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UNA COMUNITÀ GIUDAICA di ARCA DEL LIBANO, A ROMA, nel III sec. SECONDO UNA ISCRIZIONE INEDITA

Da un'epigrafe del III sec. d. C. l'autore scopre una tredicesima comunità ebraica proveniente dalla Fenicia e stabilitasi a Roma. Sempre dallo stesso epitaffio trae la possibilità di farci conoscere meglio Alessandro Severo, uno tra i più valenti imperatori romani che la storia abbia tramandato e che sia stato amato per la sua saggezza.
















 

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In questi ultimi decenni si è parlato tanto di Medio Oriente, e per lo più in maniera drammatica, perciò le parole Libano e comunità giudaica accostate possono ricordare circostanze sanguinose; o per lo meno non è possibile disgiungere quei due nomi da problemi attuali di rilevanza mondiale. Viceversa portiamo qui, all'attenzione del lettore, un vecchio articolo che parla di un'altra epoca e di un imperatore illuminato, sotto la cui sovranità gli ebrei vissero un periodo felice mai più incontrato nel corso della storia. Per tirannia di spazio e per agevolare la lettura del testo abbiamo tolto le note (benché interessanti) e qualche periodo, non essenziale, segnalato dagli usuali "...". Notare che questo articolo venne pubblicato nel Bullettino del Museo dell'Impero, nel 1930, in piena apoteosi fascista, quando non ci si aspettava quello che sarebbe accaduto otto anni dopo.

Una Comunità Giudaica di Arca del Libano, a Roma, nel III sec. secondo una iscrizione inedita

di Giovanni Battista Frey

Fig. 1 - Epigrafe in greco

Per molteplici ragioni, nessuno studioso dell'archeologia romana può rimanere indifferente all'archeologia giudaica. Gli Ebrei formavano una parte non disprezzabile della popolazione della capitale; si calcola che, nei primi secoli dell'era cristiana, vi fossero a Roma tra quaranta e cinquantamila Giudei. Essi erano divisi in varie sinagoghe o comunità aventi ciascuna la sua organizzazione civile e i suoi organismi religiosi distinti. Di queste comunità giudaiche romane ne conosciamo con certezza dodici: le comunità degli Augustenses, degli Agrippenses, degli Erodii, dei Volumnenses, chiamate dal nome del loro patronus; dei Campenses, dei Suburenses, dei Calcarenses, denominate probabilmente dal luogo di abitazione: il Campo Marzio, la Suburra e il quartiere dei Calcarari; infine quelle dei Vernaculi, degli Ebrei, di Elea, dei Tripolitani, dei Sekhnwn, appellazioni che si riferiscono al luogo di provenienza dei primi componenti.    continua...

