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LA LEGGENDA DEI BIANCHI CAVALIERI

(quarta parte)














  
 

Sir Davis si alzò, si avvicinò al camino fissando pensieroso le fiamme. Steel non lo aveva mai visto così concentrato, così compreso. Infine il Comandante si voltò:
- Ebbene, Eric Stenton, ti accorgerai quante siano invece le cose cui potrai e dovrai rinunciare. E la prima sarà il tuo nome. Lo hai sentito ora pronunciare per l'ultima volta.
Il ragazzo lo fissò attonito: - Il mio nome?
- Da questo momento dovrai cercare di annullare la tua identità, ragazzo. Dimenticherai la vita che hai vissuto fino ad oggi, il nome che hai avuto finora. Comincerai una nuova esistenza, in cui non avrai alcun nome, fino a quando l'Ordine che hai deciso di servire non ti considererà degno di riceverne uno.
Socchiuse gli occhi, e in essi Eric, che era rimasto come raggelato da quel taglio così netto ed inaspettato con il suo passato, intuì un leggero, ironico sorriso:
- Cominci già a sentire il peso di quanto hai deciso?
Il ragazzo, incapace di pronunciare parola, scosse la testa. E sir Davis riprese:
- C'è qualcosa, però, che devi sempre tenere presente, d'ora in avanti, e che ti aiuterà a proseguire per questa difficile strada. L'Ordine è un padrone duro, ma non costringe nessuno. Chiunque di noi, in qualunque momento lo decida, può abbandonare tutto ed andarsene, senza nessuna difficoltà. Qualunque impegno potrà essere rescisso senza disonore e senza biasimo. Ricordalo sempre: ti aiuterà.

Si volse verso Steel:
- Accompagni il ragazzo dal tenente Gray, perché gli dia i primi ragguagli e gli consegni la tunica, e il resto. Ma desidero che sia lei personalmente a prepararlo per il giuramento. E da questo momento rimarrà consegnato nei quartieri degli aspiranti. Non voglio che abbia più contatti con nessuno del luogo fino al momento della partenza.
Il capitano Steel si inchinò brevemente: - Sì, mio Signore. - Bene, potete andare, tutti e due.

* * *

Nonostante il suo stordimento Eric si rese conto che il passo era compiuto: era stato accettato nell'Ordine. Ogni legame con la sua vita precedente veniva tagliato, così, semplicemente, senza neppure interpellare Mastro Cocker, neppure informare l'uomo che aveva spadroneggiato fino a quel giorno sulla sua vita.
Senza pronunciare parola, senza neppure levare lo sguardo, seguì il capitano fuori della stanza. Lo scudiero di servizio presso la porta si irrigidì al comparire dell'ufficiale, ma questi si avviò per il corridoio senza neppure guardarlo. Fu il giovane a richiamarlo, con voce ansiosa:
- Col suo permesso, signore. Vorrei… vorrei scusarmi per le mie maniere di poco fa. Non avrei dovuto comportarmi in quel modo. Ma il ragazzo si era messo a gridare come un pazzo, ed io non sapevo come fare perché smettesse…
Steel si girò a guardarlo freddamente:
- Il nostro Signore mi ha ordinato di comunicarle la sua disapprovazione, scudiero. Il suo non è stato un buon esempio per questo ragazzo. Lei non potrà mai ottenere il rispetto degli estranei per l'Ordine, con modi così incivili. Lo scudiero strinse le labbra, evitando lo sguardo del capitano:
- Non succederà più, signore.
- Voglio sperarlo.
Si volse verso Eric, che era rimasto turbato come se il rimprovero fosse stato rivolto a lui:
- Coraggio, muoviamoci. Non abbiamo tempo da perdere.
Lo condusse, con passo veloce, al piano di sopra.
Ad Eric tutto sembrava irreale. Solo poche ore prima aveva percorso quel corridoio trascinando i soliti secchi d'acqua, le orecchie ancora assordate dagli improperi di Mastro Cocker, ed ora… Che cosa sarebbe accaduto ora?

