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LA LEGGENDA DEI BIANCHI CAVALIERI

(quinta parte)














  
 

Eric ed il tenente Gray rimasero indietro, mentre tutti i Cavalieri Bianchi entravano nella stanza del Comandante. Quando infine l'ufficiale accennò al ragazzo di seguirlo, due file di uomini erano già disposte a destra e a sinistra. In fondo, sir Davis attendeva, la mano sull'elsa della spada, l'espressione seria, lo sguardo fisso su di lui. Eric, non preparato alla solennità di quell'apparato, sentì una fitta di apprensione nel petto.
Ma la voce del Signore era quella contenuta e tranquilla delle prime volte in cui lo aveva incontrato:
- Sei ancora deciso a chiedere di essere ammesso nell'Ordine, ragazzo?
Eric sentì la sua voce rispondere inaspettatamente sicura:
- Sì, signore.
- Vieni avanti, allora. Ti ascoltiamo.
Il ragazzo avanzò, sentendosi stranamente diviso, mentre una parte di se stesso osservava incuriosita l'altra parte che agiva, arrivava a due passi dal Comandante, si inginocchiava, cominciava a ripetere senza esitazione le parole del giuramento, e senza esitazione concludeva : - … Questo io giuro solennemente.
Ecco, era fatta. Ora si era davvero impegnato, ora quella tunica bianca che indossava gli apparteneva veramente, come lui apparteneva all'Ordine.
La voce di sir Davis gli giunse, incredibilmente familiare e rassicurante:
- Alzati, ragazzo. Benvenuto fra noi.
- Grazie, mio signore.
Per la prima volta, chinandosi a baciare la mano che sir Davis gli tendeva, Eric gli si rivolse come un suo servo. E la trafittura al suo orgoglio, tanto temuta, non arrivò. Si sentì, anzi, leggero, rincuorato, più sicuro. Ancora una volta il suo Signore aveva avuto ragione: solo accettando di servire, si sarebbe sentito libero.

* * *

Quella notte non riuscì a dormire. Il letto che gli era stato assegnato - un vero letto, cui da anni non era più abituato - la stanza che condivideva con gli altri ragazzi, priva dei cento scricchiolii e fruscii della legnaia ma piena di rumori nuovi e diversi, l'ansia della partenza all'alba del giorno seguente, tutto contribuì ad impedirgli di scivolare nel sonno, malgrado la stanchezza di due giorni ed una notte trascorsi senza riposo. Solo verso mattina, quando già cominciava a presentire lo schiarirsi dell'oscurità, i pensieri inquieti che da ore si rincorrevano incessanti nella sua mente iniziarono a confondersi, lasciando il posto ad immagini disordinate e diverse: il volto serio di sir Davis e quello infantile del sesto ragazzo, le due file di cavalieri schierati che lo fissavano mentre avanzava verso il suo signore, la mano forte ed elegante del tenente Gray, appoggiata all'elsa della spada, e quelle del primo ragazzo che gli porgevano la tunica…

