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LA CHIESA DI S. SALVATORE A CAMPI

Piero Angelucci abarcheo@inwind.it











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Mi imbattei per caso in S. Salvatore di Campi in un pomeriggio di settembre. Venivo da Norcia dove avevo passato una piacevole giornata tra delizie artistiche e gastronomiche e stavo andando a Visso senza particolare attenzione ai borghi pittoreschi, e al bellissimo paesaggio. La strada che scende dalla Forca di Ancarano rasenta questa strana chiesa che se ne sta isolata e solitaria vicino al cimitero. Sorge su un vasto spiazzo erboso e un tempo fu la pieve di S. Maria, ma poi assunse il titolo di S.Salvatore per via del miracoloso crocifisso conservato al suo interno. L’originalità che la distingue deriva dalle sue caratteristiche architettoniche e anzitutto dal modo in cui si formò. Difatti nel sec. XV vennero congiunti un corpo di fabbrica preesistente con un altro costruito successivamente e tutti e due ebbero un unico tetto a capanna. Anche molta parte della decorazione pittorica avvenne in un tempo successivo alla formazione del primo corpo della pieve. Guardando la facciata si notano subito i magnifici rosoni paralleli e somiglianti, appropriati alla simmetria della facciata e all’armonia delle proporzioni, e le due grandi porte per cui si accede alla chiesa. Un’unica tettoia a spiovente lunga quanto la fronte fa da porticato ed è sorretta da un solo pilastro posto al centro. Il portale di sinistra è trecentesco, quello di destra è tardo gotico e i suoi battenti lignei sono della stessa epoca: 1491. Dentro, le due navate sono divise da pilastri e si presentano coperte da volte a crociera marcate da rilevanti costoloni, tranne che nello spazio più antico situato al principio della navata sinistra dove vedrete un ampio arco ogivale tutto affrescato nel 1451 come attesta un’iscrizione.    continua...