Un'iscrizione inedita ci permette oggi di aggiungere a questo numero una decimaterza, ed essa, mentre da una parte arricchisce la nostra conoscenza dell'ambiente giudaico romano, dall'altra proietta nuova luce sulla storia di uno degli imperatori più interessanti. Nelle schede epigrafiche lasciate da Giambattista de Rossi, trovai la copia di un epitaffio giudaico trascritto da un codice epigrafico della Biblioteca Vaticana ... Sul foglio 114, si legge la seguente iscrizione. "Qui giace Alessandra, figlia di Alessandro, della sinagoga (o comunità) di Arca del Libano. In pace sia il suo sonno! Essa visse anni..., mesi quattro, giorni nove." In basso è figurato l'eptalieno [menorah], simbolo usitatissimo sugli epitaffi giudaici. L'iscrizione è leggermente mutilata sul lato destro, ma la fine delle righe si restituisce con ogni certezza, eccetto per il numero degli anni vissuti dalla giovane Alessandra. Essa reca le formule consuete: l'introduzione qui giace, che si presenta quasi sempre sulle iscrizioni giudaiche di Roma, poi il nome del defunto, l'indicazione della famiglia quando questa poteva dare un certo lustro all'estinto, le dignità che aveva rivestite, esso o il parente menzionato, l'età e finalmente l'augurio cosi bello e così frequente sulle iscrizioni giudaiche : in pace sia il suo sonno! Ci sarebbe dunque poco di nuovo nel nostro epitaffio, se non facesse menzione di una comunità fin'ora sconosciuta: quella di Arca del Libano. Arca era un nome portato da tre città diverse: una si trovava in Galilea, nella tribù di Aser, a nord del monte Carmelo; un'altra stava in Arabia e viene identificata colla città di Petra; una terza era situata sulle pendici settentrionali del Libano, a poca distanza dalla costa fenicia. Quest'ultima è una città antichissima, è citata nella Genesi, quando vi si parla della tavola dei popoli; è menzionata nelle Lettere di Tell-el- Amarna, del sec. XIV a. C. e nelle iscrizioni cuneiformi; ne parlano Flavio Giuseppe e il Talmud; e oggi ancora Tell-Arka è sede arcivescovile titolare dei Maroniti. Ai tempi di Gesù Cristo vi era un'importante colonia giudaica, come lo mostrano le leggende rabbiniche che fiorirono intorno al fiume Sabbation, presso il quale Arca era situata: giacché quel fiume, a detta dei rabbini, osservava anche egli il riposo del sabato: per sei giorni precipitava le sue acque verso il mare Mediterraneo, ma il settimo stava quieto e cessava di scorrere. L'antichità della leggenda è comprovata dal fatto che Plinio il Vecchio e Flavio Giuseppe la rammentano, benché sia da questo alquanto deformata. Ma come poterono stare a Roma tanti Giudei di una città della lontana Fenicia? Qui la nostra iscrizione raggiunge la grande storia e illustra singolarmente il regno di uno dei migliori principi che il trono dei Cesari abbia visti. Arca del Libano fu la città nativa di Alessandro Severo, che vi nacque verso l'anno 206. Essa veniva chiamata "Arkh", o ''Arkai", Arca Caesarea Libani, ovvero Caesarea ad Libanum, o Colonia Caesaria Libani, come risulta da documenti e da monete. Alessandro era cugino dell'imperatore Elagabalo, e ne divenne il figlio adottivo e il successore. La fortuna dei Giudei di Arca, e il loro accorrere a Roma, ebbero origine da tale fatto. Per potere pienamente rendersi conto del favore di cui allora godettero i Giudei, bisogna ricordarsi le circostanze storiche. Settimio Severo, nato a Leptis Magna in Africa, prendendo per moglie Giulia Domna, sacerdotessa del tempio di Emesa in Siria, fu causa dell'avvento, dopo la morte di suo figlio Caracalla, di due successori siriaci, Elagabalo e Alessandro Severo, ambedue della famiglia sacerdotale di Emesa. Poco curanti della religione ufficiale di Roma, questi imperatori praticavano un sincretismo in cui larga tolleranza era usata verso tutti i culti orientali, specialmente verso il monoteismo giudaico e cristiano. A quanto riferisce Lampridio, Elagabalo volle trasferire nel santuario del suo dio siriaco << la religione dei Samaritani e dei Giudei, nonché quella dei Cristiani, affinché il sacerdozio di Elagabalo abbracciasse i misteri di tutte le credenze >> . La sua tendenza giudaizzante si intravede pure nel fatto che praticò su se stesso la circoncisione, e che si