* * *

Quando la porta della stanza si schiuse, non molto più tardi, fu il primo a balzare giù dal letto, fissando per un attimo con sgomento l'ombra che si stagliava sulla porta.
Ma la voce di Gray, pacata come sempre, lo riportò subito a controllare l'angoscia irrazionale che lo aveva sopraffatto: non era mastro Cocker che veniva a strapparlo ad un sogno. E a dimostrarlo era anche la sua tunica, nuova e candida sulla sedia vicina, ad attenderlo. Presto egli avrebbe lasciato quella casa, quel villaggio, quei boschi. Li avrebbe lasciati per sempre, come i suoi vecchi vestiti e le scarpacce infangate, come il chiocciolio della fontana della piazza, ed il vecchio viso ansioso di padre Alfiero.
Mentre si rivestiva in fretta, attento ad imitare quel che facevano gli altri ragazzi, e riordinava il sacco con il suo corredo nuovo che gli era stato consegnato la sera precedente, il pensiero del suo maestro cominciò a tormentarlo. Non lo aveva di fatto salutato, la sera prima, non immaginando che tutto si sarebbe svolto con tanta rapidità. Ed ora non avrebbe più avuto modo di rivederlo, sarebbe scomparso dalla sua vita senza che egli sapesse più nulla di lui.
Facendosi coraggio, mentre si recavano ordinati e silenziosi a prendere posto intorno alla tavola dove già i due primi ragazzi avevano portato cesti di pane e brocche di latte fumante, uscì dalla fila e si avvicinò al tenente Gray, che stava per sedersi, sorvegliandoli con lo sguardo. L'ufficiale lo squadrò: - Che cosa c'è, ragazzo?
- Signore, ieri io… Non ho avuto modo di salutare don Alfiero, il prete del villaggio. Mi chiedevo se…
Il tenente lo guardò freddamente, e la sua risposta fu tagliente:
- Ieri sera tu hai salutato tutto e tutti, ragazzo. Nel momento stesso in cui hai giurato nelle mani di sir Davis, la tua vita ha avuto un nuovo inizio, e tu sei tenuto a dimenticare quella precedente. Non ti è consentito di pensare più né a preti, né a maestri…Va' a sederti al tuo posto. Subito.
Raggelato, Eric si ritirò senza fiatare, senza riuscire a respingere lo sgomento e l'amarezza per non aver pensato ad avvertire il vecchio maestro quando ancora era in tempo. Ed ormai era troppo tardi. Anche rammaricarsi era già un venir meno ai suoi nuovi doveri. Terminata la colazione, gli altri ragazzi andarono tutti a servire la prima colazione dei Cavalieri prima di prepararsi per la partenza. Eric si trovò solo, con l'unica occupazione di rimuginare i suoi rimorsi.
Anche il tenente Gray si era allontanato, ma, prima di raggiungere gli altri cavalieri, decise di affacciarsi dal capitano Steel, a chiedere consiglio: - Non vorrei disturbarla per una sciocchezza, signore, ma mi domando se non sia il caso di parlare a sir Davis del nuovo ragazzo. Sembrava che gli fosse ben chiaro che dal momento che fosse entrato nell'Ordine avrebbe dovuto dare un taglio netto al passato, e invece…

Steel aggrottò la fronte: - Invece? Ha già dei rimpianti, prima ancora di partire?
- Sì, in un certo senso. Pare che non abbia avuto modo di salutare il suo maestro, quel prete… E pensava di poterlo fare adesso, prima della partenza. Io gli ho detto che gli era proibito anche solo pensarci. Ma forse… non crede che sarebbe prudente accennare la cosa al nostro Signore ?
- Non penso proprio che sir Davis vorrà concedergli un tale strappo alle regole. Comunque hai ragione, gliene parlerò dopo colazione.

