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ALBERI
Cosa sappiamo degli alberi, di là dell'idea che tutti ne abbiamo? Alcuni di loro ultracentenari monumenti della natura dovrebbero essere onorati come fenomeni viventi. Ma di là dalla banale abitudine di considerarli semplici fornitori di legno e dispensatori d'ombra, dovremmo aprire la mente ad una diversa e nuova concezione della loro esistenza.








  

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Vi prospetto una contraddizione alla logica comune, vi propongo di osservare dei monumenti unici nel loro genere, impareggiabili nella resistenza all'azione crudele del tempo, e vi invito a guardarli come fenomeni incomprensibili. Sto parlando di alberi secolari, figli eccezionali della natura, o se preferite: capolavori della "Grande Madre". Provate a contemplarli e ad amarli per la loro quieta, appartata maestosità. Gli alberi sono magnifici e onesti; non sanno cosa sia la malvagità. Se ne stanno quieti, silenziosi, pazienti, sereni e disponibili. Non trasgrediscono le leggi della natura, non sfruttano altre creature, come fa l'uomo e gli animali del cielo, della terra, del mare, che uccidono e vivono a spese di altri organismi. Non offendono il paesaggio, al contrario lo nobilitano, lo ingentiliscono e lo arricchiscono, trasformandolo o modificandolo in modo eccellente. Sono generosi e non chiedono nulla, al contrario donano frutti, ombra, rifugio agli uccelli. Producono ossigeno; in poche parole ci aiutano a vivere. Difendono il suolo proteggendolo con le radici e impedendo l'erosione della terra. Allorché muoiono ci restituiscono luce e calore che hanno ricevuto dal sole. Perciò qualcuno, forse Bernardo di Chiaravalle, disse parole bellissime che cito a memoria: "...sarete Eletti in cielo, dinnanzi a tutte le altre creature, per quanto incontaminate abbiano saputo mantenersi sulla Terra... ". Può anche darsi che non siano così benevoli o democratici, perché se osserviamo un bosco di castagni, o di faggi, o di querce notiamo che esso non accoglie volentieri altri rappresentanti della vegetazione arborea. Ma anche un convento di benedettini se ne sta separato e i francescani stanno da un'altra parte, e ogni istituzione statale è indipendente. In ogni modo quale che sia la vostra opinione sugli alberi, vorrei invitarvi a guardare alcune di queste creature memorabili, testimonianze secolari dell'energia della vita. Vita che nel presente della storia conosciamo solo su quest'insignificante ambito dell'universo. continua...

