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LA LEGGENDA DEI BIANCHI CAVALIERI

(sesta parte)














  
 

Passò qualche minuto e poi, come tutti gli altri osservò il cavaliere tornare con la borraccia e porgerla a sir Davis. Il Comandante riempì un bicchiere e si rivolse al tenente Olav, che attendeva inquieto, ancora pallido e privo di forze:
- Che cosa significa che "non può" berlo? E' astemio? Soffre di qualche malattia ?
- No, mio signore. Ma il Venerabile Sorges, il mio Signore al Castello, ha proibito a tutti i suoi servi di toccare anche una sola goccia di alcolici, dovunque e in qualsiasi circostanza. Ha promesso la frusta a chi avesse trasgredito…Ha detto di non ammettere eccezioni, per nessun motivo.
Malgrado la debolezza, il viso del giovane ufficiale si era leggermente colorito al solo riferire le parole del suo signore. Ma sir Davis non accennò a desistere:
- Ebbene, tenente, ha fatto bene a riferirmi il volere del Venerabile Sorges. Ma ora lei è ai miei ordini ed è sottoposto al mio volere. Ed il mio volere è che lei beva questo cognac, e subito. Sarò io a rispondere al suo signore, una volta tornati al castello.

Olav non osò replicare. Afferrò il bicchiere e, seguito dagli sguardi di ufficiali, cavalieri ed allievi, lo ingoiò come una medicina, in un sol sorso. Fu scosso da un brivido e tossì. Poi, come per miracolo, forze, colore e vivacità sembrarono riprendere possesso del suo corpo, in una reazione sorprendente. Se il volto del Comandante non fosse stato così severo, si sarebbe levato un sospiro di sollievo in tutta la sala.
Ma bastò il suo profilo immobile e serio a trattenere qualunque esuberanza. Con voce impassibile egli chiamò il tenente Reeves: - Ieri mi ha detto che uno dei cavalieri sta studiando medicina. Chi è? E a che punto è del corso ?
- E' Dars, mio signore. Credo stia frequentando il terzo anno. In questo momento sta accudendo i cavalli. Debbo farlo chiamare ?
Sir Davis annuì: - Gli dica di sottoporre a visita il tenente Olav e venire poi a rapporto da me.
Si guardò intorno: - Ebbene? Nessuno ha più niente da fare? Smith, prepari il suo rapporto sulle provviste disponibili. Reeves, faccia chiamare questo Dars e poi prepari un rapporto sulla legna che abbiamo a disposizione. Gray, metta i ragazzi a studiare il regolamento, tranne due di loro che mi accompagneranno di sopra con delle candele. Capitano Steel, lei venga con me. Esamineremo le stanze del casale, e stabiliremo come disporci per la notte.
In pochi minuti la grande stanza rimase quasi vuota: i tenenti si erano allontanati con le loro squadre, i ragazzi si sedettero intorno al grande tavolo. Steel seguì in silenzio sir Davis, il quale si diresse verso le scale che conducevano al piano superiore. Ad un cenno di Gray gli ultimi due ragazzi afferrarono un candeliere dalla mensola del camino, e chiusero il piccolo corteo.