E non ebbe a pentirsene. Sir Davis non trovò banale il suo rapporto, anzi. Lo ringraziò, lodando per di più il tenente Gray: - Ha agito con criterio, sia nel rispondere con decisione all'allievo, che mettendo lei al corrente. Il ragazzo deve certo rinunciare a tutti i suoi affetti, perfino ai suoi ricordi. Ma non possiamo pretendere lo stesso dal vecchio prete.
Andrò io stesso a riferirgli del suo discepolo. Nel frattempo, lei convochi qui Mastro Cocker. Occorre avvertire anche lui. Bene o male è il tutore ufficiale del ragazzo e si domanderà che cosa ne è successo.
Si recò, senza nessuna scorta, alla chiesetta, entrando dal portoncino del campanile, e, come prevedeva, trovò don Alfiero in sagrestia, che si preparava tutto solo alla prima funzione del mattino. Nel vederlo entrare il vecchio prete ebbe un sussulto:
- Sir Davis! Che cosa è accaduto? Dov'è Eric?
- Eric sta bene, stia tranquillo, padre. Sono qui proprio per rassicurarla. Il ragazzo ha prestato giuramento ieri sera, ed ormai veste la tunica degli aspiranti. E' già riuscito a commettere la sua prima trasgressione, chiedendo di poter venire a salutarla.
- A salutarmi…
- Purtroppo questo non è possibile. La prima cosa che si deve imparare entrando nell'Ordine, è proprio dimenticare tutto e tutti, per ricominciare una nuova vita. E un'altra trasgressione commetterò io questa sera, raccontandogli di questa mia visita. Potrò dirgli che lei è ormai tranquillo per quanto riguarda il suo futuro?
Don Alfiero sorrise: - Gliene sarò immensamente grato, sir Davis. Davvero non avrei potuto immaginare nulla di meglio per Eric che aver ottenuto la sua protezione. Pregherò ogni giorno per lui e per Vostra Signoria…
- Grazie, padre. Cercherò di mandarle di tanto in tanto qualche notizia. Ma adesso debbo salutarla, siamo già in ritardo. Si inchinò, e in pochi passi raggiunse la porta. Il prete lo osservò dalla finestrella della sagrestia attraversare la piazzetta, raggiungere la locanda. Si voltò per andare in chiesa, sospirando, sentendo ad un tratto tutta la sua solitudine.

* * *

L'incontro del Comandante con Mastro Cocker fu ben diverso. L'uomo era chiaramente spaventato di essere stato chiamato alla sua presenza, il che confermò in sir Davis la necessità di raccomandare, nel suo rapporto al Consiglio dell'Ordine, un controllo accurato delle attività del locandiere. Ma stranamente, quando questi si rese conto che la ragione di quella convocazione non era qualche suo discutibile affare ma l'ingresso di Eric nell'Ordine, invece di dimostrarsi sollevato, fu colto da un attacco incontrollabile di collera. Il pensiero di vedersi sfuggire di mano il ragazzo gli era evidentemente insopportabile:
- Ma… ma come è possibile? E' un mio servo, deve restare al mio servizio almeno per altri sette anni! Non potete portarmelo via, c'è un'ordinanza del tribunale… Io sono il suo tutore, il suo padrone. Nessuno ha il diritto…
Sir Davis lanciò un'occhiata al capitano Steel, che intervenne prontamente: - Basta, mastro Cocker. Lei sta mancando di rispetto al mio Signore. Se qualcuno ha il diritto di condurre via il ragazzo, questi è sir Davis, e non c'è ordinanza o tribunale che possa impedirlo. Eric Stenton ha già prestato giuramento, e da ieri sera fa parte a tutti gli effetti dell'Ordine dei Cavalieri Bianchi. Il locandiere spalancò la bocca, ansimando, davanti a quell'enormità:
- Ma io… chi mi rifonderà del danno? Il ragazzo doveva ripagarmi di quello che mi aveva sottratto suo padre…E ora… Sir Davis disse qualche parola, che Steel si affrettò a tradurre:
- Il mio signore raccomanderà nel suo rapporto all'Ordine di farle pervenire un risarcimento. Naturalmente, se la sua contabilità risulterà in ordine, e se l'inchiesta che verrà avviata sulle sue attività darà un responso a lei favorevole.
L'uomo impallidì, ammutolito. Senza troppi complimenti, Steel lo accompagnò alla porta.
- Un individuo sgradevole – commentò il Comandante. – Sarà bene controllare che non tenti di vendicarsi sul prete. Mi ricordi di non omettere una raccomandazione in questo senso nel mio rapporto, capitano. Ed ora andiamo. Ne ho abbastanza di questo posto.

