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28 Febbraio
















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Un freddo simile non si era mai sentito. Forse secoli prima, al tempo della così detta "Piccola glaciazione", c'era stato un freddo altrettanto intenso, anzi feroce. Quando sul finire del XVIII secolo il mare di New York ghiacciò, e a Londra gelò il Tamigi e in Olanda addirittura fecero mercati sui canali di Amsterdam trasformati in solidi spazi per fiere, ma nessuno ricordava in epoca recente tanta neve e tanto freddo e ghiaccio.
Raul si era svegliato tardi e alle nove del mattino gli era venuto in mente che se non fosse andato subito non avrebbe più trovato neanche un goccio di benzina, i distributori ormai erano tutti a secco, non erano stati riforniti, ma forse in un distributore che conosceva in una strada periferica, poteva esserne rimasta un poco, ma doveva affrettarsi e raggiungerlo subito.
Non aspettò l'ascensore e discese le otto rampe di scale fino al pianterreno velocemente. Nell'androne buio dette un'occhiata alle cassette delle lettere, una verifica inutile perché a quell'ora della mattina nessun postino avrebbe consegnato della posta. E invece dalla sua casella vide sporgere l'angolo di un foglio. Lo prese con due dita lo spiegò e lesse le poche parole a matita, scritte con una grafia tremolante per il freddo o forse volutamente storpiata perché non venisse riconosciuta la mano dell'autore: " Il tuo amico sta molto male e ti prega di raggiungerlo al solito posto. Vuole confidarsi con assoluta sincerità."
Rigirò tra le mani il pezzo di carta color malva, scrutandone ogni dettaglio. Dopo i precedenti messaggi incomprensibili, questo almeno aveva un senso compiuto. Comunque non gli rivelò nessun indizio al di là di quelle gravi parole. Suppose che "il solito posto" non poteva essere che il parco.
Era una strana storia questa dei biglietti. Raul era sicuro che a metterli nella sua casella di posta fosse John. Più volte aveva insistito perché gli dicesse la verità e confessasse che era lui l'autore dei messaggi inesplicabili, ma quel gangster giurava che non ne sapeva niente ed era assolutamente estraneo a quelle missive assurde. Asseriva che essendo del tutto all'oscuro della zona in cui abitava Raul, sicuramente a casa del diavolo, come avrebbe potuto metterli nella sua buca delle lettere? Fidarsi di John era un rischio, e sarebbe stato imprudente credergli ma non si spinse oltre.

In verità, anche se li considerava assurdi o schizofrenici, e questa distinzione non faceva gran differenza, Raul ci aveva riflettuto a lungo su quei messaggi. Era chiaro che il destinatario era lui, lui era l'eletto e quindi contenevano qualcosa di speciale destinato a lui e a lui solo. Ciononostante anche se fossero stati pieni di significati rilevanti, ammettiamo pure fondamentali, non arrivava a interpretarli. Si disse che doveva sforzarsi di aprire la mente ai più tortuosi significati, forse a citazioni bibliche sintetizzate, altrimenti a nessi più o meno ambigui, ma ogni sforzo non portava a nessun chiarimento. Se quelle brevi raccomandazioni contenevano un insegnamento che valore doveva trarne? Ripescò qualcosa nella memoria e molto dall'enciclopedia. Cercò le date più importanti del secolo passato e di quello in corso ma erano accaduti fatti buoni e fatti cattivi in ogni tempo.

Quando gli pervenne il secondo biglietto Raul volle mostrarlo a John. Lui aggrottò le sopraciglia e gli angoli della bocca gli si curvarono leggermente in un accenno di sorriso. Disse semplicemente: "questa è grafia femminile". Raul lo aveva osservato attentamente mentre quello studiava il foglietto, perciò non gli erano sfuggiti i lievi cambiamenti d'espressione di John e allora protestò: "Tu conosci questa donna, dimmi perché mi scrive degli oscuri comunicati e cosa vuole da me".
John fu brusco, rispose tanto decisamente che Raul ci rimase male: " Ti ripeto che non conosco questa donna ma se anche la conoscessi non ti rivelerei la sua identità, perché è evidente che non vuole farsi conoscere. Il perché non lo so, ma ti dico che è così."
Raul non fece altre obiezioni ma poi si spiegò quella risposta in un modo che gli pareva logico e che poteva esser comprensibile: se un uomo aveva passato tanti anni in carcere la reticenza gli era divenuta indispensabile e categorica. Era anche possibile che la misteriosa donna fosse impegnata in uno speciale proselitismo per una causa al momento incomprensibile. Naturalmente c'era sempre un grosso margine di dubbio, e anche un'indefinibile inquietudine perché malgrado l'impulso di carità genuina con cui Raul si era avvicinato a John non poteva ignorare il passato di quell'uomo.