asteneva dalla carne porcina. Alessandro Severo ebbe della religione una concezione sincretistica simile a quella del suo predecessore, senza però conservarne le cerimonie oscene e la dissolutezza, di cui Roma era stata spettatrice negli anni precedenti. Tutti conoscono le disposizioni favorevoli che Alessandro Severo nutriva verso i cristiani. Era stato educato con ogni cura da sua madre Mammea, la quale conosceva e stimava i cristiani. Quanto ai Giudei, sembra che tutta la dinastia Severiana abbia avuto riguardi speciali verso di essi. Settimio Severo, probabilmente sotto l'influenza della moglie, e suo figlio Antonino Caracalla fecero delle leggi favorevoli ad essi, benché il primo abbia vietato loro ogni proselitismo. Risulta da un testo di Ulpiano che, sotto Settimio Severo e Caracalla, i Giudei avevano ottenuto l'accesso alle funzioni pubbliche e l'esercizio di tutti i diritti civili, colla dispensa dalle obbligazioni che fossero incompatibili colla loro religione. Ancora ai tempi di S. Girolamo, i Giudei si ricordavano con riconoscenza dei favori ottenuti da questi due principi "qui Iudaeos plurimum dilexerunt" ... Mammea mentre era ad Antiochia (a. 218), invitò presso di sé il celebre dottore di Alessandria, Origene, e lo ritenne parecchio tempo per sentire il suo insegnamento. Diventata imperatrice, un prete di Roma, il futuro martire S. Ippolito, le dedicò un suo libro sulla risurrezione. Salito sul trono in età di appena sedici anni, nel 222, Alessandro regnò sotto la guida di Mammea, che gli scelse consiglieri virtuosi e dotti. Ulpiano, il grande giurista, fu il suo prefetto del pretorio, e quando questi perì in una sommossa dei pretoriani, sempre indisciplinati (a. 229), gli sostituì Paolo, un altro celebre giurista. Fu uno dei principi più miti, più onesti, più religiosi, che Roma avesse fin allora avuto. Prima di nominare i governatori delle provincie, ad imitazione di quel che solevano fare i Giudei e i Cristiani prima delle ordinazioni, feceva pubblicare i loro nomi, perchè il popolo potesse fargli conoscere i delitti che potevano aver commessi. Nel suo santuario domestico, aveva fatto collocare le immagini di Abramo e di Gesù Cristo vicino a quelle di Orfeo, di Apollonio di Tiana e degli imperatori divinizzati. Anzi si proponeva di edificare un tempio a Cristo e di riceverlo fra gli dei ufficialmente riconosciuti da Roma. Ne fu impedito dai sacerdoti dei culti pagani, che si videro minacciati dal cristianesimo nel tranquillo possesso delle loro laute prebende. Ad ogni modo, seppe rendere giustizia alla Chiesa in una causa che fu portata al suo tribunale. Si trattava di un terreno che aveva appartenuto al demanio e che era stato occupato dai cristiani: la proprietà venne contestata dalla corporazione dei popinarii. L'imperatore rese una sentenza favorevole alla Chiesa, colla motivazione che era preferibile che quel luogo servisse ad onorare un Dio in un modo qualunque, piuttosto che esser dato a popinarii. Se la benevolenza di Alessandro Severo verso i cristiani non è dubbia, meno noto, invece, è il suo atteggiamento verso i Giudei, ai quali in verità riservava i suoi favori più speciali. Non contento di aver fatto, nel suo larario, un posto ad Abramo, il padre degli Ebrei, ebbe famigliare qualche sentenza dell'Antico Testamento. Secondo Lampridio, " ripeteva spesso una parola che aveva sentito sia da Giudei sia da Cristiani, e che faceva proclamare dall'araldo quando un condannato veniva suppliziato: Non fare ad altri quel che non vuoi si faccia a te (quod tibi fieri non vis, alteri ne feceris). E prediligeva questo motto a tal segno che lo fece scolpire sul frontispizio del suo palazzo e sui monumenti pubblici ". Ora, questa sentenza, nella sua forma negativa, è prettamente giudaica: si riscontra nel libro di Tobia (IV, 16) e spesso nei detti dei rabbini. Ma più importante ancora è un altro testo di Lampridio: Alessandro Severo, egli dice, confermò i privilegi dei Giudei e lasciò esistere i Cristiani: Iudaeis privilegia reservavit, Christianos esse passus est. Ai cristiani, la tolleranza; ai Giudei i privilegi. Vero è che, confermando i diritti singolari dei Giudei, egli non fece altro che seguire le orme della giurisprudenza romana segnate fin da