Può darsi il caso che andando in vacanza per anni in qualche posto a cui siamo affezionati, non abbiamo mai considerato le particolarità intrinseche del luogo. Per disinteresse, o perché siamo distratti da mille cose, e non abbiamo mai osservato con attenzione l'ambiente. Ecco un caso di cui ho esperienza. Da molto tempo risiedo per una parte dell'anno in montagna, in una magnifica zona di boschi e d'aria pura. Conosco i pregi naturali del luogo, ma anche gli inconvenienti; vale a dire la mancanza di certe comodità. Ebbene, malgrado fossi sicuro di sapere tutto del luogo di cui parlo, rimasi interdetto quando mi sentii rivolgere uno strano quesito. Un pomeriggio estivo stavo leggendo assorto sotto l'albero di cui dirò, allorché una persona che non avevo mai visto prima -può sembrarvi strano ma si presentò così- mi si avvicinò e mi rivolse la concisa domanda che trascrivo: "Perché l'uomo torna sempre alla natura?" A parte l'inconsueto approccio e la sorpresa per la domanda, quantomeno mal formulata, la persona sconosciuta voleva la mia opinione sull'indubbia, e per lei evidente, vocazione dell'uomo a tornare alla natura che pareva aver abbandonato. Evidentemente pensava all'homo urbano. Ma perché il genere "homo sapiens" sentiva questa necessità? Non seppi rispondere subito ragionevolmente, e in forma ingegnosa, così da accontentare sia la signora, sia me stesso. La genericità del concetto, l'intrusione e quella formulazione superficiale, mi avevano disorientato e infastidito. Il giorno dopo viceversa si verificò una coincidenza simpatica, e se avvenne per replica inconscia o per "chiamata trascendente" non saprei dirlo; di fatto andò nel modo che descrivo. Di fronte alla finestra della mia stanza c'è un albero, quello stesso sotto il quale stavo leggendo il giorno prima. È un faggio a cui non ho mai rivolto un pensiero particolare. Sta lì, da che abito in quella casa, anzi da moltissimi anni prima che ci arrivassi, e la sua presenza oramai è ovvia quanto la porta d'ingresso. Però quella mattina particolare, quando ho aperto le imposte della finestra e ho visto il faggio ho detto spontaneamente "Buongiorno albero" e il quesito del giorno prima si è ripresentato macchinalmente. A quel punto ho rivolto l'interrogativo all'arboreo amico, raccontandogli mentalmente i pensieri che si erano presentati a metà notte, quando m'ero alzato per bere. Così è iniziata un'anomala forma di dialogo. Sempre silenziosamente, gli ho detto fissandolo: "- Ti guardo da anni ogni mattina, quando apro la finestra, ma non ti ho mai notato, non ti ho rivolto l'attenzione che meriti, perdonami e d'ora in poi riparerò alla mancanza di garbo raccontandoti quale e quanta difficoltà ho avuto nel comprendere cosa faccio qui, in mezzo alla natura, quale rapporto ho con voi". In qualche modo ha risposto perché subito nella mia testa si è proiettata questa frase: Un albero, tutti gli alberi. Cosa voleva dire? Solo molto dopo, a furia di ripensarci, mi sono dato una risposta. Conosco assai poco delle ricerche scientifiche condotte negli ultimi anni sui vegetali. Ho letto qualcosa e ne ho tratto l'idea che le piante in qualche modo percepiscono i pensieri. Non so se sia una prerogativa di tutti i vegetali o se alcuni soltanto si comportano così; in ogni caso pare che se ci avviciniamo ad una pianta con le forbici in mano, meditando di tagliarle un ramo, essa reagisce. Certe deboli emissioni elettrochimiche mostrano sensibili variazioni, come se la pianta manifestasse paura. Perciò non vi stupirete se dico che l'albero in questione mi ha compreso. Questo mio convincimento susciterà ironia, e mi sembra di sentir dire: "Costui crede alle favoleā€¦". Bene, se qualcuno dirà così risponderò soltanto splendido! Perché amo le leggende, le vecchie storie. Le favole nascondono nelle loro fantastiche trame, preziose perle di saggezza. Esprimono in parole semplici e attraenti, situazioni curiose, emozionanti o avventurose, magie e altre metamorfosi incredibili. Ma nella profondità di quei racconti ci sono simboli e metafore di grande valore. Bruno Bettelheim, scrisse un libro: "Il mondo incantato" in cui svelò il segreto delle favole e la rilevanza che hanno sulla formazione intellettuale dei piccoli. Penso che tutti ricordino almeno una favola in cui c'è un albero cavo, con un'apertura attraverso la quale i personaggi entrano nel tronco e scendono giù sempre più giù, fino a trovare un tesoro o una fata. È chiaro che discendere all'interno di un albero significa penetrare nel mistero della vita attraverso il più accreditato mediatore tra cielo e terra. Che cosa vuol dire mediatore tra cielo e terra è intuibile sul piano fisico, è assai meno facile da comprendere in senso metafisico. Per questa difficoltà richiamo alla vostra memoria la "Parabola del cieco di Betsaida". È una parabola davvero strana, Marco la racconta nel cap. 8 del suo Vangelo. "...Giunsero a Betsàida, dove gli condussero un cieco pregandolo di toccarlo. Preso il cieco per mano, lo portò fuori del villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e chiese: -Vedi qualcosa?-. Quegli, aprendo gli occhi, disse: -Vedo gli uomini, poiché vedo degli alberi che camminano -. Allora Gesù gli impose di nuovo le mani sugli occhi e quello [finalmente] ci vide [come tutti] e fu sanato e vedeva a distanza ogni cosa... ".