* * *

Si fermarono davanti alla porta della stanza più grande del secondo piano. Senza bussare, l'ufficiale entrò, facendo cenno ad Eric di seguirlo. Al centro della camera era stato posto uno dei grandi tavoli della sala a pianterreno dove gli ospiti cenavano, e intorno ad esso stavano ora studiando alcuni allievi dell'Ordine. Scorgendo il capitano Steel, si alzarono tutti, così simili per età, per abbigliamento, perfino per sincronia di movimenti e atteggiamento del viso, da sembrare uguali. Steel si guardò intorno e chiese al ragazzo più vicino:
- Dov'è il tenente Gray?
- E' stato chiamato da basso, signore, qualche minuto fa.
Il capitano gli ordinò, serio:
- Va' a chiamarlo, per favore. Digli che lo prego di raggiungermi qui.

Andò a sedersi all'altro capo del tavolo: - Sedete, ragazzi. Che cosa state studiando?
- L'organizzazione dell'Ordine, signore – rispose un giovane dai capelli scuri e gli occhi vivaci. Abbiamo esaminato l'articolo 12 del Regolamento e dobbiamo farne un commento scritto.
- L'articolo 12 del Regolamento. Bene. Ripetimelo, prego.
Il ragazzo si alzò e cominciò a recitare senza esitazione un lungo brano.

Due cose colpirono Eric, che era rimasto in piedi presso la porta, come dimenticato da tutti: la prima, di non essere stato oggetto neppure di uno sguardo da parte degli altri ragazzi, che, disciplinati e attenti, sembravano vedere e sentire soltanto il capitano Steel; la seconda era la cortesia con cui quest'ultimo si rivolgeva loro, assolutamente straordinaria per Eric, abituato ai modi di Mastro Cocker, che sapeva affermare la propria autorità soltanto con insulti e minacce.
E non c'era dubbio che l'autorità non mancasse al capitano Steel. Con una semplice occhiata aveva richiamato all'ordine uno dei ragazzi che si era messo a sfogliare il suo libro mentre l'altro allievo recitava l'articolo del regolamento. Il ragazzo si era irrigidito, portando la mano alla fronte, in un inconsueto gesto di scusa. La voce dell'altro intanto continuava: - "… Una struttura piramidale che ha al suo vertice il Venerabile Reggente, e, scendendo attraverso i Venerabili membri del Consiglio, i Lord Comandanti e gli ufficiali dei vari gradi, ha alla sua base i semplici Cavalieri. Le cellule che costituiscono l'Ordine sono rappresentate dalle Case, ognuna delle quali fa capo ad un Signore, responsabile degli uomini che sono ai suoi ordini, e della realizzazione dei fini istituzionali della Casa stessa…"
Alla porta qualcuno bussò. Il ragazzo si interruppe ad un cenno del capitano Steel. Sulla soglia comparve un ufficiale più giovane, dalla voce chiara e tranquilla: - Sono qui, signore.
- Entri, tenente. Venga a sedersi. Il primo ragazzo stava recitandoci il dodicesimo articolo. E molto bene, devo dire – aggiunse, sorridendo all'allievo.
- Anzi, già che sono qui, tenente, vorrei fargli una domanda: Nell'ambito della piramide costituita dall'Ordine, a quale punto secondo te si trovano gli allievi? Dove siete, voi ragazzi?