* * *

< Un lungo corridoio correva lungo tutta l'ampiezza della facciata: su una parete si alternavano massicci armadi, sull'altra le porte di diverse stanze da letto. La casa era stata costruita senza nessuna indulgenza alla fantasia, e non ispirava certo allegria, ma appariva in grado di ospitare tutta la squadra.
Il Comandante fece cenno ai ragazzi di aprire uno degli armadi, che rivelò il prevedibile contenuto di lenzuola, biancheria, coperte. Le stanze erano vaste e semivuote: grandi letti dai materassi arrotolati e avvolti in teli bianchi, seggioloni dallo schienale alto e rigido in coppia davanti al camino, quasi nessun quadro, ad eccezione di alcune stampe di poco valore costrette dentro pesanti cornici scure. Niente tappeti, niente tende. Chi abitava solitamente tra queste mura non viveva tra lusso e mollezze.
- Bene, sembra che ci sia spazio per tutti. I ragazzi potranno dormire insieme in una delle stanze più grandi. Tre stanze potranno bastare per i cavalieri, e due per i tenenti. Scelga una stanza per me ed una per lei, e controlli se ci sono materassi e coperte sufficienti.
Non sentendo risposta, sir Davis si volse a scrutare il suo primo ufficiale: - Che cosa c'è, capitano? E' in collera con me ?
Eric vide distintamente il rossore salire alle guance di Steel, e la fatica con cui questi si costrinse a incontrare con lo sguardo gli occhi del comandante:
- Naturalmente no, mio signore. Semmai sono in collera con me stesso. Avrei dovuto evitare uno sbaglio tanto stupido, con il tenente Olav. E Vostra Signoria è stato anche troppo indulgente con me.
Sir Davis accennò un leggero sorriso: - Quando lei mi chiama "Vostra Signoria" posso essere certo di avere in qualche modo incontrato la sua disapprovazione. Lei è offeso per come le ho parlato, e soprattutto perché l'ho fatto davanti a tutti. No, non provi a negarlo, so che è così. Ma vorrei che considerasse obiettivamente la mia reazione: lei aveva appena dichiarato di aver ignorato un mio ordine, e lo aveva fatto davanti a tutti.
- Mio signore, lei non potrà mai "incontrare la mia disapprovazione". Non sta a me giudicarla, e peggio ancora disapprovarla. Spero che lei non mi giudichi tanto insensato.
Il Comandante lo scrutò per qualche istante in silenzio, seriamente.
- Io vorrei, se non posso avere la sua amicizia, avere almeno la sua fiducia, Steel. Comandare è difficile, e lo è molto di più se non si sa di avere l'aiuto e il consenso di chi ci è vicino. So bene che lei non si permette di giudicarmi, almeno coscientemente. Ma non c'è disciplina al mondo che possa indurre qualcuno a condividere in tutto e per tutto nel proprio intimo il giudizio di un altro, anche se gli ha prestato il più solenne giuramento di fedeltà e obbedienza. La prego, cerchi di capire ed accettare, almeno in questa circostanza, il mio comportamento. E se ha qualche cosa da obiettare, me lo dica ora, francamente.
Steel scosse il capo, con un gesto quasi infantile, che ben rivelava il suo imbarazzo:
– No, signore. Mi creda, la prego. E' solo con me stesso che sono adirato. Darei qualunque cosa per avere la sua stima, e invece… Mi sono comportato da stupido, come non perdonerei neppure ad uno di questi ragazzi. Ma mi sento ancora più stupido per averle dato l'impressione di non aver accettato i suoi rimproveri. Io faccio appello alla sua indulgenza…
- D'accordo, basta così, capitano. Consideriamo chiusa questa storia. Io non ne farò cenno nel rapporto di oggi, e lei … lei non sia con se stesso ancora più severo di me.
Sir Davis sfiorò con la mano il braccio di Steel, come a sottolineare le sue parole, e si diresse senza aggiungere altro verso le scale. Steel rimase a fissarne il mantello, che si allontanava appena, ondeggiando.

Sir Davis era il più giovane tra i signori cui si era trovato a giurare obbedienza, da quando era entrato nell'Ordine, ma nondimeno era attualmente il suo Signore, ed il rispetto quasi mistico che circondava la persona di un Signore, del proprio Signore, gli rendeva quasi impossibile credere che egli avesse potuto parlare di amicizia, di fiducia, di consenso proprio a lui, e che a farlo fosse stata la stessa persona che non più di un'ora prima lo aveva raggelato con il suo "Che non accada un'altra volta…".
Correvano voci contrastanti riguardo a Sir Davis, nell'Ordine, voci di entusiastico consenso o di sprezzante dissenso. Alcuni prevedevano che avrebbe raggiunto il massimo potere dell'Ordine, altri aspettavano solo che facesse un passo falso che lo mettesse al bando, lui e le sue strane idee. Ed ecco, ora aveva potuto quasi toccare con mano una delle sue stranezze, uno di quei comportamenti da cui il Generale Stockes, il suo Signore al Castello, lo aveva messo in guardia nel congedarlo, prima della partenza: "Mi dicono che questo Davis alterni una severità da vecchio sergente ad una familiarità assolutamente inconcepibile tra un Signore ed i suoi servi. Cerchi di mantenere il suo equilibrio tra questi due estremi, Steel. Non dimentichi mai il rispetto che gli deve, ma non si lasci trascinare ad un inopportuno rapporto cameratesco, di cui finirebbe col pentirsi."
Mentre seguiva di qualche passo il suo comandante, sentendo con imbarazzo alle spalle lo sguardo dei due ragazzi, che avevano seguito silenziosi e allibiti tutta la scena, Steel si chiese se le parole che Sir Davis gli aveva rivolto poco prima fossero indice di un "inopportuno rapporto cameratesco". Ma poi decise, senza pensarci oltre, che no, non era decisamente il caso di preoccuparsi, almeno per il momento.