Dimenticò la benzina e tornò a casa. La caffettiera era già pronta e ci volle poco a preparare il caffè, ma questa volta scaldò anche del latte e lo mise in un thermos più grande di quello che usava solitamente. Versò il caffè nel thermos piccolo, infilò nello zaino i panini al prosciutto e al salmone che aveva in frigo, aggiunse una bottiglia di grappa, mise il sacco in spalla, chiuse la porta, ma poi la riaprì per prendere il flacone delle aspirine e un grosso maglione, e finalmente scese le scale.
Non ci fu modo di avviare la macchina, la batteria era completamente scarica. Innervosito si avviò a piedi.

La prima volta che Raul aveva incontrato John era stata una mattina presto nel parco. Era estate quando quel tipo gli aveva chiesto una sigaretta, e gli occhi azzurri e il sorriso di quel barbone lo avevano colpito per un non so che di innocenza e di astuzia diabolica allo stesso tempo.
Poiché Raul faceva la sua abitudinaria metodica passeggiata un giorno sì e uno no, in seguito si erano incontrati più volte. Fin dal primo momento Raul era rimasto sorpreso dall'eloquio di John. Quel povero straccione era dotato di un linguaggio evoluto anche se contraddistinto da un accento straniero. Era ricco di vocaboli inusuali e sorprendeva per la ragguardevole cultura, inimmaginabile in un barbone. Potevano parlare di qualsiasi argomento e infatti parlarono di tutto, affrontarono temi di antropologia culturale, di politica, di storia, parlarono di borsa. La politica finanziaria sembrava interessare John particolarmente.
In definitiva pareva competente su qualsiasi argomento. Raul era rimasto davvero stupito, non aveva mai immaginato che un barbone potesse avere una simile preparazione. Ma inopinatamente, di tanto in tanto, John se ne usciva con espressioni discutibili, con teorie incomprensibili per Raul. In un gentleman si sarebbero dette sorprendenti cadute di stile, ma in un barbone, anteponendo ad ogni giudizio l'oscura provenienza dell'uomo, si poteva pensare che fossero abitudini culturali lontane dalla nostra formazione, oppure manie di uno straniero d'eccezione.