Il giovane rimase interdetto: - Noi… noi non abbiamo ancora una collocazione, signore… L'avremo solo quando riceveremo la spada… - Questo significa dunque che tu non ritieni di fare ancora parte dell'Ordine? Malgrado il tuo giuramento? Malgrado l'abito che indossi? Fissò per qualche secondo il ragazzo, che era ammutolito, poi scorse con lo sguardo tutti gli altri, che sembravano non trovare una risposta.
- Siete tutti d'accordo con il primo ragazzo? Nessuno sa se c'è una risposta a questa domanda, nel Regolamento? Nel silenzio generale, l'ufficiale sembrò ricordarsi ad un tratto della presenza di Eric.
- Neppure il nuovo ragazzo, che ha appena letto tutto il regolamento "dalla prima all'ultima pagina"?
Eric sussultò, sentendosi interpellare, avvertendo finalmente su di sé gli sguardi di tutti. Aprì la bocca per parlare, la richiuse. Conosceva la risposta, ma gli sarebbe sembrato di volersi mettere in mostra ostentando di sapere, lui ultimissimo arrivato, quello che tutti gli altri ignoravano.
Esitando, disse timidamente:
- No, signore.
Il capitano lo guardò fisso, studiandolo, il viso improvvisamente indurito:
- E a quanto pare non ricordi neppure l'articolo che impone di essere sinceri. Sta attento, ragazzo, l'Ordine non ammette le menzogne. Mai, per nessun motivo.
Eric rimase muto, e sentì il volto diventargli di fiamma.
Ma mentre cercava invano di trovare una scusa, di darsi un contegno, udì la voce del tenente Gray venirgli inaspettatamente in aiuto: - Non credo che il ragazzo intendesse mentire, signore. Semplicemente, non ha voluto mettersi troppo in mostra.
- E crede che questo lo giustifichi, tenente?
- No, certamente, signore. Ma è già straordinario se il ragazzo conosce la risposta al suo quesito. Non le sembrerebbe addirittura incredibile se sapesse comportarsi già come un membro dell'Ordine, prima ancora di esservi ammesso?
Il tenente sorrideva, parlando, ed Eric si rese conto che il capitano accettava amichevolmente le sue parole.
- Dunque, ragazzo, sai rispondermi o no?
- Io…non sono sicuro, ma… c'è quel capitolo sui doveri dei Cavalieri. In uno degli articoli, mi sembra, si fa cenno agli aspiranti… Vengono paragonati alle piante di un giardino, o agli alberi di un parco che circondi una casa. Non sono proprio una parte dell'edificio, e tuttavia gli appartengono. Così gli allievi appartengono all'Ordine, anche se non hanno una collocazione nella sua struttura… Trattenne il respiro, Che cosa doveva aspettarsi, ora? Una risata generale? Un commento ironico e tagliente del capitano? Una correzione impaziente?
Ma ci fu solo silenzio. Come ignorando ad un tratto lui e la sua risposta, senza più occuparsi del ragazzo Steel si volse al tenente: - Gray, sir Davis desidera che sia lei ad occuparsi di questo nuovo arrivato. Provveda a fornirgli una tunica, i calzari e il resto. E gli dia le prime istruzioni su come comportarsi.
Si alzò, subito imitato da tutti: - Io mi occuperò invece di prepararlo per il giuramento. Perciò lo mandi da me, dopo cena. Si avviò alla porta, aggiungendo: - Ricordi che è consegnato nelle stanze degli allievi, fino alla partenza. Il nostro Signore desidera che non abbia più contatti con nessuno del luogo.
E con queste parole uscì, senza dedicargli più neppure uno sguardo.