Fig. 1 - Facciata di S. Salvatore a Campi

Sui pilastri e nel sottarco sono raffigurati vari santi, una Madonna col bambino e degli ex voto. Di là dell’arco ci si trova dinnanzi ad una sorta di iconostasi. Si estende sopra tre archi retti da due colonne ottagone e in alto si conclude con una successione di archetti trilobati separati e scanditi da colonnine tortili. Sotto la cornice che delimita la successione di archetti la superficie è tutta affrescata dagli Sparapane. Questi pittori nativi della zona, padre e figlio, dipinsero anche gli spazi tra le colonnine popolate da immagini di santi. S.Salvatore è senza dubbio una tra le chiese più singolari e insolite che abbia incontrato in Italia, e in più, ad arricchirne l’attrattiva, gioca il raffronto con S. Andrea di castello. Vale a dire che a poca distanza da questa pieve, su per il monte, si vede Campi Vecchio, castello arroccato sull’erta della montagna come un falco nel nido che da lassù vigila grifagno. Ebbene Campi vecchio ha un’altra interessantissima chiesa: S.Andrea, ma quella me la immagino frequentata da gente diversa. Mi figuro che alla messa della domenica ci si ritrovassero gli uomini d’arme di stanza nel castello insieme ai castellani alteri e arroganti e alle famiglie benestanti del paese tronfie dei loro privilegi. Tutt’altro popolo doveva radunarsi nella chiesa a valle cioè in questo S. Salvatore che sa di fieno, di frutta, di cacio e di sudore. Che dichiara così evidentemente la sua origine contadina e pastorale, e infatti sempre nella stessa epoca dell’altra chiesa di Campi castello, qui la domenica doveva riunirsi un’umanità diversamente vestita, più becera. Una folla di plebei che lavoravano i campi, pascevano le pecore, o andavano per legna e per funghi nei boschi. Che si fabbricavano con le loro mani gli attrezzi di lavoro ed era uno dei pochi momenti in cui andavano con le loro mogli, brave massaie che impastato il pane lo lasciavano a lievitare, perché lo avrebbero infornato dopo la messa. Dovevano assistere alla funzione domenicale di primo mattino, quando il sole ancora non era comparso dietro i monti. La campana chiamava a raccolta uomini e donne fin dall’alba ed essi arrivavano dai più sperduti casolari. è proprio la percezione di questo credo semplice, che ha insaporito le pitture di una genuina espressione di gratitudine. Esse continuano a trasmettere quella fede ingenua e reale. Gli affreschi concepiti da pittori locali, lontani dai grandi centri dell’arte e pertanto sprovvisti dei grandi orizzonti culturali che si aprivano a Firenze, a Venezia e a Roma, offrivano però alla gente che veniva a pregare in questa pieve campestre quello che cercava: conforto alla fame, al dolore, alle prepotenze. Quelli erano tempi duri, durissimi. Carestie ricorrenti, epidemie devastanti e soprusi d’ogni genere da parte degli esattori comunali, dei nobili, dei capitani di ventura che si spostavano con gli eserciti, piccoli o grandi che fossero, e depredavano i contadini di tutto. Ma se le epidemie, i terremoti, gli uomini in armi passavano, la povertà non passava mai e con lei la fame. Noi, che viviamo in anni di abbondanza, non abbiamo idea di cosa sia la fame, perciò guardando l’ultima cena dipinta sulla parete di sinistra in fondo alla navata mi sono chiesto con quanta partecipazione il pittore deve aver disposto sopra la candida tovaglia tutte quelle buone cose: focacce ripiene, zuppe appetitose, pane, tanto pane. Che su quel tavolo ci mettesse tanto pane mi pare logico, si chiamava Giovanni Sparapane e quel cognome significava amore per il pane. Un’ultima cena semplice dunque, lontana mille miglia dagli spettacolari, scenografici e grandiosi banchetti del Veronese. E quei poveri contadini guardando l’ultima cena tanto bene apparecchiata nella loro chiesa avranno sentito perfino il profumo che sortiva dai piatti. Molte persone hanno un’idea convenzionale del medioevo, troppi film lo hanno rappresentato come fosse di regola forte, rude e prode. In realtà la vita era molto poco eroica e tanto dura. Norcia era in lotta con borghi e cittadine più o meno vicine: Cascia, Visso, Spoleto ma non per fame di gloria, per fame vera. Territorio significava pascoli, boschi, terreni da coltivare, fiumi per muovere i molini, per pescare, commerciare. Pascoli e boschi significavano spazi per le greggi e legna per scaldarsi d’inverno. Così quando un brutto giorno arrivavano i messi del podestà di Norcia con l’ordine di presentarsi per una operazione guerresca contro Visso, o Spoleto o il diavolo sapeva dove, contadini o pastori che fossero dovevano lasciare le loro pecore, i loro cavoli e la mietitura per partire col forcone del fieno diventato arma letale contro altri contadini di Cascia o Triponzo. Potete immaginare come la pensassero. Prima di avviarsi andavano a fare visita a S. Salvatore e davanti al grande crocifisso miracoloso si inginocchiavano a chiedere protezione, e sicuramente si saranno rivolti a tutti i santi e le Madonne che avevano fatto dipingere a loro spese. Perché questo è l’aspetto commovente dei dipinti che ammiriamo ancora sulle pareti. Questa gente povera si era tassata per chiamare dei pittori a rendere più bella la loro pieve. Soddisfaceva il desiderio di bello, di colorato, di spettacoloso, doveva apparirgli splendido il luogo sacro a loro più caro. Quei dipinti erano stati “fatti per limosina”, dice un’iscrizione. Ma quella stessa povera gente, così sensibile al bello tanto da privarsi del poco che avevano per adornare la chiesa, quei villici giunti al limite della sopportazione diventavano malvagi ed erano capaci di azioni spietate se come è documentato uccisero ferocemente il pievano Matteo di Luca, di Norcia. Tornando alla mia sera di settembre, il guardiano doveva chiudere le porte del tempio perché si era fatto tardi e così ebbi tempo di dare solo un’ultima occhiata alla grande crocifissione che riempie tutta la parete in fondo alla navata di sinistra. Un’opera di non grande rilievo, piuttosto debole nella stesura, i personaggi sono disarticolati, legnosi, più manichini che uomini ai piedi delle croci. Sproporzioni e appiattimenti mostrano un’incapacità tecnica evidente, però ci sono spunti di fantasia davvero divertenti. Guardate al limite della scena verso destra, non saprei dire da dove è venuta al pittore l’idea di mettere in testa al soldato un elmo vichingo con due enormi corna di bue, e l’altro a cavallo ha un copricapo simile a quello che usavano i faraoni egizi. Sono uscito da S. Salvatore che imbruniva

Fig. 2 - Altare di S. Salvatore a Campi

E mi sentivo più sereno e contento come se avessi fatto visita ad un vecchio parente che mi aspettava. Sono propenso a immaginare che abbia giocato la sua parte la suggestione delle origini remote. Intendo dire che provenendo da un’antica famiglia di Norcia debbo aver immaginato vincoli sentimentali approssimativamente “storici”.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it


 
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