* * *

Un'ora più tardi i Cavalieri lasciavano il villaggio.
In gruppo con gli altri ragazzi Eric scese nella sala grande, e uscì sulla piazza, dove i cavalieri attendevano presso i loro cavalli. Ma la partenza, che aveva sognato in ogni particolare durante la lunga notte insonne, non fu esaltante come aveva sperato. Preso dai suoi pensieri riguardo a don Alfiero non si accorse neppure degli sguardi increduli con cui i servi della locanda lo fissarono quando con gli altri ragazzi attraversò la piazzetta. Invano si girò a cercare con gli occhi se sulla soglia della chiesa apparisse la figura del vecchio. La lunga fila dei cavalieri si compose e cominciò ad avviarsi, e lui, con gli altri allievi, prese a seguirli a piedi, sconfortato.
Il freddo era intenso, e la neve dura e gelata sotto i piedi nudi, appena protetti dai sandali. I ragazzi camminavano due a due, dietro l'ultimo dei cavalieri e prima del carro che trasportava i bagagli del convoglio, in un silenzio irreale rotto solo dagli zoccoli dei cavalli che risuonavano sul terreno. Non un fruscio tra gli alberi, non un richiamo d'uccello sotto il cielo bianco, basso sulle loro teste.
Eric seguì con lo sguardo il capitano Steel avvicinarsi col suo cavallo a Sir Davis, che era in testa alla fila:
- Temo che si stia preparando una tempesta, mio signore. E non sembra ci siano paesi per almeno ventidue miglia.
- Lo so, capitano. Dobbiamo cercare di superare il bosco prima che riprenda a nevicare. Poi il terreno scende fino alla valle, e non dovrebbe mancare qualche paese dove rifugiarci, se necessario. Dica ai cavalieri di accelerare, per quanto possibile senza stancare troppo i ragazzi.

