò incuriosito: - Naturalmente. Perché me lo chiedi?
- Perché forse lei potrebbe spiegarmi da che dipende l'ostilità del comandante verso di lui … e verso di me.
C'era voluto tutto il coraggio di Eric per fare una simile domanda, e fu con una certa trepidazione che attese la reazione del capitano. Ma questi si limitò a fissare il vuoto senza rispondere, le labbra strette, rannuvolato, per poi affrettarsi a congedarlo.

L'unica luce, per quanto parziale, gli venne un giorno, inaspettatamente, da uno degli inservienti che riordinavano le aule, al quale Eric era stato assegnato dal comandante per aiuto.
- Il vecchio ce l'ha proprio con te, mi pare. E' la terza volta che ti fa saltare le tue ore di riposo. Che cosa hai fatto di male, oggi? - Non saprei. Ho pensato che fosse più prudente non chiederglielo. Non sono proprio nelle sue simpatie.
- Credo bene: sei il pupillo di Lord Davis. E per di più sei anche bravo, a quanto dicono. Non potevi far niente di peggio. Eric fissò l'uomo sbalordito: - "Lord" Davis? Da quando è diventato lord?
- Solo da ieri - rispose l'inserviente, sorridendo – La notizia non è ancora ufficiale, ma io ho qualche fonte privata…Per Beril deve essere stato un vero colpo.
- Perché? Perché il comandante ha tanta ostilità per Sir...per "Lord" Davis?
- Be', è una storia vecchia. Pare che Davis abbia fatto notare un errore di Beril, in una certa prova…- l'inserviente abbassò la voce: - …e che a causa sua il vecchio abbia fatto una figuraccia. Se l'è legata al dito – Si interruppe, quasi pentito delle sue confidenze: - Ma ora basta. Stiamo perdendo tempo. Lavoriamo, adesso, avanti.

Eric sfruttò con cautela quanto gli era stato accennato, ma voleva sapere qualcosa di più sulla faccenda.
Durante una delle sue corvèe in cucina, qualche giorno dopo, chiese a Toreg se la nomina a Lord del comandante Davis fosse ormai ufficiale. Il cuoco lo guardò sbalordito: - E tu come fai a saperlo? Sua Altezza ha firmato il decreto, ma il Consiglio non l'ha reso ancora pubblico. Chi te l'ha detto?
- Lei non è il solo ad avere propri canali di informazione – sorrise Eric.
- E i tuoi canali ti hanno anche informato se è diventato Signore della sua casa? Il Consiglio doveva deliberare oggi se affidare tanta responsabilità ad un ufficiale così giovane. E ancora non è trapelato nulla dalle segreterie.
- No, non sapevo neppure che ci fosse questa possibilità. Ma penso che non potrebbe essere altrimenti. E' una persona eccezionale… E non capisco come possa esserci qualcuno che gli sia ostile…
Toreg gli lanciò una strana occhiata e fece per dire qualcosa; poi, riprendendosi, strinse le labbra senza replicare, ricominciando a tagliuzzare verdure e mescolare salse. Almeno per quel giorno Eric non avrebbe saputo niente di più.

E ripensando più tardi a tutta quella storia, il ragazzo decise di non fare più altre domande: l'ambiente chiuso e un po' claustrofobico della scuola avrebbe reagito di certo in modo negativo se avesse saputo delle sue domande, e di certo ben presto la sua curiosità sarebbe stata di pubblico dominio, se solo avesse proseguito nella sua piccola inchiesta. Non era il caso di risvegliare vecchi rancori, e per qualcosa che in fondo gli era del tutto estranea.


Continua.


Adonella Bongini - adonellab@gmail.com - marzo 2015



 
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