* * *

Il tenente Gray non doveva avere più di ventisette o vent'otto anni. I suoi modi tranquilli ed il viso intelligente lo avevano reso subito simpatico ad Eric, che sentì la sua ansia attenuarsi un po' nel ricambiarne lo sguardo, nell'udire la sua voce pacata invitarlo ad avvicinarsi.
- Vieni avanti, ragazzo. Quanti anni hai?
- Diciassette, signore. Diciassette anni e otto mesi.
- E otto mesi… Allora il nostro quinto ragazzo è più giovane di te. E' così, vero? - Chiese a un ragazzo dal viso tondo e lentigginoso, che in verità non sembrava averne più di quindici.
- Sì, signore. Io ho diciassette anni e sei mesi.
- Questo significa che adesso tu diventerai il 'sesto' ragazzo. E tu – aggiunse rivolgendosi ad Eric – da questo momento e fino a quando giungeremo al castello, sarai il 'quinto'.
Bene, il primo ed il secondo ragazzo vadano a prendere una tunica e dei sandali per il nostro nuovo acquisto. Ed il resto del corredo. Altri due vadano ad occuparsi della cena, mentre io parlerò con lui, e l'ultimo cominci a togliere libri e quaderni dal tavolo.
Coraggio, non perdiamo altro tempo.
In un secondo la stanza si svuotò, ed Eric si trovò di fronte all'ufficiale, che lo studiava incuriosito: - Sei spaventato, ragazzo? Il primo impulso fu quello di rispondere orgogliosamente di no, ma non volle rischiare un secondo rabbuffo. Quegli occhi chiari che lo fissavano non sembravano meno intuitivi di quelli del capitano Steel.
- Sì, signore… Un poco.
- Non ce n'è ragione. Stai entrando nell'Ordine con tutti gli onori. Essere accettato da un Nobile Signore come sir Davis non è una presentazione da poco. E penso che tu sia il primo ed unico aspirante che conosca il Regolamento ancora prima di aver prestato giuramento. Come hai avuto modo di leggerlo?
Eric esitò un istante, prima di rispondere:
- Sir Davis… lo ha mandato ieri pomeriggio a don Alfiero, il prete del villaggio, perché potesse spiegarmi qualcosa dell'Ordine… E don Alfiero me lo ha lasciato leggere.
- E lo hai letto tutto ieri sera?
- Non tutto ieri sera, signore… Non soltanto ieri…C'era così poco tempo…e io dovevo lavorare qui nella locanda, ieri sera, e anche oggi. Così il padre mi ha lasciato tornare nella sacrestia durante la notte… Ho terminato di leggerlo questa mattina all'alba, appena in tempo perché Mastro Cocker non si accorgesse di niente.
Il ragazzo che raccoglieva libri e quaderni dal tavolo si era fermato ad ascoltare, stupito, ma riprese subito a riordinare ad un'occhiata del tenente, che allungò una mano per farsi consegnare una copia dei libri : - Era un libro come questo? - Credo di sì, signore. Ma era rilegato in pelle, e con il titolo dorato: "Epitome del regolamento…"
- Notevole. Sir Davis deve aver deciso che eri proprio destinato ad unirti a noi, per prestarti la sua copia personale. Ebbene, se hai letto anche l'introduzione, non sarà necessario parlarti di come è stato fondato l'Ordine, e a che scopo. Adesso vestirai la tunica degli aspiranti, e dopo cena ti accompagnerò dal capitano Steel, che ti parlerà del giuramento di fedeltà e obbedienza che sei tenuto a prestare a sir Davis. Fino a quando arriveremo al castello, alla sede dell'Ordine, sir Davis sarà a tutti gli effetti il tuo Signore, come lo è di tutti noi, in quanto comandante di questa missione. Ed un Signore rappresenta l'Ordine per tutti i suoi servi…
- I suoi servi…Io diventerò un servo, allora?
- Certo, come me e come tutti gli altri. D'altra parte anche sir Davis è un servo del suo Signore, che a sua volta è servo del suo… Non esiste nessuno nell'Ordine che non abbia un Signore…Nessuno che non sia un servo, tranne il Reggente, che è il Signore ed il servo di tutti.

Eric si sentì preso da una specie di vertigine, come se si trovasse sull'orlo di una voragine di cui non poteva vedere il fondo. Per qualche secondo si chiese, smarrito, se non fosse stato troppo precipitoso ad imboccare la strada che si accingeva a intraprendere. Ma fu solo qualche secondo. L'alternativa che gli si presentò in un lampo davanti agli occhi – la vita alla locanda, la faccia volgare e irosa di Mastro Cocker, gli occhi di padre Alfiero ansiosi per il suo futuro – bastò a fargli considerare il futuro nell'Ordine come desiderabile e dignitoso, per quanto poco ne riuscisse ad immaginare.
Alzò lo sguardo ad incontrare quello del tenente Gray, che lo osservava in silenzio.
- La libertà è dentro di noi, ha detto Sir Davis. Io… cercherò di trovarla in me, come servo dell'Ordine.
Lesse la tranquilla approvazione nell'espressione dell'Ufficiale, mentre lo guardò voltarsi verso i ragazzi che tornavano, portando un sacco di tela e degli indumenti: la sua divisa, che da quel momento avrebbe sostituito i logori panni che aveva indosso.