* * *

Per Eric non fu altrettanto facile mettere da parte ansia e preoccupazione. Quella notte, ancora una volta, stentò a prendere sonno, ed anche allora sogni strani e ansiosi si inseguirono fino al mattino, mescolando i volti dei nuovi personaggi entrati nella sua vita con quelli amati o odiati fino a qualche giorno prima.
Quando l'alba penetrò dalla finestra della stanza in cui erano stati disposti materassi e coperte per gli allievi, per qualche secondo ebbe difficoltà a ricordare dove si trovasse, e chi fossero gli altri ragazzi ancora immersi nel sonno, intorno a lui. In quella breve ora prima che la vita riprendesse nel casolare immerso nella neve, egli ebbe modo di valutare finalmente il futuro che l'attendeva. L'esultanza di essere sfuggito alla miserabile schiavitù nella locanda si scontrava con il timore della nuova, imprevedibile servitù cui si era volontariamente impegnato. Valori diversi, obblighi nuovi, e l'incertezza costante di come comportarsi, di capire che cosa si esigeva da lui, gli avevano impedito di affrontare razionalmente l'ansia che da tre giorni era la inavvertita compagna di ogni suo pensiero. Silenziosamente scivolò fuori dalle coperte e si avvicinò alla finestra: non nevicava più, ma la coltre bianca era alta e sembrava senza confine, interrotta solo qua e là da qualche tronco nero e da qualche raro uccello in cerca di cibo.
La fissò a lungo, cercando di leggere in se stesso. E capì che quello era il momento in cui gli si chiedeva di diventare un uomo. Era solo, unico responsabile di sé e unico giudice delle sue decisioni. In quei tre giorni si era creata una cesura tra l'angosciato ragazzino abbandonato in potere di Mastro Cocker ed il giovane che aveva preso tra le sue mani la propria vita. Ora stava a lui trovare coraggio, pazienza, decisione, costanza. E trasformarsi in un Cavaliere dell'Ordine.

* * *

Nel ritornare dopo tanti anni col ricordo a quei primi giorni nell'Ordine, il Venerabile Accad considerò per l'ennesima volta l'incredibile fortuna che aveva avuto nell'incontrare, agli inizi della sua nuova vita, una persona eccezionale come Sir Davis. Nessuno avrebbe potuto iniziarlo all'Ordine meglio di quel suo primo indimenticabile Signore.
Quasi senza accorgersene allungò la mano verso la tasca interna della casacca, traendone fuori l'orologio, e restando a fissarlo assorto. Era un bell'orologio d'argento massiccio, con la cassa arabescata, e le eleganti lancette d'oro.
Dal giorno in cui ne era entrato in possesso erano passati per le sue mani decine e decine di orologi, tutti altrettanto belli, molti di gran lunga più preziosi di quello. Acquistare orologi, collezionarli, farli restaurare e riportare al primitivo splendore era diventata per lui quasi una mania, una sua particolare passione, che era riuscito a controllare solo concedendosi anche il piacere di regalarli a chiunque gli sembrasse meritarli, con una liberalità a volte addirittura stravagante, che gli aveva meritato non di rado i rimproveri del suo signore. E fissando oggi quel suo primo e sempre prediletto orologio, il nobile Accad ritornò una volta di più alla liberalità di Sir Davis, da cui era derivata la sua, nell'ambizione costante di imitarlo, di essere come lui.
Anche sir Davis amava le cose belle, gli oggetti rari e preziosi, ed anche lui cercava di equilibrare e smorzare questa sua passione mediante una grande prodigalità, che lo aiutava a non attaccarsi troppo a quelle belle cose e a divenirne schiavo.
Con la più grande naturalezza, quel giorno lontano in cui avevano infine lasciato il casolare immerso nella neve e si erano avviati lentamente in fila indiana verso la strada, Sir Davis aveva staccato il proprio orologio dalla catena d'argento e glielo aveva porto, perché misurasse il tempo necessario ad ogni cavaliere per superare il ruscello vicino e calcolare quando finalmente il convoglio avrebbe potuto riprendere il cammino. Tenendo con estrema attenzione il bell'oggetto, Eric aveva eseguito il suo compito, registrando i tempi su un taccuino, e, una volta fatti i suoi calcoli, era andato a consegnarli al capitano Steel, insieme all'orologio. Non aveva capito il perché dell'occhiata divertita che Steel aveva lanciato al tenente Gray, che gli aveva ordinato di portarli lui stesso a Sir Davis. Solo molto tempo dopo, Gray stesso gli aveva raccontato della scommessa intercorsa tra lui ed il capitano.
Steel aveva sostenuto che non sarebbero passate più di un paio d'ore prima che il comandante regalasse un orologio, anzi proprio quell'orologio ad Eric, mentre Gray aveva previsto tempi molto più lunghi: - "Ma eravamo ambedue sicuri che non avrebbe permesso che tu ne rimanessi a lungo senza…" aveva concluso.
Come i due ufficiali avevano previsto, Sir Davis non aveva voluto indietro l'orologio, e si era limitato a raccomandargli di farne buon uso, e che gli servisse come promemoria per essere sempre puntuale nei suoi doveri.