* * *

Ad un cenno del capitano, la fila prese a muoversi più rapidamente, costringendo i ragazzi ad allungare il passo. Eric non sentiva la fatica, allenato com'era nei duri lavori della locanda. Conosceva bene quel bosco, dove spesso era andato a far legna, e non gli pesava ora attraversarlo di buon passo, ben coperto dalla lunga tunica di lana e senza dover portare alcun carico.
Per almeno tre ore proseguirono senza far sosta, raggiungendo infine il limite del bosco. Qui il Comandante diede l'alt, per consultare con i suoi ufficiali la mappa della regione.
Davanti a loro si stendeva un'ampia valle, sul fondo della quale Eric riusciva appena ad individuare il fiume. Da quando era bambino quello era stato per lui il limite dell'universo, ed aveva da sempre sognato di raggiungerlo.
- Chissà quante ore ci vorranno per arrivarci – disse uno dei ragazzi.
- Quattro ore a cavallo, sette a piedi, andando di buon passo – rispose Eric, quasi senza volere. L'altro si voltò a guardarlo:
- Sei già stato nella vallata? Ci sono case, laggiù?
- No, è tutto terreno incolto, pascoli, boscaglia. Le case cominciano oltre il fiume…
Una voce li interruppe, duramente: - Silenzio, laggiù. Non c'è nessuno a mantenere un po' di disciplina tra i ragazzi?
Eric ammutolì. Non si era reso conto, perso com'era nei suoi pensieri, che anche tra i cavalieri nessuno rompeva il silenzio: stavano tutti in fila immobili, in attesa di ordini.
Richiamato dalla voce che aveva rimproverato i ragazzi, il tenente Gray si avvicinò, sul suo cavallo:
- Rapporto, primo allievo.
- Sì, signore. Il quinto ragazzo sembra conoscere la zona, e stava dicendo che non ci sono paesi o villaggi, fino al fiume…
- Sta bene, riferirò al nostro signore che il nuovo allievo ci potrebbe essere di aiuto, anche se non ha ancora imparato a mantenere il silenzio.
Si rivolse ad Eric, bruscamente: - Conosci la strada per arrivare al fiume? Sai se è percorribile anche con un carro?
- Non conosco personalmente queste parti, signore. So solo quello che ne dicevano gli avventori della locanda. Ci sono tre strade, ma soltanto quella più ad est è abbastanza larga da lasciar passare un carro… E con quella ci vogliono sette o otto ore per arrivare al fiume…
- Ebbene, vieni a ripetere queste cose a sir Davis, ragazzo. Seguimi.
Si avviò sul suo cavallo, seguito da Eric, che riusciva a stento a distinguere il gruppo di ufficiali intorno al Comandante, nel turbinio sempre più fitto di fiocchi bianchi. Affondando nella neve i piedi ormai intirizziti, riuscì finalmente a raggiungerli, fermandosi intimidito sotto gli sguardi di sir Davis e degli altri cavalieri. Gray stava già riferendo quello che Eric aveva dichiarato:
- Secondo il ragazzo ci vorranno almeno sette ore, e più…
Sir Davis si voltò a guardare il nuovo allievo, che si sforzava di reprimere il tremito che gli scoteva tutte le membra: la temperatura stava rapidamente scendendo e la tunica sembrava diventata leggera come carta.
- Dove condurrebbe questa strada carrabile? Sulla carta non è segnata.
- Porta molto più ad est, mio signore. Arriva ad imboccare il ponte sul fiume, un po' prima della città… la cittadina di Coreway. E' stata aperta circa due anni fa, e non tutte le mappe la riportano.
- Quindi dovremmo costeggiare il bosco verso oriente… Speriamo che le tue informazioni siano più complete di questa carta. Grazie, ragazzo, puoi tornare al tuo posto.
Mentre Eric si avviava rabbrividendo, sir Davis si rivolse al capitano Steel:
- Non possiamo sostare ancora per più di un quarto d'ora. Dobbiamo raggiungere un rifugio prima di farci sorprendere dalla bufera. Faccia salire i ragazzi sul carro, o finiranno per gelare del tutto…
- Tutti i ragazzi, mio signore?
- Certamente. Perché? Vorrebbe lasciarne qualcuno nella neve?
- No, signore. Volevo dire che… Il carro è pieno di bagagli… temo che non ci sia posto per tutti i ragazzi…
- Bisognerà risistemare il carico, allora. Tenente Smith!
Il tenente addetto ai bagagli ed alle scorte del convoglio, sussultò risvegliandosi dai suoi pensieri:
- Mio signore?
- Faccia distribuire agli allievi mantelli e stivali, e che si faccia posto per loro sul carro, almeno per qualche tempo, finché faremo sosta.
Il tenente Smith non credeva alle sue orecchie:
- Mantelli e stivali agli allievi ? Ma il regolamento…
- Il regolamento non si riferisce a situazioni eccezionali, tenente. Faccia quanto le ho detto, e senza indugi, per favore. Il tono di sir Davis era divenuto pericolosamente tagliente, e Smith si affrettò a mormorare qualche parola di scusa, ed a tirare le redini del cavallo, dirigendolo verso la coda del convoglio. Non sarebbe stato facile recuperare ben sei mantelli e sei paia di stivali. Ma era meglio non fare altre obiezioni…
E mentre i ragazzi, pigiati nel carro, venivano incaricati di spostare sacchi e cassette per fare un po' di posto e per recuperare il baule che conteneva gli indumenti di riserva; mentre, non meno stupiti dei cavalieri e degli ufficiali, venivano rivestiti con i bianchi mantelli dell'Ordine e gli alti stivali, privilegio esclusivo di chi aveva guadagnato una spada, alcuni uomini furono mandati ad esplorare il terreno in cerca della strada indicata dal nuovo allievo, e a controllare se era davvero percorribile dal carro del convoglio.
Eric e gli altri ragazzi, frattanto, cominciarono a recuperare l'uso delle gambe, gelate ed intorpidite dal cammino di ore in mezzo alla neve.
Passò almeno un quarto d'ora prima che gli uomini mandati in esplorazione fossero di ritorno, e confermassero: una strada abbastanza larga si apriva più ad oriente scendendo verso la valle.

