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La vita può iniziare a settant'anni

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Vado a dormire sempre molto tardi, leggo un poco e spengo la lampada abitualmente dopo la mezzanotte. continua...

Un poco prima però, verso le ventitré, è mia abitudine fare un giro di perlustrazione per i corridoi del secondo e del primo piano, ma rivolgo l’attenzione soprattutto al pianoterra dove sono la sala riunione, la sala pranzo, i due salotti e la cucina con i locali annessi. Controllo che siano in perfetto ordine e non sia rimasto nessuno addormentato in qualche angolo. Non sono tranquillo fino a che non mi sono assicurato che tutta la casa sia quieta e silenziosa e che i pazienti si siano ritirati nelle loro stanze. Sono il responsabile della casa di riposo villa Simpatia, ed è necessario che alle ventidue tutti gli ospiti siano nelle loro stanze e dormano sonni tranquilli. Debbo averne la certezza perché gli ospiti di Villa Simpatia sono signore e signori anziani che hanno le più svariate esigenze: a volte accade che escano alla ricerca di un bicchiere di latte o di un loro familiare che naturalmente non è più presente dato che vengono qui per parcheggiali da noi, e ripartono il prima possibile tranquilli e soddisfatti di averli affidati alle nostre sollecite cure. A volte i nostri ospiti vagano smarriti. In queste circostanze è mia premura ricondurli nelle loro camere, persuadendoli con delicatezza ma con risoluta fermezza.
Alcune sere fa, nel corso di una di queste mie abituali perlustrazioni, ho visto filtrare la luce dalla stanza del signor Sforza, in fondo al corridoio. La porta era rimasta socchiusa e sentii che parlava lentamente a bassa voce, poco più che un bisbiglio. Parlava con una strana inflessione nella voce che mi pareva triste ma a tratti addirittura adirata. Pensai che conversasse al telefono; i nostri ospiti possono usare il cellulare, se sono in grado di servirsene. Mi avvicinai e mi fermai ad ascoltare, sospinsi un poco la porta silenziosamente, quel tanto da poter gettare un’occhiata nella stanza, e capii che I’ingegner Camillo non stava parlando al telefono, ma dettava ad un piccolo registratore le sue memorie o forse le sue contrarietà.
La mia indiscrezione era dovuta molto più che ad una curiosità: ero molto interessato ad ascoltarlo perché l’ingegner Camillo recentemente aveva messo in atto un’azione inaspettata, una vera sciocchezza, lasciandoci a lungo in pensiero. Poco prima di quella sera in cui lo sorpresi a dettare rimostranze, era sparito dileguandosi da Villa Simpatia. Aveva lasciato un biglietto appuntato sul cuscino su cui aveva tracciato poche parole: “Starò assente per tre o quattro giorni. Non cercatemi o compirò un gesto estremo e sarà peggio per voi”. Potete immaginare in quale preoccupazione caddi, con quale ansia attesi il suo ritorno. Tuttavia decisi di non avvertire né i parenti né la polizia perché se davvero avesse attuato l’oscura minaccia ci sarebbero state pesanti conseguenze.
Se torniamo alla sera in cui stavo origliando, accadde che nell’andarmene urtai un vaso e feci rumore. Il signor Sforza si alzò di scatto, si precipitò alla porta e malgrado il corridoio fosse buio e mi fossi già allontanato suppongo che mi avesse riconosciuto.
Come prevedevo, il giorno dopo l’ingegnere chiese di parlarmi e mi trovai di fronte un uomo totalmente diverso dal signore anziano, esitante, riservato e molto schivo, che era approdato qualche tempo prima a villa Simpatia. Mi stava di fronte un uomo trasfigurato, eretto, energico, sicuro di sé. Probabilmente notò la mia sorpresa perché disse: - A volte certi casi della vita trasformano un uomo. A me è accaduto. -
Lo pregai di accomodarsi. Mi disse che aveva fretta, che era tornato nel “reclusorio” perché aveva il dovere di rassicurarci sulla sua incolumità e chiarì che era in ottima salute, ma soprattutto desiderava salutarmi e raccogliere delle carte che gli erano preziose. Capii che doveva essergli accaduto un avvenimento importante e infatti dichiarò categoricamente che se ne sarebbe andato il giorno successivo.
- Come sarebbe a dire ? – esclamai. – Lei non può andarsene, ci è stato affidato dai suoi familiari. –
Mi rispose indignato e ironico che era perfettamente in grado di intendere e di volere, che era padrone di se stesso e nella facoltà di decidere della sua vita. Che se avessimo tentato di trattenerlo ci avrebbe denunciato per sequestro di persona.