* * *

Tuttavia non era stato soltanto l'inaspettato, sontuoso dono di Sir Davis a conquistarlo ed a trasformare il suo giuramento di obbedienza in un convinto consenso ai suoi ordini.
Quella stessa mattina, mentre con gli altri si preparava per lasciare il casolare e riprendere il cammino, il cavaliere di servizio presso il comandante era venuto a chiamarlo per conto di sir Davis. Scorgendo l'occhiata stupita del tenente Gray e degli altri ragazzi, una fitta d'ansia gli aveva stretto la bocca dello stomaco. Lentamente si era avviato dietro il cavaliere, dopo una rapida ravviata ai capelli e un'occhiata di controllo alla propria tunica. Che cosa poteva volere da lui Sir Davis ?
Il lungo sguardo con cui il comandante della missione lo aveva accolto non l'aveva di certo rassicurato. L'uomo aveva in mano una lettera, che finì di scorrere con aria pensierosa, prima di rivolgergli la parola:
- Il tenente Gray mi ha fatto sapere che ieri mattina gli hai chiesto di poter andare a salutare padre Alfiero, prima della partenza, e che non hai accettato di buon grado il suo rifiuto.
- Io…Ecco, signore. Quando ero venuto da lei, l'altro ieri, per… per riportarle il libro, io non pensavo, non speravo, che sarei stato ammesso nell'Ordine immediatamente. Perciò non mi ero accomiatato dal mio maestro, e durante la notte non ho fatto che pensarci. Mi dispiace che il tenente Gray abbia pensato che fossi scontento…
- E non lo sei? Non sei già pentito della tua decisione ?
Eric rimase senza parole nell'ansia di trovare l'espressione giusta, che desse la misura di quanto, al contrario, fosse grato di essere stato accettato. Ed il breve sorriso di Sir Davis gli fece intendere che era stato compreso.
- Ti ho chiamato per farti sapere che ieri mattina, prima di partire, sono andato io stesso a salutare Don Alfiero, ed a dirgli di come ti fosse dispiaciuto non poterti congedare da lui. Ne è rimasto contento e commosso. Questa lettera è sua. Gli ho promesso che te l'avrei recapitata, anche se così facendo contravvengo al nostro regolamento. Leggila, e poi riconsegnamela.
Eric allungò una mano, la gola stretta. Le parole scritte nella ben nota grafia gli ballarono davanti agli occhi. Erano solo poche righe, ma in esse c'era tutto l'affetto del vecchio prete. E la consapevolezza che quella era probabilmente l'ultima volta che il suo antico maestro gli parlava era una sensazione insieme dolce e straziante:
- "Figlio mio diletto, sono felice per te. Proprio quando cominciavo a disperare, la Provvidenza ti ha messo su una strada dove potrai fare bene ed essere infinitamente utile. Affidati a Sir Davis: è una persona generosa e gentile, e sarà per te una guida preziosa. E per te io continuerò a pregare come ho sempre fatto. Addio, ragazzo mio, il tuo vecchio maestro don Alfiero".