Il convoglio si rimise quasi subito in moto, preceduto e guidato a turno da due cavalieri che individuavano il percorso, sempre meno distinguibile sotto la neve che andava infittendosi. Il silenzio era quasi assoluto. Non c'era fruscio d'alberi né canto d'uccelli, e gli zoccoli dei cavalli non producevano rumore sulla coltre soffice di neve recente. Gli uomini procedevano senza parola, avvolti nei mantelli, i cappucci tirati fin sulla fronte. I ragazzi, scesi dal carro per alleggerirne il carico, camminavano affondando nella neve, che ormai arrivava a metà dei polpacci. Un'ora, due ore. I due uomini che precedevano il convoglio sembravano trovare sempre maggiore difficoltà ad individuare la strada. Sir Davis infilò la mano sotto la falda della giacca, traendo fuori l'orologio: erano già a metà della giornata, e non c'era modo di prevedere quanto cammino avessero ancora davanti prima di giungere al fiume e all'abitato. Sollevò il braccio, dando l'alt, e incontrò lo sguardo del capitano Steel:
- Dobbiamo trovare un rifugio prima che sia troppo tardi. Che cosa c'è laggiù a sinistra, quell'ombra più oscura?
- Potrebbe essere un casale, signore. E' troppo grande per essere solo un pagliaio.
- Mandi qualcuno a controllare.
- Sì, mio signore.
Steel fece cenno a un tenente e a due cavalieri, che spronarono i cavalli. Uscendo dalla strada le cavalcature affondarono fino a metà petto nella neve che colmava la cunetta a fianco della carreggiata. Un nitrito trapassò il silenzio ovattato, come un grido. Uno dei cavalli sembrò perdere l'equilibrio. Ma sotto lo sprone del cavaliere, l'animale fece un balzo in avanti e riguadagnò il terreno più solido, raggiungendo gli altri. Pochi istanti dopo non si scorgevano più che delle ombre nel bianco compatto tutt'intorno. Sir Davis si volse verso il tenente Reeves: - Faccia prendere il lume sotto il carro, tenente, e segua Olav con altri due uomini. Non c'è quasi più visibilità. Non voglio che corrano pericolo di perdersi.

* * *

L'attesa sembrò interminabile. Gli occhi di tutti sembravano ipnotizzati dal minuscolo punto di luce che si spostava lentamente in avanti, verso l'orizzonte, e che finì per scomparire del tutto, ingoiato dal silenzioso vuoto che li circondava. Steel continuava a passare lo sguardo dal volto del Comandante al luogo dove solo pochi minuti prima si scorgeva quell'ombra scura, per poi tornare, sempre più ansioso a fissare il profilo di sir Davis, immobile, come ritagliato nel bianco denso in cui erano immersi.
Fu a questo punto che, mentre la morsa del freddo sembrava rendere sempre più difficile restare immobili in quella snervante attesa, egli diede un'altra e forse anche più sorprendente disposizione: che si distribuisse a tutti gli uomini della spedizione, allievi compresi, una razione di brandy della sua riserva personale. Il capitano Steel in persona passò dall'uno all'altro versando ad ogni uomo un bicchiere di liquore e controllando che venisse ingerito fino all'ultima goccia.