Parlarono a lungo e pian piano si instaurò tra loro una indefinibile simpatia. Raul per lungo tempo non capì quanto poteva fidarsi di John e per accortezza evitava di fargli domande troppo personali, così come non insistette mai perché terminasse frasi lasciate in sospeso intenzionalmente. Si sforzava di intuire cosa coprivano le esitazioni e perché John evitava sempre di precisare, perché metteva in atto bruschi mutamenti di logica e scompaginava il ragionamento. Intorno alla personalità di quel barbone si allungava una zona d'ombra e Raul era spesso sconcertato da certi improvvisi attacchi d'ira che rivelavano un uomo fortemente risentito e anche un po' folle, tanto che in certi momenti pensò che potesse essere potenzialmente pericoloso. Ma John lo sorprendeva sempre perché repentinamente tornava alla consueta bonarietà con un largo sorriso infantile. Quando dopo alcuni mesi si instaurò una discreta accettabile fiducia, accidentalmente rivelò qualcosa della sua vita. Qualcosa perché gran parte della storia di John rimase sempre un mistero per Raul.
Un pomeriggio d'autunno discorrevano pacatamente seduti su una panchina quando improvvisamente John interruppe la conversazione inveendo con rabbia, si alzò di scatto e senza dare una spiegazione disse "Vieni, andiamo a parlare da un'altra parte". Doveva aver visto qualcosa o qualcuno che lo aveva preoccupato, ma guardatosi attorno Raul non vide nessuno, tantomeno rappresentanti della legge, quindi ad allarmarlo non era stata la polizia. Davvero perplesso lo seguì incerto e preoccupato.
A poche centinaia di metri c'era la piccola costruzione abbandonata e murata, John andò sul retro e Raul si accorse che seminascosta dall'edera c'era una porticina di ferro non più grande dello sportello di un furgone. che da epoca immemorabile doveva essere rimasta sbarrata a giudicare dalla ruggine. John trasse di tasca un chiodo storto, armeggiò un momento intorno alla serratura e aprì la porta. Raul rimase di stucco e sulla sua faccia si dovette leggere tanto evidente la meraviglia, e la folgorazione della scoperta, che John rise e disse: "Si. È come pensi. Sono stato un famoso scassinatore. Un genio, o se preferisci, un vero virtuoso nel campo. Ho aperto casseforti inattaccabili e sono stato utilizzato anche dai servizi segreti per le loro esigenze".
All'interno la piccola stanza era attrezzata con i comfort essenziali, evidentemente erano suppellettili raccolte da discariche municipali ma ancora utilizzabili: due poltroncine scompagnate, un divanetto, un tavolo, un piccolo fornello a gas, un armadietto per riporre stoviglie.
John disse: " Ti va un caffè ?" e senza attendere risposta riempì una caffettiera aprì la bombola e accese il fornello. Quel pomeriggio Raul seppe qualcosa della vita di John.
Quel recesso era una delle due basi, o forse di più, di cui disponeva in città, e utilizzava come rifugio, perché preferiva non alloggiare mai in uno stesso posto. Aveva passato molti anni in prigione e per il suo buon carattere gli avevano permesso di sovrintendere alla biblioteca del carcere. Aveva letto di tutto, migliaia di libri, ma le sue preferenze andavano alla storia, alla sociologia e per motivi intuibili alla finanza.
Da quando era uscito dal carcere però la sua vita era cambiata totalmente. Disse che aveva fatto molte opere di bene, con piccole donazioni aveva aiutato dei poveri emarginati ad avviare attività commerciali ambulanti: vendita di cianfrusaglie, di frutta, di ombrelli, mentre lui viveva una vita austera e aveva scelto una forma d'ascetismo di espiazione, praticando un sincretismo molto semplice.
Questo è quanto John gli aveva raccontato della sua vita e su questi fatti Raul aveva meditato a lungo. Si era fatto una ricostruzione piuttosto romanzesca della vita di quell'ex bandito e un'opinione personale immaginandolo in bilico tra il genio e la follia, tra l'eroico penitente e il gangster incorreggibile. Comunque gli piaceva molto discuterci. Ora mentre avanzava faticosamente ci stava ripensando.

Un'ora prima aveva aspettato a lungo un autobus, perché non si vedevano taxi, finalmente ne era passato uno quasi vuoto che lo aveva depositato a una certa distanza dall'ingresso del parco.
Raul era rimasto impressionato dai quei pochi passeggeri vestiti tutti di neri giubbotti imbottiti. Anche i berretti di lana erano neri, calcati a coprire fronte e orecchie. Tenevano le mani affondate nelle tasche, e portavano sciarpe nere a proteggere bocche e nasi, solo gli occhi di quegli uomini si vedevano, stavano tutti in piedi nell'autobus vuoto e lo fissavano immobili ottusamente. Sembravano gli unici esseri viventi nel mondo, e il fatto di essere tutti neri in un mondo divenuto interamente bianco li rendeva orribili.