* * *

In seguito avrebbe ricordato ogni minimo particolare di quella sera, anche se sul momento tutto gli sembrava che ogni cosa accadesse ad un altro se stesso, che egli osservava incuriosito dall'alto, senza condividerne l'emozione, l'ansia, il timore di sbagliare, di rendersi ridicolo.
Quando, nella stanza vicina, occupata dai letti degli allievi, fu invitato a spogliarsi per rivestire la tunica, temette che il suo imbarazzo avrebbe fatto sorridere i due ragazzi che lo avevano accompagnato. Ma il maggiore dei due, come intuendo il suo disagio, gli mise fra le braccia il fagotto di vestiti e fece cenno all'altro di seguirlo fuori:
- Noi andiamo di là ad aiutare a preparare la tavola per la cena. Lì nell'angolo ci sono i lavabi, se vuoi sciacquarti. Tornerò tra un quarto d'ora.
Rimasto solo, si affrettò a togliersi di dosso i logori vestiti ed a lavarsi, versando nel lavabo, con la brocca, proprio l'acqua che aveva portato egli stesso poche ore prima. Poi si rivestì. La biancheria era molto semplice, ma nuova e di una tela fine e sottile. La tunica era invece di lana, morbida e calda. Quando infilò i sandali di cuoio, non poté fare a meno di confrontarli con le scarpacce che si era appena tolto, rendendosi conto di come la semplice severità di quell'abbigliamento celasse una praticità inaspettata. La porta si aprì, ed il primo ragazzo si affacciò: - Tutto bene? Metti la cintura, svelto. Tra quattro minuti dobbiamo essere a tavola. I sandali sono della tua misura? Bada che ti siano comodi: domani dovremo camminare per chilometri…
Si avviò, facendogli cenno di seguirlo. Improvvisamente impacciato, Eric affrontò l'esame dei ragazzi che stavano già intorno alla tavola, in piedi dietro alle sedie. Ma non ci furono commenti, né sorrisi, anche perché proprio contemporaneamente rientrò il tenente Gray, che andò a sedersi a capotavola, invitando i ragazzi a sedere.
Sempre come se stesse osservando non se stesso ma qualcun altro, Eric si vide prendere posto tra gli altri, osservò i due ragazzi più giovani servire la minestra, cominciando dal tenente, continuando con i ragazzi più grandi, arrivando a lui, a lui che non era mai stato servito da nessuno, che lo era per la prima volta ora che aveva accettato di diventare un servo…

* * *

La cena si svolse in silenzio. Solo verso il termine, dopo che i ragazzi più grandi ebbero distribuito ciambelle e noci, il tenente si rivolse ad Eric: - Avrai notato che nessuno parla durante i pasti, tranne per rispondere ad un superiore. Ci sono dei turni per servire a tavola, cui parteciperai anche tu da domani. Per il momento non c'è bisogno che tu sappia altro. Avrai tempo e modo per apprendere le buone maniere durante il viaggio. Gli altri ragazzi ti aiuteranno. Ora dà una mano al sesto ragazzo per riordinare, mentre gli altri andranno a servire la cena ai Cavalieri giù in sala. Al mio ritorno ti accompagnerò dal capitano Steel.
Un po' impacciato dalla tunica che gli arrivava alle caviglie e dai calzari cui non era abituato, Eric si alzò con gli altri, e cominciò a raccogliere i piatti dal tavolo. Stranamente, quel lavoro cui era abituato da anni sembrò confortarlo, aiutandolo a riacquistare fiducia.
Il ragazzo più giovane lavorava svelto, gettandogli un'occhiata di tanto in tanto. Eric decise di prendere l'iniziativa, rompendo il silenzio:
- Dobbiamo portare i piatti sporchi giù in cucina?
Il ragazzo gli sorrise: - No, li porterò io, dopo. Tu non devi lasciare queste stanze fino alla partenza, hai sentito il capitano Steel. E adesso i Cavalieri sono a cena, non si può attraversare la sala…Ecco, mettiamo tutto sul vassoio grande. Uscì sul corridoio, per tornare poco dopo armato di una scopa, con la quale si mise a spazzare la stanza. Eric si sentì in dovere di aiutarlo sollevando le sedie, e riordinandole poi intorno al tavolo, subito ricompensato da un sorriso del compagno: - Grazie. Dopo tutto non ti dai delle arie, per fortuna.
Eric lo guardò meravigliato:
- Delle arie? Io? Che motivo potrei avere?
- Be'… Mi hanno detto che parli il latino… E poi conosci già il regolamento…
Eric ammutolì, preoccupato. Senza volere si era messo in mostra, attirando senza dubbio su di sé risentimenti e invidie. Non sarebbe stato facile far dimenticare agli altri ragazzi certe imperdonabili qualità.
- Io non ' parlo il latino ', ne so soltanto qualche parola. E il regolamento l'ho letto in tutto una volta. Ci sono centinaia di cose dell'Ordine che non so, e ti sarei molto grato se tu mi dessi una mano a non fare sbagli…