Ne conseguì una rapida quanto allegra trasformazione di umore tra tutti i cavalieri, ma soprattutto tra i ragazzi, che cominciarono a scherzare e ridere senza controllo. E neppure l'autorità del tenente Gray sarebbe stata sufficiente a riportarli alla disciplina usuale, se uno dei ragazzi non avesse gridato, eccitato: il puntino luminoso, galleggiando e ondeggiando, era riapparso.
Ma solo quando l'ombra del cavaliere emerse dalla nebbia, sir Davis sembrò ritornare in vita, facendo avanzare un po' il cavallo:
- Ebbene, tenente?
- C'è effettivamente una casa, mio signore, a circa un miglio. Ma è sprangata, non sembra esserci nessuno. E per arrivarci occorre superare un piccolo fiume, un torrente, con un ponte di legno, dove il carro non potrà passare…
- Non importa. Non abbiamo altra scelta.
Si volse al suo primo ufficiale: - Proseguiremo in una fila singola, capitano, uno dietro l'altro. Il tenente Gray si occupi dei ragazzi. E lei controlli che il carro non si rovesci, quando supererà la cunetta.
Diede il via, seguito dal resto del convoglio.
Il tratto di terreno che li divideva dal casale non superava il mezzo miglio, ma sembrò più lungo e difficile da percorrere del viaggio di tutta la mattinata. Malgrado il brandy ingerito poco prima, i ragazzi avanzavano con sforzo, inciampando sempre più di frequente, mentre il freddo diveniva di minuto in minuto più intenso. Perfino i cavalieri sembravano mantenere a stento il consueto portamento eretto e controllato, e più volte il capitano Steel, percorrendo la lunga fila, riprese seccamente qualcuno degli uomini, che si stava curvando e ripiegando sul collo del cavallo.
Ma finalmente la sagoma della casa cui erano diretti cominciò a distinguersi nella bufera di neve, e sir Davis diede l'alt: erano giunti al torrente.
- Faccia smontare gli uomini da cavallo, capitano, e li faccia attraversare il ponte con cautela, lentamente, ciascuno tenendo per la briglia la sua cavalcatura.
Uno alla volta, sotto il suo controllo, superarono il piccolo ponte traballante, che sembrava sostenere a stento il loro peso. Poi toccò ai ragazzi, che passarono esitanti, fissando ansiosi le acque gelide sotto i loro piedi. Il carro fu lasciato indietro: quanto poteva essere utile sarebbe stato recuperato più tardi, una volta assicuratisi un riparo.
E il riparo era finalmente davanti a loro, anche se con un aspetto poco invitante. La casa aveva porte e finestre sprangate ed era indubbiamente deserta. Si presentava come un grosso cubo di pietra, con rade e piccole finestre ed una pesante porta, dall'aspetto massiccio.

Ad un ordine di sir Davis, il capitano Steel si avviò con due uomini verso il retro, in cerca di una seconda entrata, meno difficile da forzare. I minuti passarono, interminabili in quel silenzio irreale, nella morsa di gelo che toglieva il respiro. Poi, finalmente, un rumore dall'interno, e la porta si dischiuse: Steel ed i due cavalieri che erano con lui si erano procurati delle candele, e si stagliavano contro il buio alle loro spalle, come fantasmi.
- Non è stato facile sfondare la porta, mio signore. Ma la casa non è abbandonata, anche se non sembra esserci anima viva.
Era una abitazione rustica, ma che chiaramente non apparteneva a poveri contadini. La stanza in cui i cavalieri entrarono era vasta quanto una sala, con un camino alto più di un uomo, ed una enorme tavola di quercia al centro. L'odore di chiuso ed il gelo di poco inferiore all'esterno indicavano che doveva essere disabitata da molto. Ma era un riparo, e quanto mai provvidenziale.

Sir Davis cominciò a dare rapide disposizioni perché accendessero un fuoco nel camino, e cercassero un riparo ai cavalli, e legna da ardere. Gli uomini si riscossero e si animarono, con una disciplina ed una organizzazione che lasciò Eric ammirato. Bastavano poche parole perché tutti sapessero qual era il loro compito e si affrettassero ad eseguirlo, senza intralciarsi. E dopo qualche minuto un paio di lampade portate dal carro illuminarono la stanza, aggiungendosi alle fiamme che si levarono pronte nel camino, cominciando a disperdere il freddo opprimente.
Eric, che seguiva attento i movimenti dei cavalieri, aspettando di ricevere anche lui i suoi ordini, si rese conto che ognuno degli ufficiali aveva un suo settore ed una sua squadra, e che quell'organizzazione doveva derivare da pazienti e ripetute esercitazioni da parte di ognuno. Sir Davis doveva soltanto accennare alle necessità immediate, e il capitano Steel passava l'ordine al tenente che aveva l'incarico di quel servizio, e che senza neppure dover chiamare i suoi uomini, distribuiva i compiti e si affrettava a controllare ed aiutare.