Il luogo delle ombre sospese


Due giorni dopo quella discussione un impiegato dell’azienda Sforza & figli bussò alla porta della direzione. L’ingegner Simone stava dettando alla segretaria una lettera assai impegnativa. Guardò l’uomo che gli porgeva un pacchetto e disse brusco: - Posalo sulla scrivania -.
L’ingegner Simone, che da qualche tempo tutti chiamavano “l’ingegnere junior”, aveva preso da poco più di un anno le redini dell’azienda e subito si era dimostrato all’altezza del compito. Era come se incarnasse le qualità del bisnonno, il “mitico” fondatore, ritenuto il nume tutelare che dall’Al di là vegliava sui destini dell’azienda.
Attese di essere solo e nel pomeriggio aprì il pacchetto, lesse lo scarno biglietto che accompagnava l’audio cassetta e ascoltò una parte del messaggio, procurandosi così un arresto di digestione. Le due righe che accompagnavano la cassetta lo avevano lasciato sgomento e l’aveva rigirata a lungo tra le mani prima di inserirla nel riproduttore. Sul biglietto era scritto: “Caro Simone, quando ascolterai il nastro qui allegato sarò già molto lontano da villa Simpatia. Ascoltandolo ti renderai conto che non hai mai conosciuto tuo padre, o più esattamente non lo hai mai capito. Addio”.
Con un senso di forte disagio, quasi di ripugnanza, l’ingegnere aveva infilato la cassetta nel registratore e si era rassegnato a sostenere la voce del genitore. Esaudì la volontà di suo padre stando in piedi.

- Caro Simone, desidero che tu possa ascoltare piuttosto che leggere inerti parole che avrei potuto affidare ad una consueta lettera. In questo modo, forzandoti a sentire dalla mia voce vicende lontane, spero di risultare più efficace e più espressivo, anche se so che non arriverò mai ad emozionarti. -
- Non saprei dire quanto sei informato delle vicissitudini della nostra famiglia che ormai forma un solo corpo con l’azienda creata dal tuo bisnonno. E non riesco a immaginare fino a che punto conosci i fatti che hanno inciso sulla mia vita, e su quella di tuo zio Lorenzo, molto prima che tu nascessi. Certo, molte cose le avrai apprese da tua madre, da tuo nonno e inevitabilmente da me stesso, qualcos’altro ancora ti avranno raccontato i parenti, ma ho l’idea che tu non abbia mai capito tuo padre, perché la scarsa considerazione in cui sono stato tenuto in famiglia e la mediocre stima che da sempre mi hanno riservato certamente non possono aver giocato in mio favore.-
- Con ciò non voglio certo dire che non proviamo affetto vicendevolmente, ma sono convinto che di me ti sei formato un’idea deludente. Ti sei fatto l’opinione che io sia stato un debole, un buon uomo ma limitato, inadeguato ai destini dell’azienda, a quei luminosi traguardi che tuo nonno considerava unica ragione della sua esistenza e vedeva come unica apprezzabile realizzazione della vita mia e di quella di tuo zio. Se mi hai convinto facilmente a ritirarmi in una casa di riposo, quando l’infermità di tua madre era divenuta un peso insostenibile, la mia accondiscendenza deve averti convinto ancor più della mia debolezza. Non sai invece da quanto tempo desiderassi lasciarvi tutti ai vostri ripieghi e soluzioni inesorabili, e come abbia considerato quella collocazione a villa Simpatia un male minore.-
- Tuo nonno, che a sua volta aveva forzatamente assorbito le idee del padre, del “leader” tuo bisnonno, volle che diventassi ingegnere, mentre tuo zio Lorenzo lo volle avvocato, senza preoccuparsi delle nostre intime aspirazioni. La passione per l’azienda che era divenuta una vera dannata ossessione la riversò sul figlio e sul nipote e fece diventare quella sua creazione una creatura angosciosa e soffocante. Di certo non ho mai sottovalutato il valore di quella realizzazione, e ho dato il mio contributo al suo sviluppo per quanto ho potuto, ma non riuscivo a manifestare un entusiasmo che non ho mai provato.
Però non è di questo risentimento che intendo parlare. Invece di un’altra storia da qualche tempo desideravo farti sapere, una vicenda che ha diviso la mia vita come se fossi il mitico Giano bifronte che guardava al passato con la testa di dietro e al futuro con l’altra davanti. Sebbene il mio futuro consistesse nel vivere giorno dopo giorno la piatta vita impostami. In verità non seppi ribellarmi a questo destino, per una sorta di sacra fedeltà all’azienda e la mia vita dunque si è per molti anni esaurita nelle necessità quotidiane da superare, nei problemi di lavoro da risolvere, nel nutrire l’azienda che anno dopo anno si è presa la parte migliore delle mie energie e dell’anima mia.
Tuttavia sai anche che nessuno potrebbe accusarmi di aver mancato ai doveri verso la famiglia, e non è mai scemato l’affetto per voi figli, sebbene la mia vera vita fosse rimasta in letargo.-
La voce che usciva dal registratore a momenti si faceva sottile, simile ad un mormorio, poi riprendeva forza e a tratti diveniva aspra e irosa. Dalla voce di suo padre Simone venne a sapere quanto fosse stato oppresso dall’avo. Il suo bisnonno era stato il glorioso, l’epico fondatore della ditta Sforza, ma la titanica impresa per il resto della sua vita l’aveva fatta pesare sul figlio Andrea e sui nipoti Lorenzo e Camillo, padre di Simone. Seppe ancora che il nonno Andrea a sua volta apprezzava soltanto tre indirizzi di studio: giurisprudenza, perché un figlio avvocato avrebbe sbrigato le questioni legali dell’azienda, e ugualmente economia e ingegneria per le stesse finalità. Camillo dunque era stato obbligato a studiare ingegneria.
Simone spense più volte il registratore perché ingoiava a fatica quelle rivelazioni. Era cresciuto nella venerazione del bisnonno e del nonno.
Apprese che suo padre era stato obbligato a sposare una donna che non amava e, sempre dalla voce per cui provava affetto ma che allo stesso tempo biasimava sinceramente, venne a conoscenza di altri fatti che lo amareggiarono e che proiettarono una luce cupa sull’azienda nel cui mito si era formato.