Ammetto che si possa fare una similitudine poetica tra chiome degli alberi e capelli degli uomini, detti anche "chioma", ma descrivere gli uomini come alberi è un'esagerazione evidente. Dunque? Certamente Gesù capì cosa intendeva dire quello, ma voleva che il cieco entrasse nella normalità, perciò gli impose di nuovo le mani e quello vide le cose così come appaiono a tutti gli altri uomini. Tuttavia perché il cieco, riacquistata la vista impulsivamente parlò così? Suppongo che prima di vedere "percepisse" gli alberi in un modo proprio e particolare. Chi non vede "sente" le cose attraverso l'epidermide, e acquista una particolare sensibilità, in ogni caso l'ombra degli alberi fresca nella calura estiva orientale, è una sensazione assai bella. Per lui gli alberi erano esseri buoni, e poiché certamente ci furono persone che gli mostrarono compassione, stimava gli uomini più buoni di quanto li valutiamo noi vedenti, per lui erano: "alberi che camminano". La mia è una spiegazione temeraria e azzardata; forse la similitudine derivava da una comprensione più profonda, riferibile ad un altro ordine invisibile e trascendentale. Sull'onda di questi pensieri ho ammirato come mai il mio faggio. Altissimo, maestoso e austero nella nebbia del mattino, con tutte le foglie scintillanti e gocciolanti, argento e verde contro il grigio delle nubi, era un'opera d'arte bellissima. Soffro d'insonnia, così buona parte della notte avevo riflettuto sul quesito, valutandolo da ogni lato. Onestamente non posso dire che camminando tra i boschi qua attorno ho una percezione particolare della natura. Quali sentimenti dovrei provare oltre quelli innegabili di serenità e di quiete indotti dal silenzio, dalla luce attenuata dal fogliame, e dal piacere di inoltrarmi in un ambiente un po' segreto? È davvero difficile capire quale rapporto ci lega ad alberi, prati, rocce. I pensieri notturni non mi hanno offerto nessuna soluzione. Noi uomini ci muoviamo qua e là sopra la Terra, irrequieti, mutevoli, avidi, loro stanno immobili, con le radici, piantate profondamente nella terra, sono forti e saldi e hanno un continuo, intenso rapporto con Dio. Che vuol dire avere una relazione privilegiata con Dio? Significa che non prevaricano sull'ambiente, non divorano altre creature per vivere, si nutrono di luce, purché siano presenti aria e acqua. La luce del sole eccita la fotosintesi clorofilliana, e grazie alle loro cellule speciali "mangiano" il sole. È l'irradiazione solare che mette in moto la trasformazione e produce l'altra forma d'energia che a loro occorre. Ecco dunque perché sono le più pure tra le forme viventi, essi sono realmente in contatto diretto col sole, manifestazione di Dio per eccellenza. Nel Siracide (42, 16) si legge: Il sole illumina tutto, della gloria del Signore è piena la sua opera. Se allora il senso materiale di "mediatore tra cielo e Terra" è chiaro, quello soprannaturale non lo è, ma normalmente sono molto difficili i concetti trascendenti, che siano teologici , filosofici o matematici. Nel cristianesimo l'offerta di una vita eterna è rivelata nei Vangeli sia di Luca, sia di Marco. Però la gente comune non sa bene cos'è, né come quella "vita eterna" si possa vivere. Per lo meno non saprebbe spiegarla in termini significanti e precisi. Se Gesù Cristo l'ha promessa, in primis ai suoi discepoli, probabilmente intendeva dire che la vita eterna è uno stato di grazia, una condizione desiderabile, qualcosa come un senso di pace magnifico, ma non uno stato di beata incoscienza, semmai di partecipazione intelligente al Regno di Dio. Ora, su questa Terra, tutti i pensieri, tutte le sensazioni che proviamo ed esprimiamo sono permesse dal cervello, se quello smette di funzionare, se l'encefalogramma risulta piatto, diciamo che non c'è più vita, per lo meno cosciente. Nell'aldilà avremo invece una nuova vita in cui saremo "esistenti" senza corpo e senza cervello. È difficile accettarlo, ma per chi ha fede la condizione sarà questa. Dunque moltissime persone accolgono l'idea che "vivranno" senza corpo né cervello, ma trovano assai difficile, anzi rifiutano senz'altro, l'idea che un albero che ha un corpo, ma non ha un cervello, possa "pensare". Questo vale per noi occidentali evoluti, per certi primitivi invece non è così, essi non si pongono il problema del "pensare" essi, semplicemente, si sentono in corrispondenza reciproca con le creature dell'universo, con gli alberi per l'appunto. Se noi occidentali evoluti vorremo ritrovare un'armonia con la natura sarà essenziale recuperare la migliore correlazione possibile, tra rappresentazioni mentali dell'osservatore e realtà ad esso esterne. Da un paio di secoli la ricerca scientifica ha reso possibile una visione più profonda del microcosmo, così come del macrocosmo. Si è capito che la natura ha leggi proprie e queste non sono sempre adeguate a quelle dell'intelletto umano così come si è formato nel tempo. L'attitudine alla conoscenza ha portato l'uomo a padroneggiare la natura decifrandola attraverso categorie e schemi mentali che si è costruito nel corso dei millenni. Questa "interpretazione" si fonda sull'organizzazione mentale con cui ci rappresentiamo la realtà e corrisponde al modo in cui essa ci si mostra, in pratica c'è identità tra osservatore e oggetto dell'osservazione, la categoria mentale che ci permette di vedere le foglie verdi è uguale alla categoria della realtà con cui esse si presentano verdi. E' la nostra mente allora che deve adattarsi e ragionevolmente comprendere le leggi della natura, che operano in modo totalmente autonomo dall'uomo. Dovremo capire presto come "leggere" in un modo diverso la realtà, e interpretarla in modo nuovo.