Giulio Cesare ed Augusto. Vero è pure che, in quei tempi di persecuzione, la semplice tolleranza era per la Chiesa un gran beneficio. Nondimeno, nel contrasto che oppone la situazione privilegiata degli uni alla mera tolleranza accordata agli altri, si intravede tutta la diversità di trattamento fatto ai primi e ai secondi: i Giudei fruirono sotto Alessandro Severo di tutta la loro posizione privilegiata. Questa speciale protezione usata da Alessandro Severo verso i Giudei ci permette ora di spiegare facilmente l'esistenza a Roma di una comunità giudaica denominata da Arca del Libano, sua città nativa. Non vi può essere dubbio che un gran numero di Giudei di Arca e di altre città del Libano, attirati a Roma dal favore che l'illustre concittadino, diventato imperatore, testimoniava loro, forse anche chiamati da lui, si stabilissero nella capitale e vi fondassero una nuova comunità, la sinagoga di Arca del Libano. Anzi, è sommamente probabile che Alessandro Severo edificasse loro una sinagoga. I Giudei non esitavano affatto ad accettare dai Gentili questo genere di liberalità, come fecero a Cafarnao, ove i capi della comunità giudaica raccomandarono a Gesù un centurione romano con queste parole: << Egli merita che tu gli faccia grazia; perché ama la nostra nazione e ci ha fabbricato la nostra sinagoga>> (S. Luc., VII, 5). E Alessandro Severo, come osserva Lampridio, amava costruire dei palazzi per darli ai suoi amici e, se fu impedito di edificare un tempio a Cristo, i sacerdoti pagani non avranno fatto opposizione alla costruzione di una sinagoga, poiché il culto giudaico era protetto dalle leggi romane e non faceva concorrenza seria a nessun altro. Questa supposizione viene confermata da un argomento inatteso. Già da secoli si conosce un testo di Rabbi David Kimchi, del secolo XII, secondo il quale vi era a Roma una sinagoga di Severo, << kenischtha da-Severos >>, in cui si conservava un codice della Thora, portato come bottino di guerra da Gerusalemme distrutta. Ed è curioso notare che anche Flavio Giuseppe parla di un volume della Legge che Vespasiano, il trionfatore dei Giudei, si era riservato e conservava nel palazzo imperiale. Molti dotti Giudei, nulla sapendo della nostra iscrizione, avevano affacciato l'ipotesi che questa << sinagoga di Severo >> doveva avere una relazione con Alessandro Severo, sia perche fosse edificata da lui, sia perchè fosse messa sotto il suo patronato, come si usava fare dei << collegi >> del mondo grecoromano. In ogni modo, avrà ricevuto da lui in dono il prezioso codice gerosolimitico rimasto fin'allora al Palatino. Non pare temerario affermare che, grazie alla nostra iscrizione, l'esistenza a Roma di un edificio di culto giudaico posto sotto il nome di Alessandro Severo è oramai assicurata alla storia. Il contributo portato dal nostro epitaffio alla scienza dell'antichità non è dunque indifferente. Ma v'è di più. Da una parte, i suoi dati s'inquadrano perfettamente nel racconto di Lampridio e lo confermano, comprovando così il suo valore storico, che non pochi critici recenti hanno voluto addirittura annullare. D'altra parte, essa dà alle informazioni dello storico un complemento interessantissimo, mostrandoci come il giovane Alessandro Severo ebbe riguardi speciali verso i suoi compatrioti giudaici e se ne cattivò l'animo: sicché essi vennero numerosi a Roma per mettersi sotto la sua protezione. L'iscrizione ci fa pure capire meglio la sorte sempre precaria e umiliata della Chiesa cristiana, anche sotto i principi più benevoli, e illustra in una maniera inattesa la parola di Lampridio: Judaeis privilegia reservavit, Christianos esse passus est. Il più che poteva fare per la religione cristiana era di tollerarla, di non combatterla; i suoi favori erano rivolti ad altri. Insomma, è una nuova pagina della storia religiosa di Roma antica che questa iscrizione inedita ci fa conoscere.

GIOVANNI BATTISTA FREY
Segretario della Pontificia, Commissione Biblica.
Edito in: Bullettino del Museo dell'Impero. Appendice al Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma, pubblicato a cura del Governatorato; 1930, a. LVIII pag. 97-106



Giovanni Battista Frey - abarcheo@inwind.it


 
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