Pressappoco nello stesso momento in cui Simone finiva di ascoltare le rivelazioni di suo padre e continuava a ripetersi ossessivamente quella insopportabile frase finale: “Non hai mai saputo che ho amato da sempre un’altra donna. Ora l’ho ritrovata e sono felice. Fra breve inizierò una nuova vera vita”, il sole era al tramonto e una dolce luce risplendeva sul grande specchio d’acqua.

Il lago di Bolsena al tramonto


L’ingegner Camillo camminava lentamente sul lungolago, verso la pensione dove stava soggiornando, mentre cercava un appartamento adatto da affittare. Assaporava a fondo la sua ritrovata libertà, quell’indipendenza che non aveva più goduto dopo i sedici anni. Più che fisicamente gioiva nell’anima per quella pace, gli pareva un evento miracoloso essere sfiorato della brezza della sera e dalla meravigliosa luce rosata che l’acqua rifletteva in infinite screziature perlacee. Aveva un’aria trasognata e un poco eccentrica quell’anziano magrissimo signore. Si fermava ogni tanto e prendeva appunti con una matita su dei fogli che traeva dalla tasca.

“ Mia amata dolce meravigliosa Luciana, sto scrivendo mentre cala la sera e intorno a me pare si sia diffusa l’armonia universale.
Quando un tempo lontano ti lasciai in ostaggio il mio cuore, dissi che un giorno me lo avresti restituito più ricco, più capace di amare, perché nell’attesa avrebbe raccolto in sé tutta la forza del desiderio, del sogno e della nostalgia. E così è stato.
Siamo stati tenaci nell’attesa e fedeli nella forzata separazione, ma inoltrandomi nel labirinto della vita non ho mai perduto il filo che mi avrebbe ricondotto a te.
Luciana, anima mia, sai che non ho mai smesso di attendere il momento che ora meravigliosamente si è avverato e che due giorni or sono abbiamo vissuto.
Allorché, dopo la morte di mia moglie, ti ho proposto di incontrarci a mezza strada, e ti sono venuto incontro alla stazione di Orvieto, quando sei scesa dal treno il cuore e il respiro in me si sono fermati.
Ecco, voglio esprimermi con grande sincerità, perciò ti confesso che non mi aspettavo una donna ancora piacente, così attraente come sei, ma non me ne preoccupavo affatto. In qualsiasi modo tu fossi tornata a me, ti avrei accolto felice . E invece ti ho ritrovata ancora più bella di com’eri a vent’anni, perché emani un fascino intenso quanto delicato, una maturità calma, un portamento elegante, lievemente sensuale.
E quando, la sera del nostro primo incontro dopo quasi quarant’anni di lontananza, ti sei tolta il vestito, sono rimasto incantato dal tuo corpo di sessantenne ancora così incredibilmente giovane, tuttora straordinariamente seducente e ti ho stretta tremando come un ragazzetto.
In verità il nostro abbraccio si è rivelato un insperato miracolo ma in dissonante contrasto con una falsa idea che mi ero fatto di noi due: avevo immaginato uno scenario in cui il nostro rapporto sarebbe stato quasi soltanto un’intesa spirituale. Per buona sorte hai saputo suscitare un prodigio, ma debbo dirti come era nata quella mia persuasione.
Nella pensione in cui ho preso alloggio c’è un salottino che mi piace chiamare il “luogo delle ombre sospese” e dove la sera mi trattengo a leggere. Ebbene, là vi è una grande riproduzione di un quadro di Chagall che conoscevo bene ma che ora mi è apparso come una rappresentazione allegorica di noi due: si vede un uomo che trascina nel cielo la sua amata in un empito di favolosa vaporosa felicità, perché il loro amore li fa leggeri, due esseri quasi ideali e astrattamente realistici, se mi consenti l’ossimoro.
Ora sono all’ingresso della pensione e chiudo questa lettera, intravvedendo il tuo sorriso. A presto, a prestissimo mia amata Luciana, per iniziare una nuova stupenda vita insieme.
Il tuo fedele Camillo ti bacia appassionatamente e ti attende con ansia.

Ripose i fogli nella tasca della giacca e varcò il cancello della pensione, annusando con voluttà il profumo del dolce alla spuma d’arancia che la signora Maria, proprietaria della pensione, aveva vantato come un’impareggiabile prelibata sua creazione.

Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - maggio 2012



 
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