Gli alberi che non hanno un sistema nervoso, non un cervello, non delle emozioni, o se le hanno non abbiamo modo di rilevarle con i nostri sensi naturali, esercitano però un impatto formidabile sulla psiche umana. Con un po' di humour dovete ricordare che il viaggio della conoscenza è iniziato partendo da un albero di mele. "Un albero, tutti gli alberi". Il messaggio come ho detto, non l'ho compreso subito, forse mi sono aspettato spiegazioni misteriose e complicate. Invece si poteva capire facilmente che il nesso stava in un ordine valido per il singolo albero come per tutto il loro genere. Ma quale ordine? Non dimentichiamo che i nostri ragionamenti impiegano il patrimonio di conoscenze del nostro tempo, il domani forse ci rivelerà un significato più profondo. Dunque l'ordine che innanzi tutto mi si è proposto è un ordine matematico, e ancora una volta il pensiero è andato a Pitagora e alla sua concezione deI numeri che governano l'universo. Abbastanza recentemente, il matematico B.B. Mandelbrot è giunto alla formulazione della teoria frattale. Così dove prima vedevamo il caos ora è possibile leggere un ordine su base geometrica non facilmente rilevabile dai nostri sensi. Mandelbrot appunto introduce in questo mondo disordinato la "geometria frattale", che nasce come nuovo linguaggio capace di descrivere le forme complesse della natura. I frattali hanno una costruzione particolare, e come per tutti gli oggetti geometrici, sono le formule matematiche che ne danno la struttura. L'autore della teoria ha detto inoltre che le relazioni tra frattali e natura sono molto più profonde di quanto si creda. Maldelbrot, si chiese, infatti, se le complicate e splendide forme esistenti fossero date solo dalla legge del caso o se, per quanto caotiche e intricate non obbedissero a qualche legge universale; e il più comune esempio di frattale che propose fu: l'albero. La critica, scettica e smaliziata, tende a sottoporre a verifica capisaldi millenari, la nostra è un'età travagliata e ci interroghiamo inquieti sul futuro. Il cardinale C. Ruini ha dedicato il libro: "Verità e libertà" al rapporto tra cristianesimo e società moderna. Lo cito perché entra a pieno titolo nel tema della vita eterna che ho toccato prima. Nel libro afferma che per fare fronte alle angosce di questa società attuale è necessaria una consapevolezza che vada di là del presente. Poi chiarisce che nella cultura contemporanea si fa strada uno sforzo nuovo. Il pensiero teologico dovrà mostrare la plausibilità della vita oltre la morte anche per affrontare globalmente le problematiche antropologiche affinché la promessa della vita eterna non appaia qualcosa di estraneo e, alla fine, incompatibile con la nostra effettiva realtà. Quindi una voce autorevole afferma quanto dicevo, e cioè che occorre guardare al mondo in modo nuovo. Per questo mi sembra assai importante comprendere le creature inanimate a cominciare dagli alberi. Termino pensando che è molto, molto probabile, che l'ordine frattale abbia un senso per noi, ma non abbia alcun valore per gli alberi. Può anche darsi che per loro l'ordine risieda in un'altra dimensione. Per esempio i numeri primi sono entità senza tempo che esistono in un universo indipendente dalla nostra realtà fisica e sono gli oggetti più misteriosi studiati dai matematici. Per gli alberi potrebbero avere un significato che a noi sfugge, o potrebbe esistere una "radiazione" che ancora non conosciamo. A proposito di radiazioni ricordo che la nota "radiazione fossile" o "di fondo" è una scoperta recente e casuale che da un momento all'altro potrebbe schiudere un altro spiraglio sulla realtà. Per noi pioggia, vento, neve, freddo, caldo, sono fenomeni separati, isolati l'uno dall'altro nel tempo e nella specie, per loro potrebbero essere un unicum di nome "spinta". Forse più in là capiremo meglio. Ora propongo solo di guardarli con maggiore rispetto.



Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it


 
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