Entrò nel vastissimo parco cittadino dall'ingresso principale, era totalmente sepolto dal bianco: i prati erano livellati da una spessa coltre candida e anche i grandi alberi erano curvi sotto il peso della neve. Panchine, statue, fontane, attrezzature sportive, erano irriconoscibili perché divenute grumi informi avviluppate dal ghiaccio. Un percorso ad anello che iniziava dall'ingresso principale e toccava altri due ingressi secondari era stato liberato dalla neve, ma il giorno dopo era già tutto ricoperto, tanto che si affondava fin oltre le caviglie. Raul ci era andato due giorni prima e non aveva incontrato John, poi aveva nevicato ancora e adesso il percorso era quasi impraticabile perché non lo avevano sgomberato ancora.
Lungo il viale d'accesso non incontrò nessuno, il silenzio era totale tanto che si percepiva il leggero crepitio della neve frantumata dagli stivali. Il paesaggio in quei due ultimi giorni era divenuto ancora più inverosimile, estraneo al mondo che Raul conosceva perché questo era troppo deserto e fantastico. Non si vedeva volare un uccello, non si vedeva neanche uno dei cani che di solito portavano là a correre. Si chiese se le carpe sotto lo spesso strato di ghiaccio che copriva il laghetto erano ancora vive. Al posto delle siepi e dei cespugli sui pendii c'erano bizzarre candide sporgenze tondeggianti.
Affondando fino al ginocchio arrivò con estrema fatica alla casetta che un tempo era stata dei guardiani, ed essendo ora abbandonata le avevano murato l'ingresso e le finestre. Bussò alla porticina posteriore ma non rispose nessuno. Non aveva un'idea di quanto fosse sceso sotto lo zero il termometro, ma doveva essere di diecine di gradi. Si sentiva molto stanco, ansimava e provava dolorose fitte al petto. Guardò intorno ma non vide altre orme oltre le sue nella neve, significava che dal giorno precedente nessuno si era avvicinato. Esaminò attentamente lo spazio davanti alla porticina e notò piccole macchie scure sulla neve, potevano essere anche chiazze di sangue oramai congelato. Non riusciva a immaginare cosa poteva essere accaduto a John.
Si sfilò lo zaino e si lasciò cadere su di esso, poi tolse il termos del caffè e ne bevve alcuni sorsi, ne provò beneficio e allo stesso tempo un senso di nausea. Bussò di nuovo energicamente colpendo la porta con il piede, ma nessuno rispose. Se si fosse fermato sarebbe rimasto congelato del tutto e allora penosamente si avviò verso l'uscita del parco. Mentre camminava ripensò all'ultimo messaggio che l'ignota mano aveva messo nella cassetta, il bigliettino depositato prima della recentissima richiesta di soccorso. Diceva: " Ti avvicini all' 8. Non confonderti, è arduo navigare nella nebbia. Scruta l'infrangersi dell'onde che svelano gli scogli a pelo del mare, essi sono come i numeri. "Essi", i numeri, compongono le cifre annunciatrici e imprevedibili dell'esistenza ."
"Che accidenti di sciocchezza era quella". Aveva pensato quando lo aveva appena ritirato dalla cassetta.
Intanto faceva sempre più fatica a camminare, gli girava la testa e le cose intorno si annebbiavano. Era nebbia vera che si addensava e avvolgeva il parco o gli si appannava la vista semplicemente? Ad ogni passo era sempre più faticoso tirare fuori i piedi dalla neve, però malgrado la stanchezza e l'assoluta necessità di raggiungere l'uscita continuava ad essere ossessionato da quei strani messaggi che la donna misteriosa gli recapitava di tanto in tanto. Pensò ad alta voce, tanto non c'era nessuno ad ascoltarlo: " Che senso ha l' 8 nel cerchio descritto nel primo messaggio ?".
Il primo che gli era giunto diceva: " Vascelli carichi di odio, violenza, ingiustizia, sospinti dal vento della storia a volte si infrangono sugli scogli dell'8. Nessuno sfugge al cerchio dell'esistenza. Il male naufraga e si espande ma a volte emerge il bene ".