* * *

Quando ritornarono gli altri, Eric ed il ragazzo più giovane erano già diventati amici, e cento cose che lo avevano preoccupato gli erano divenute meno misteriose, più facili da affrontare. Come il modo giusto di rivolgersi ai Cavalieri, agli ufficiali, al Comandante, e quello di evitare errori senza tuttavia fare troppe domande. Anche se era entrato nell'Ordine solo da pochi mesi, il "sesto" ragazzo sapeva già muoversi con disinvoltura nel complicato labirinto di obblighi e di divieti che costellavano la vita di un aspirante: - …La cosa più importante è non replicare mai, non tentare mai di giustificarsi, anche se ti rimproverano per qualche cosa che non hai fatto, di cui non hai colpa…
- Ma questo non è ingiusto? Non è un po' …da vigliacchi?
- "Da vigliacchi"? Stai scherzando? Ci vuole molto più coraggio ad ingoiare una reprimenda non meritata che a protestare e difendersi…E dopo le prime volte ti accorgi che un po' di torto lo hai quasi sempre, anche quando sei certo di avere ragione. Ed è una bella disciplina per il proprio orgoglio, un bell'esercizio per dimenticare il proprio io individuale, e sentirsi solo una parte dell'Ordine. La voce del ragazzo era divenuta seria, il suo volto lentigginoso, quasi infantile, aveva assunto un'apparenza quasi ascetica, che stupì Eric, e lo portò ad un vero rispetto per il suo nuovo amico.
Quando gli altri ragazzi rientrarono, li scrutò uno ad uno, domandandosi se tutti erano convinti e sinceri come il più giovane di loro. Ma non ebbe tempo di studiarli a lungo, poiché in quel momento rientrò il tenente Gray, con un viso serio e severo, ed una voce gelida che li fece irrigidire tutti:
- Voglio un rapporto completo di quello che è accaduto nelle cucine.
Il primo ragazzo rispose per tutti, come sempre, notò Eric:
- Sì, signore. Il secondo ragazzo era andato a prendere un altro cesto di pane, e si è scontrato con me che stavo riportando i piatti nelle cucine. Il cesto si è rovesciato e le fette di pane sono cadute a terra. Io ho detto al secondo ragazzo che non potevamo più portarle a tavola e di farsi tagliare un'altra pagnotta, ma uno dei servi della locanda ha protestato, e il secondo ragazzo gli ha dato ragione. Mi dispiace di aver perso il controllo, signore. Le chiedo scusa.
- Dovrai chiederla al capitano Steel, insieme al secondo ragazzo. E non sarei sorpreso se vi portasse da sir Davis. Vi siete comportati in modo indegno del vestito che indossate. E' evidente che non sono riuscito ad insegnarvi niente, in tutti questi giorni. Non aveva alzato la voce, non aveva urlato e imprecato come avrebbe fatto mastro Cocker, ma con poche parole aveva intimidito i due ragazzi più che con qualche terribile minaccia.
Senza aggiungere altro si volse verso Eric, e gli ordinò bruscamente di seguirlo.
In silenzio raggiunsero insieme la stanza del capitano. Entrarono, fermandosi sulla soglia, aspettando il suo invito a farsi avanti. Steel squadrò incuriosito il tenente.
- Allora, che cosa hanno combinato i ragazzi, nelle cucine? Ti vedo preoccupato, Gray.
- Sì, signore. Temo che sir Davis sarà molto seccato. Uno dei servi della locanda ha avuto l'ardire di protestare quando il primo ragazzo gli ha chiesto di sostituire del pane che era caduto in terra. Inoltre il secondo ragazzo si è permesso di discutere l'ordine del ragazzo maggiore, e questi ha perso il controllo con lui e, quel che è peggio, con il servo della locanda. Ha alzato la voce… l'ho sentito imprecare…
Il capitano considerò per qualche istante la situazione, prima di pronunciarsi:
- Sarà meglio che parli con i due ragazzi. Ha già preso qualche provvedimento?
- No, signore. Ho pensato che volesse farlo lei stesso.
- Sta bene. Vada a chiamarli, per favore. Io intanto mi occuperò di lui.
Si volse a guardare Eric, come accorgendosi solo in quel momento della sua presenza:
- Ti è stato detto come dovrai rivolgerti a sir Davis? Sei pronto a giurargli obbedienza?
Eric affrontò con calma lo sguardo stranamente scettico dell'ufficiale:
- Sì, signore. Sono pronto.
- Conosci già la formula del giuramento?
- Sì, signore. Uno dei ragazzi me la ha recitata.
- E la ricordi con esattezza? Vuoi ripetermela?