* * *

Dopo qualche istante, tuttavia, il ragazzo notò stupito che uno degli ufficiali sembrava non partecipare con gli altri. Malgrado gli ordini ricevuti, si era immobilizzato, come sordo e cieco all'andirivieni generale. Era il più giovane dei tenenti, di cui Eric non sapeva ancora il nome. Pallido come la neve che ancora indugiava sul suo mantello, gli occhi nel viso tirato si erano dilatati, mentre, cercando di sostenersi al tavolo, le gambe sembravano non riuscire più a sorreggerlo. Istintivamente Eric si fece avanti, per aiutarlo, proprio mentre il giovane cominciava lentamente a piegare le ginocchia ed a scivolare a terra. Guardandosi intorno, il ragazzo si volse verso Steel, che stava consultando una mappa con sir Davis:
- Signore, capitano Steel, il tenente sta male…
Gli sguardi di tutti si volsero verso la voce che aveva temerariamente rotto l'ordinato viavai nella sala. Ma un attimo dopo sia il Comandante che il suo primo ufficiale erano vicino a lui, sostenendo il tenente semisvenuto e trasportandolo di peso alla massiccia seggiola di legno a fianco del camino. Il giovane era così pallido che per un momento Eric temette non fosse più in vita. Sir Davis si rivolse a Steel: - Dov'è la fiaschetta con il cognac? Deve essere rimasta nella sacca della sella. Mandi qualcuno a prenderla.
Il capitano fece un cenno ad uno dei cavalieri, la fronte corrugata. E mentre l'uomo si allontanava in fretta, si volse al Comandante con una inconsueta esitazione nella voce:
- Non credo che vorrà berne, mio signore. Anche prima lo ha rifiutato.
Sir Davis, che era ancora curvo sul tenente, si girò di scatto fissando sul capitano due occhi di ghiaccio: - Che cosa significa che lo ha rifiutato? Avevo dato un ordine preciso, capitano.
Steel si irrigidì, mentre il silenzio nella sala si faceva ancora più profondo, come se tutti trattenessero il respiro. Si costrinse a ricambiare lo sguardo del Comandante, impallidendo leggermente:
- Il tenente Olav ha dichiarato che non poteva bere alcolici, signore…
Sembrò ad Eric che sir Davis fosse diventato più alto mentre squadrava il capitano Steel e scandiva ogni parola, rendendola, pur senza alzare di un tono la voce, più perentoria che se avesse urlato:
- Che non accada mai più, capitano, che lei non esegua, ed esattamente, una mia disposizione.

Steel rimase per un secondo come folgorato. Poi, sempre senza abbandonare lo sguardo gelido del suo signore, si ricompose, con fatica, forzandosi a rispondere, e senza cercare scuse o giustificazioni:

- Sì, signore… Ho sbagliato, mio signore, e la prego di perdonarmi.
Eric era rimasto senza fiato. Il capitano Steel era per tutta la squadra una specie di semidio, inferiore solo al Comandante, infallibile e potente. Non poteva credere che sir Davis avesse potuto infliggergli un pubblico rimprovero, con la stessa asprezza, anzi con maggiore asprezza di come aveva ripreso lui, l'ultimo arrivato. Cominciò a rendersi conto che la disciplina dell'Ordine poteva essere molto più rigida e difficile della violenza grossolana e scomposta di mastro Cocker, e che non bastava riuscire ad ottenere una spada per esserne al riparo. Non erano passate ventiquattro ore da quando egli aveva giurato lealtà all'Ordine, ma la sensazione era che una intera vita lo separasse da quella del ragazzo che serviva nella locanda del villaggio: una vita amara, infelice, senza sbocchi e prospettive, ma certamente più semplice ed uguale di quella attuale, soggetta a tante variazioni e sorprese.


Continua.


Adonella Bongini - adonellab@gmail.com - febbraio 2015



 
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