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Forse per effetto del mal di testa che gli era scoppiato vide sopra di se un anello, o un cerchio, che si allungava in un'ellisse. Era uno straordinario fenomeno atmosferico quel bianco nastro sospeso nel cielo ? Forse c'era davvero o forse era solo una metafora dell'esistenza, perché poi l'ellisse si torceva e diventava un 8 orizzontale che in matematica guarda caso è il segno dell'infinito. E poi si accorse che quell'otto era un nastro di Moebius (1). Aveva già visto da qualche parte il disegno di un nastro con le formiche che ci camminavano sopra. Ma ne aveva visto anche uno più grande su cui marciavano file di uomini. Uomini che procedevano inconsapevoli e che sul nastro senza punto di arrivo andavano avanti a testa in su e poi a testa in giù e poi di nuovo a testa in su, sempre su una sola faccia del nastro. E non ne sarebbero mai usciti perché, zavorrati com'erano dei loro istinti, di bramosia di potere e di soldi e gonfi d'arroganza, non avrebbero mai avuto la necessaria leggerezza per staccarsene. Anche lui stava camminando su un nastro di Moebius senza fine. E il nastro era anche un 8 , che era il numero della catastrofe o del miracolo.
Disse a se stesso, ma sentiva di essere sempre più frastornato: "Stai camminando sull'otto perché oggi è il ventotto febbraio", e aveva voglia di sdraiarsi nella neve.
Sforzandosi cercò di ricordare gli 8 che avevano segnato la storia. Per esempio: la famosa battaglia di Porth Arthur, che dette inizio alla guerra russo giapponese, era iniziata proprio l'8 febbraio millenovecentoquattro,. La prima guerra mondiale si era conclusa definitivamente -felice evento- nel novembre del 1918.
Nel millenovecentoventidue l'8 ottobre s'era conclusa la marcia su Roma che portò il fascismo al potere.
Nel millenovecentoventotto Hitler aveva perso le elezioni e pareva ormai fuori gioco e invece proprio dal '28 iniziò la sua ascesa. Nel millenovecentoquarantatre, l'8 di settembre Badoglio annunciò l'armistizio con gli alleati, Hitler ordinò all'esercito tedesco di impadronirsi dell'Italia e i due anni seguenti furono i più atroci della seconda guerra mondiale. Ecco il punto che spiegava gli enigmatici messaggi. Raul non ricordava i tanti altri momenti cattivi o buoni della storia accaduti in altri giorni fatidici come il 9, o l'11, e così via. Ma aveva capito che l'ultima data spiegava tutto in chiave personale. I richiami avevano lui per oggetto. Quest'ultima data aveva un valore particolare per lui. Entrava nella storia di suo padre e per stretta conseguenza nella sua. I messaggi riguardavano la sua esistenza, ma cosa significavano ? Erano interventi per ricordargli il nastro e spingerlo ad uscirne. Ma per uscirne occorreva rinunciare a molte cose. Lui per il momento aveva un unico desiderio: andarsene dal parco.



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Poi vide l'uomo bianco che gli stava davanti. Aveva una grande e lunga gonna bianca, una bianca mantellina sulle spalle e una croce d'oro sul petto.
Raul ebbe la sensazione che l'uomo gli sorridesse e diventasse sempre più grande. Senza sapere cosa diceva Raul mormorò: "Ciao, Papa". L'uomo si girò e fece un gesto con la mano e divenne così grande e bianco che sparì nella nebbia. Raul prima di addormentarsi sfinito disse ancora: "Ecco un uomo che è riuscito ad uscire dal nastro. Oggi è il 28 di febbraio, e se si sommano i numeri significativi dell'anno in corso: cioè 2 (mese di febbraio) + 2+0+1+3, compare ancora il fatidico 8. Che strano.
Ora vi saluto tutti, addio John insieme alla tua misteriosa amica " e Raul si addormentò.





NOTE
(1)Un barattolo, una scatola, come tante altre cose hanno un interno e un esterno, cioè hanno due facce, ovvero due superfici. Anche un foglio di carta, che sia disteso o arrotolato, ha due superfici. Ma se ne tagliamo una striscia, vale a dire un nastro di carta, e ne incolliamo i due capi - dopo aver impresso alla striscia una torsione di 180° - otteniamo un nastro di Moebius cioè un anello che presenta una sola superficie. Infatti se sulla superficie del nastro fate scorrere un dito percorrerete una delle due facce senza mai raggiungere l'altra. Non esiste più un interno e un esterno. In matematica viene definita superficie non orientabile.


Piero Angelucci - abarcheo@inwind.it - febbraio 2013



 
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