Per qualche minuto Sir Davis rimase ad osservare in silenzio il ragazzo, che lottava contro la commozione. Attese che Eric gli rendesse la lettera, prima di aggiungere con voce piana:
- Mi ha raccomandato di riportarti anche un consiglio, al quale mi unisco con convinzione: "Rinuncia a pensieri di rivendicazioni o peggio di vendetta verso coloro che hanno portato tuo padre a uccidersi. La tua vita ricomincia dal momento in cui sei entrato nell'Ordine. La vita precedente è chiusa, e non deve più tornare ad influenzarti".
Eric fissò smarrito il suo Signore. Come avrebbe potuto fare quel che il vecchio prete gli chiedeva? Ma lo sguardo di Sir Davis sembrava penetrargli dentro. Questa sarebbe stata la prima vera prova della serietà delle sue intenzioni. Chinò il capo: - Cercherò di seguire il consiglio di Don Alfiero. Io… io confido nel suo aiuto, mio signore.
L'uomo assentì:
- Terrò in custodia per te questa lettera, ragazzo. Quando l'Ordine deciderà che sei degno di avere un nome ed una spada, potrai richiedermela. Fino ad allora, anche se dal momento che raggiungeremo il Castello non sarai più ai miei ordini, sappi che non mancherò di seguirti, per quanto da lontano.

* * *

Mentre procedeva a fatica con gli altri nella neve, quel giorno, e poi nei giorni seguenti, lungo la strada che li portava attraverso paesi e città, attraverso campi e boschi, quel colloquio con Sir Davis gli tornò e ritornò nella mente, aiutandolo e spronandolo, infondendogli un inaspettato coraggio, ed una nuova serenità, che lo accompagnarono fino al temuto giorno in cui giunsero in vista del Castello, la sede principale dell'Ordine, dove si sarebbe separato da Sir Davis, dal tenente Gray, dagli altri allievi.

Il Castello era molto diverso da come lo aveva immaginato. Niente torrette, guglie e leggiadre bifore gotiche. Più che un castello lo si sarebbe detto una fortezza: enorme, massiccia, circondata da una doppia cinta di mura in cui si apriva un'unica gigantesca porta rinforzata da chiodi e chiavistelli. Fissandone l'aspetto alquanto cupo e deprimente, Eric si domandò come il suo nuovo amico avesse potuto sognare con tanta ansia di ritornarvi. Sentì la sua voce alle spalle, entusiasta:
- Ti avevo detto che era grande. Ma forse non ti aspettavi che fosse così grande, eh ?
- No, infatti. Quanti cavalieri mi hai detto che ospita ?
- Non saprei dirtelo con precisione. Tre, quattro mila, secondo se consideri anche gli allievi, e il personale ausiliario. Ma ci sono stati periodi in cui ci sono entrate fino a diecimila persone.
Eric si voltò a fissare il ragazzo, sospettando una presa in giro.
- Diecimila? Stai scherzando ?
- No. Ho sentito che quando è stato eletto l'ultimo reggente, oltre ai Cavalieri venuti in delegazione da tutto il paese, si sono accalcati nei cortili e nelle sale anche tutti gli abitanti civili del contado. E' l'unica occasione che hanno di vedere il Castello, e non se la lasciano scappare…
Mentre Eric fissava senza troppo entusiasmo la sede centrale dell'Ordine, che presto lo avrebbe ingoiato insieme agli altri, il portone ferrato cominciò a dischiudersi, ed una colonna di cavalieri prese ad uscirne. Solo considerandone la piccolezza al confronto con i battenti che stavano valicando, Eric poté valutarne appieno le proporzioni: gli uomini a cavallo non arrivavano neppure alla metà della sua altezza.
Erano una dozzina, e si avvicinavano al trotto. Appena furono abbastanza vicini da scorgerne i visi, sir Davis smontò con un balzo da cavallo, subito imitato da tutti i suoi uomini. Avanzò a piedi incontro alla colonna, e quando fu ad una ventina di passi, si inginocchiò, inchinandosi profondamente, e come lui si inginocchiarono tutti i cavalieri, scudieri ed allievi alla sua spalle. L'uomo che guidava il drappello alzò il braccio, segnalando di fermarsi, mentre tirava le redini del suo cavallo. Era anziano, con lunghi capelli bianchi, ed una bianca, lunga barba. L'aspetto autorevole era sottolineato dalla tunica e dal lungo mantello bordati di rosso e oro, che spiccavano contro il candore del paesaggio.
- Il Venerabile Tier, il Decano del Consiglio… - sussurrò vicino a lui il sesto ragazzo, attirandosi un'occhiata sdegnata dal tenente Gray.
Affascinato, Eric osservò il vecchio smontare a terra, avvicinarsi a Sir Davis, aiutarlo ad alzarsi. Erano troppo lontani perché anche una sola parola gli arrivasse, ma il viso irrigidito e pallido di sir Davis mostrava chiaramente che il Venerabile Tier non era portatore di buone notizie.