Eric si accinse a ripetere le parole con cui si sarebbe legato all'Ordine, e che il sesto ragazzo gli aveva riferito con disinvoltura, quasi senza più fare caso a quanto fossero impegnative e solenni:
"Le giuro, Signore, obbedienza e fedeltà… Il suo volere sarà il mio volere, il suo giudizio il mio giudizio…" Ma prima che potesse aprir bocca, la porta si aprì per lasciar passare il tenente Gray accompagnato dai due ragazzi più grandi.
Il capitano Steel li squadrò freddamente:
- Il tuo rapporto, ragazzo.
Il giovane più grande alzò il volto preoccupato, fino ad incontrare lo sguardo dell'ufficiale. Ripeté quanto aveva già raccontato prima al tenente Gray, aggiungendo soltanto:
- Quando il servo della locanda si è rifiutato di tagliare un'altra pagnotta, io ho cercato di parlargli con calma, ma poi il secondo ragazzo ha cominciato a dare ragione a quell'uomo, a dire che facevo troppe storie… Ed io ho perso il controllo, signore…mi sono adirato…
La voce del ragazzo si incrinò, si spense. Ma Steel non sembrò divenire più indulgente: - Finché non imparerai a dominarti, allievo, non potrai diventare un cavaliere. Questa storia rimanderà di parecchio la tua nomina. Quanto a te… - Si rivolse al più giovane dei due:
- Sembra che tu non abbia mai sentito parlare di disciplina. Sua Signoria non gradirà affatto che ti sia dichiarato in disaccordo con qualcuno più anziano di te, e per di più davanti ad un estraneo. Andate a preparare tutti e due un rapporto scritto da presentare al vostro Signore, anche se temo che non sarà facile che riusciate a spiegargli che cosa può avervi spinto ad una condotta così stupida. Voltò le spalle ai due ragazzi, che ad un cenno del tenente Gray, si avviarono in silenzio alla porta, e uscirono.
Dopo aver riflettuto per qualche secondo, il capitano si rivolse infine ad Eric, che, imbarazzato, era rimasto fermo e silenzioso, cercando di far dimenticare la propria presenza:
- E tu? Come giudichi il comportamento di questi ragazzi?
Eric lo guardò stupefatto: - Io? …Come potrei…Io non ero nemmeno presente alla scena, signore…
- Neppure io, e neanche sir Davis. Eppure ci verrà richiesto un giudizio, dei provvedimenti. Dunque?
Anche il tenente Gray era rimasto stupito. Conosceva il capitano Steel da due anni, ed era un suo ottimo amico, malgrado la differenza di grado. Ma non lo aveva mai sentito fare domande tanto sorprendenti ad un semplice ragazzo. Cominciò a sospettare che il nuovo acquisto di sir Davis avesse qualcosa di veramente speciale.
Nel frattempo Eric si era evidentemente concentrato per trovare una risposta non troppo stupida o ingenua:
- Credo che … che abbiano sbagliato tutti e due…Ma il primo ragazzo ha avuto ragione di sentirsi offeso quando il secondo si è detto d'accordo con il servo di mastro Cocker…
- Offeso nella sua autorità, vuoi dire?
- No, signore… non soltanto. Offeso soprattutto perché in pratica i due insistevano affinché ignorasse che il pane era caduto in terra, e lasciasse che fosse portato in tavola. E questo non era onesto, né dignitoso…
Steel non commentò la spiegazione, ma chiese ancora: - E tu, che cosa avresti fatto, al suo posto?
- Temo che non avrei agito meglio di lui, signore – Rispose il ragazzo, arrossendo – Anche io mi offendo subito… e anche io perdo facilmente il controllo…
- Quindi non credi che si debba prendere qualche provvedimento nei confronti del primo ragazzo?
Eric corrugò la fronte: le domande del capitano richiedevano risposte sempre più difficili:
- Penso che il suo sia un comportamento da correggere. E, secondo il vostro Regolamento, non farlo significherebbe rinunciare ad aiutarlo a migliorare.
I due ufficiali si scambiarono un'occhiata, ma di nuovo non ci fu commento alla sua risposta. Il capitano osservò soltanto: - Non dire mai più "il vostro regolamento". Ormai è diventato anche il tuo regolamento, ragazzo.
Si volse verso la porta, dove era apparso uno dei cavalieri:
- Sono tutti pronti, Soul?
- Sì, signore. E sir Davis manda a dire che possiamo andare.


Continua.


Adonella Bongini - adonellab@gmail.com - gennaio 2015



 
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