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UNA SPOON RIVER DI DUEMILA ANNI FA
Un sepolcreto (colombario) di età augustea per liberti e schiavi di una importante famiglia romana ha fatto giungere fino a noi echi di umili esistenze, in una sorta di antica anticipazionedel celebre testo poetico "Antologia di Spoon River". L'aspetto più interessante risiede negli scarni testi delle epigrafi che pure raccontano tante vite.














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Sono ben note a tutti le commoventi, malinconiche voci dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters: parlano brevemente ma intensamente, tracciando in poche righe il senso di una vita ormai cessata, di una tragedia appena intuibile, di un acerbo rancore o di un tenero affetto. Il tutto nato o interpretato dalla fantasia di un poeta, tuttavia.
Al contrario, le centinaia di epigrafi provenienti dal sepolcreto degli Statili in Roma, purtroppo ormai distrutto, sono voci reali, anche se certo più scarne, e meno in grado di colpire la nostra emotività. Voci lontane, che ci danno però un inatteso spaccato di vite (e di morti) nella quotidianità della capitale di un impero al massimo del suo potere; anche perché le voci che qui parlano sono tutte voci di schiavi o di liberti, con i loro mestieri, la loro condizione certo difficile eppure ben tutelata dalla tradizionale attenzione dei romani antichi per la "familia", e l'attaccamento che essi avevano per il nome della "gens" che spesso diventava anche il loro.

Fig. 1 - Epigrafe del Musico

Una famiglia di alto lignaggio poteva essere praticamente autarchica, con schiavi e liberti adibiti a tutte le funzioni di produzione, elaborazione e controllo necessarie a mantenere centinaia, a volte migliaia di persone, a creare e distribuire a tutti i livelli i mezzi di sostentamento, a tenere alto il decoro della gens. All'interno di questo ecosistema un semplice schiavo al servizio di una famiglia di rango poteva risalire tutta la scala occupazionale, e raggiungere non solo la libertà ma anche un prestigio sociale ed economico. Un esempio ben noto anche se chiaramente sarcastico è quello offerto dallo scrittore latino Petronio nel suo Satyricon con il personaggio di Trimalcione, che, dopo essere stato liberato, era giunto all'incarico di "dispensator" (amministratore) della famiglia, accumulando enormi ricchezze.    continua...

Gli Statili erano una famiglia emergente nella prima età imperiale. Il capostipite, T. Statilio Tauro, fu console nel 26 a.C. e seguace dell'imperatore Augusto. Fece costruire il primo teatro stabile in muratura di Roma, presso il Campo marzio, citato nelle fonti letterarie e documentato da alcune iscrizioni. Fu anche uno degli ultimi senatori che celebrarono il trionfo in Roma. Il figlio, dallo stesso nome, fu triumvir monetalis, ossia presidente della Zecca, mentre due altri figli divennero successivamente consoli, e una sua nipote fu Messalina, moglie di Nerone. Il colombario, che offriva una tomba agli schiavi ed ai liberti della famiglia, era una dimostrazione dell'importanza raggiunta dagli Statili, oltre che una elargizione generosa e importante ai membri meno importanti della gens Statilia.

Fig. 2 - Epigrafe dell'Ostetrica

Le grandi famiglie romane avevano spesso un sepolcro riservato ai loro liberti e schiavi. Questo degli Statili era un colombario molto vasto, sito vicino all’attuale Porta Maggiore, e fu distrutto nel 1870 durante la creazione del nuovo quartiere Esquilino. Rimangono 427 lastrine che avevano distinto i vari loculi , ora in parte esposte al Museo Nazionale Romano, interessanti dal punto di vista epigrafico e storico perché permettono di ricostruire la varietà di occupazioni dei liberti e schiavi di una grande famiglia, e la loro complessa gerarchia. Ne segnaliamo alcune che potrete togliervi il piacere di andare a vedere al Museo Nazionale Romano, alle Terme di Diocleziano, presso la Stazione Termini.

Fig. 3 - Epigrafe del Pedagogo

Vicino al musico "Scirtus symphoniacus Cornelianus" [Fig. 1] poteva giacere l'ostetrica Secunda [Fig. 2] o il pedagogo della nobile Statilia: T. Statilius Zabda, che, liberato dalla schiavitù da un Tito Statilio, ne aveva come di consuetudine ereditato anche il prenome ed il gentilizio. Del suo primitivo stato di schiavo era rimasto solo il nome Zabda [Fig. 3]. Osserverete la lapide di Felix, servo di Messalina (la futura moglie di Nerone). O quella del piccolo schiavo Onesimo, che "vixit annis VII", sepolto dal suo padrone a soli sette anni[Fig. 4], o di Statilia Damis liberta di Corvinio, che visse 5 anni, 4 mesi e non sappiamo quanti giorni (la lapide è rotta), ma nella sua breve vita riuscì a ottenere la libertà dal suo padrone.[Fig. 5] Un lecticarius (portatore della lettiga) del senatore Statilio Tauro, di nome Iucundus riporta sulla lapide con cui fu sepolto la dichiarazione di due suoi compagni di schiavitù secondo la quale "quamdius vixit vir fuit et se et alio vindicavi(t)" (finché visse fu un vero uomo e difese sé e altri) oltre che vivere "honeste".

Fig. 4 - Epigrafe del piccolo Onesimo

Un monito vagamente minaccioso è invece quello di "Heracla Catulli Tauri liberti servus", ossia schiavo di un Catullo a sua volta liberto di Tauro: "Ciò che ciascuno di voi avrà augurato a me morto lo stesso facciano a lui gli dei sempre, vivo o morto", mentre dolcemente poetica è l'epigrafe con cui la moglie dell'amanuense Nothus ricorda in distici elegiaci il marito, che Plutone, il dio egli inferi, volle portarle via lasciandola nel dolore.

Fig. 5 - Epigrafe di Nothus

Come ci commuove Spoon River con echi di vita anche se per lo più immaginari, così la nostra commozione nasce qui dalla consapevolezza che questi nomi, questi fuggevoli accenni ad esistenze remote si riferiscono a persone che sono passate realmente in questa nostra Roma e che da una distanza di duemila anni fa sembrano volgere lo sguardo a noi romani di oggi, così distanti nel tempo e nelle abitudini, ma così vicini alle loro emozioni, ambizioni, ai loro successi e sconfitte.

Andate a trovarli al Museo delle Terme, andate a salutare le piccole lastre di marmo sparse tra le migliaia di epigrafi di ogni genere esposte nei cortili, nei corridoi, nelle sale di questa immensa esposizione di epigrafi antiche, e provate a sentire le loro deboli voci che ci parlano da tanto lontano.



Adonella Bongini - abarcheo@inwind.it


 
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