* * *

La conversazione non fu lunga. Dopo appena qualche minuto, Sir Davis si girò, facendo cenno al suo luogotenente di avvicinarsi. Poche rapide parole, e il capitano Steel tornò verso la colonna, ordinò di accompagnare il cavallo di Sir Davis presso il suo padrone, e rimase in silenzio ad osservarlo mentre si allontanava insieme ai nuovi arrivati.
Solo quando questi furono giunti alle porte del castello, si girò verso il convoglio ed annunciò che gli ordini erano di accamparsi dove si trovavano:
- Resteremo qui fino al ritorno di Sir Davis. Un'amara notizia lo ha accolto: il Venerabile Lord MacKee suo signore è morto quattro giorni fa. Il Consiglio ha aspettato il ritorno della nostra missione per celebrarne i funerali solenni, e solo quando questi saranno conclusi potremo entrare nel castello e la missione stessa potrà considerarsi terminata.

Un mormorio frenato a fatica dagli ufficiali si diffuse nella colonna mentre gli uomini, stanchi, amareggiati e delusi si accingevano a rinviare il ritorno a casa, proprio in vista delle mura che avrebbero dovuto accoglierli e festeggiarne il ritorno. Eric era diviso tra il sollievo all'idea di poter restare ancora qualche tempo con il suo amico e con gli altri compagni, e l'ansia di conoscere finalmente che cosa l'attendeva dietro quel massiccio, imponente portale. In silenzio, stancamente, aiutò a rizzare le tende, ad accendere i fuochi, a preparare il pasto. E poi cominciò l'attesa.

Passò la notte, il nebbioso mattino diffuse la sua grigia luce sul campo e sulla lontana mole del castello, ma sembrava che il tempo si fosse fermato: nessun movimento, nessun suono, nessuna notizia. Una volta di più il ragazzo rimase attonito nel constatare la disciplinata pazienza dei cavalieri. Il tenente Gray decise di occupare la mente dei suoi allievi improvvisando una lezione sul cerimoniale seguito dall'Ordine in seguito al decesso di un Venerabile membro del Consiglio, ed Eric apprese così che, una volta accompagnato solennemente il loro comandante defunto nella Cappella funebre, tutti gli appartenenti alla Casa di MacKee avrebbero dovuto attendere le decisioni del Consiglio sul loro futuro.
Ogni Casa era legata al suo Signore, e poteva accadere che alla morte di questo venisse disciolta, e che tutti i suoi membri, di qualunque grado, venissero dispersi e assegnati ad altre case, altri compiti, altri signori. Solo se l'importanza dei compiti della casa lo imponeva, sarebbe stato nominato un nuovo Signore e gli altri membri della casa avrebbero continuato come prima il loro servizio. Non dovevano essere momenti facili per tutti coloro che avevano servito il Venerabile defunto, pensò Eric.
- Il Consiglio potrebbe nominare Signore della casa uno degli ufficiali più anziani di Lord MacKee? – sussurrò al suo amico:
-Potrebbero nominare nuovo Signore Sir Davis? –
Il sesto ragazzo si strinse nelle spalle:
- Non credo, è troppo giovane per dirigere una casa così importante e così grande. E poi non è neppure Lord.
Un richiamo all'ordine fece tacere i due ragazzi. Eric si rese conto di quanto fossero assurde le sue preoccupazioni per Sir Davis.
Avrebbe dovuto preoccuparsi piuttosto per se stesso e per quel che sarebbe stato di lui una volta sorpassate quelle cupe massicce mura.

Come in risposta ai suoi pensieri, proprio in quel momento il grande portale del castello cominciò a schiudersi. Tutta la colonna si irrigidì mentre il capitano Steel dava rapide disposizioni per riordinarla: Sir Davis stava finalmente ritornando.
Eric fissò ansiosamente il volto dell'uomo che nelle ultime settimane aveva occupato un posto così importante nella sua vita, e che tra non molto ne sarebbe uscito, lasciandolo una volta di più solo e incerto tra persone estranee e forse ostili.


Continua.


Adonella Bongini - adonellab@gmail.com - febbraio 2015



 
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